22 settembre 2015

Tutte le famiglie del mondo in scena a Parigi: ecco la quinta biennale di fotografia “Photoquai”. Qui una prima visione

 

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We are  family: un titolo che è tutto un programma quello della quinta edizione della Biennale di fotografia rigorosamente non europea che inizia domani 22 settembre per chiudersi esattamente tra due mesi. Dove? All’aperto, proprio davanti al museo de quai de Branly con quaranta fotografi calati in una scenografia creata da Patrick Jouin, che riflettono sulla domanda: “che cos’è fare famiglia”? 
Curata per il secondo anno di seguito da Frank Kalero, che si è circondato di sei curatori suddivisi per aree geografiche. Va forte la presenza di fotografi asiatici, 13 in tutto, seguiti dall’America latina con una decina, l’Africa con sei artisti per arrivare alla Federazione Russa, al Medio Oriente e l’Oceania, con l’australiana Raphaela Rosella, vincitrice tra l’altro del World Press Photo 2015, categoria ritratti. Molti ritratti in effetti, dato il tema, erano inevitabili: spesso estraniati dal contesto ambientale ma anche accolti in paesaggi urbani desolanti, poetici o casalinghi, comunque tutti sembrano seguire in maniera variegata il filo rosso espresso dal tema. 
Si veda per esempio la serie Hââbré, l’ultima generazione della fotografa senegalese Joana Choumali, che presenta volti completamente estranianti dal loro ambiente, di uomini e donne perlopiù del Burkina Faso che portano i segni della scarnificazione, cioè delle incisioni superficiali della pelle del viso. «Solitamente questi segni sulla faccia non sono fatti a caso, per esempio dei tratti specifici associano la persona ad una data etnia. Questa usanza non sussiste più tra le nuove generazioni, e questo fa sì che queste persone, chiamate Hââbré in lingua Ko, hanno dei sentimenti contrastanti nei confronti di questa pratica: chi ne va fiero, chi si sente danneggiato», spiega Joana Choumali. La serie Coastline, 2009-2013, del cinese Xiao Zhang, presenta principalmente la gente e le città della Cina del nord tra surrealismo, poeticità ed umorismo. «Per realizzare questa serie ho impiegato quattro anni, ed ho percorso 20mila chilometri. Ho voluto mostrare, tra l’altro, il continuo senso di smarrimento di questa gente, a causa dei rapidi cambiamenti urbani. Sottolineare la perdita continua di punti di riferimento anche abituali e banali che tessono i nostri rapporti al quotidiano», racconta l’artista. 
Tra le partnership troviamo la Tour Eiffel, la galleria parigina Clémentine de la Féronnière con la serie Ever Young del ghanese James Barnor, la Maison de l’Amérique Latine che accoglie la grande fotografa messicana Lola Alvarez Bravo, per la prima volta in Francia. Da non perdere un appuntamento online con venti fotografi tutti da scoprire sul sito EyeEm, piattaforma che permette la condivisione e la vendita di foto. Molte sono le storie raccontate attraverso queste immagini che ci vengono dal mondo, e le possiamo vedere 24 ore su 24, così come comprare il catalogo che è in vendita da una macchinetta automatica. Una mostra da non perdere in attesa di Paris Photo. www.photoquai.fr (Livia De Leoni)
Sopra: Luisa Dörr & Navin Kala © musée du quai Branly, Photoquai 2015
Home page: Photoquai 2015

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