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Un po’ caseggiato, po’ fabbrica, al 643 di Park Avenue dal 2007 l’Armory, istituzione no-profit per l’arte e la cultura contemporanea, macina opere che hanno l’impatto che solo gli immensi spazi statunitensi possono evocare (in questo caso siamo in presenza di qualcosa come decine di migliaia di metri quadrati) e che di certo non appartengono alla dimensione della comune galleria. Vi avevamo parlato dell’Armory in occasione della mostra di Ann Hamilton, che lo scorso dicembre aveva riempito lo spazio di Midtown con una serie di immense altalene che scendevano dal soffitto e che con l’aiuto del pubblico muovevano una serie di quinte retrostanti. E ora che l’Armory svela un corpo di lavori di ristrutturazioni per qualcosa come 200 milioni di dollari, svela anche il programma espositivo del 2013, sempre più improntato ad una dimensione performativa delle arti, a cui prenderanno parte Rirkrit Tiravanija, Paul McCarthy, i Massive Attack e Robert Wilson. Il tema? Non troppo ben delineato ma di certo segue un flusso che sembra andare verso l’allucinazione.
Il 20 marzo inaugurazioni ufficiali, con Oktophonie, parte di Licht di Karlheinz Stockhausen, il cui set come paesaggio lunare sarà disegnato da Tiravanija. Si passa poi, il 19 giugno, all’evento più atteso: la più grande mostra statunitense mai dedicata a Paul McCarty, che fino ad agosto porterà in scena WS, una rivisitazione della Biancaneve dei Grimm, con un enorme e fantastico bosco con alberi torreggianti, due case fuori scala, attrezzature e oggetti di scena presi dal classico set dei film, e una serie di suoni e proiezioni. Un universo distopico, che conoscendo il lavoro di McCarthy si può solamente immaginare, e che anche in questo caso mischierà deliberatamente codici, cultura alta e bassa, provocando un rovesciamento delle nostre credenze assodate. Vita e morte di Marina Abramovic di Bob Wilson partirà invece in dicembre, con l’artista che interpreterà sé stessa in una stesura che mischierà recital e opera, seguendo le parole di Rebecca Robertson, presidente e produttore esecutivo delle attività dell’Armory, che ha raccontato di una stagione destinata a confondere la linea di confine tra arte alta e cultura popolare. Per porre domande difficili sul mondo in cui viviamo.


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