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Orson Welles, interpretando se stesso in La Ricotta, diceva al giornalista qualunque che l’uomo comune è un delinquente, un criminale, un assassino. Se il realismo di Orson Welles, la sua ricerca della continuità perfetta in un unico piano sequenza ideale era la sua chiave di accesso alla psicologia dell’uomo comune, in questa 72a Biennale Cinema dedicata al realismo cinematografico, la chiave è il noir, e il modo è quello segnato da Apenas un delincuente, di Hugo Fregonese, il primo film argentino a riscuotere successo e a essere proiettato alla Biennale di Venezia nel 1949. Film restaurato difficile da vedere fino ad ora per i formati in cui era sopravvissuto, un 16 mm integrale e una copia da proiezione cinematografica incompleta, racconta la vertigine di una Buenos Aires senza tregua, che corre per non andare da nessuna parte, dal punto di vista di un impiegato che non sopporta la vista di cifre che non cessano di aumentare con il tempo ma che non diventano mai un suo possesso, come il tempo della città che non riesce a prendere; la vertigine del numero, della lista, dell’accumularsi di opportunità senza possibilità di viverne una, unita alla sua impazienza lo condurranno a distruggere il decoro inseguito dalla sua famiglia con tanto affanno, a barattare il carcere per una truffa miliardaria, salvo poi cedere alla trappola di criminali veri e senza scrupoli incontrati in carcere. Un perfetto romanzo di milieu, dove lo spazio dell’ufficio, della città, della strada e del carcere segnano il comportamento di tutti i protagonisti, proprio come in” Naked City”, il prototipo dei film noir urbani; qui c’è però una Buenos Aires descritta fin nei minimi dettagli dello slang e della delusione di non riuscire mai a diventare New York, per questo ancora più bella e affascinante, con gli orizzonti di una grande baia che appare solo alla fine come cimitero di vecchie navi.
Se i classici selezionati danno il tono alle giornate, allora il titolo conseguente è Non essere Cattivo, terzo e ultimo film di Claudio Caligari, maestro irrequieto e controverso del cinema italiano. La sua conoscenza fine dell’ambiente dei “Ragazzi di vita” pasoliniani non lascia scampo ad alcuna salvezza per il piccolo delinquente di borgata. Si racconta una redenzione mancata di un ragazzo di vita dei primi anni novanta, quando c’è ancora la lira, le felpe con il robot e la testa a forma di pallone da calcio e ci sono le prime droghe sintetiche ad affiancare cocaina e eroina; la partita immancabile a calcio non si svolge perché una siringa abbandonata vicino una capanna da spiaggia da un tossico si infila tra le mani del portiere, ricordandogli che sulla spiaggia di Ostia, dove aleggia il fantasma del poeta, non c’è posto per il gioco. La delinquenza è un lavoro anche più organizzato e duro di quello del manovale, dove la forza della corruzione supera il potere nobilitante della fatica. Senza la profonda aberrazione del bene o del male, senza lo Stabat Mater di Jacopone da Todi per dare voce a una madre affranta, al posto della salvezza cristologica c’è un orso sintetico come in un sogno finito male, su una piccola croce di legno con la scritta “Non essere cattivo”. Le musiche apparentemente dolci della colonna sonora e della canzone finale, il volto del protagonista, Cesare, interpretato da Luca Marinelli, evocano Zanardi di Andrea Pazienza, sospendendolo in questa spiaggia di Ostia anfetaminica da post-discoteca, non più pasoliniana, definitivamente senza sogni e senza altra salvezza che non siano i piccoli affetti quotidiani in cui rimane tutto il nulla che resta. Il film, co-prodotto da Valerio Mastrandea con le musiche originali di Paolo Vivaldi e la canzone di chiusura “A cuor leggero” di Riccardo Sinigallia, rievocano le atmosfere di chi è stato adolescente negli anni novanta, il non essere più né i belli e maledetti di gioventù bruciata, né abbastanza cattivi come i ragazzi di vita e neanche tanto fortunati come la meglio gioventù e nemmeno persi in un mare di preoccupazioni private, alla Vasco. Solo cancellati in un mare di benessere con isole di povertà semplice dura e spietata, dove per sembrare ricco devi corromperti e corrompere, solo per sembrare ricco come tutti. Senza l’ossessione di raccontare il presente, forse è il primo vero film che racconta con molta pietà la disperazione silenziosa e vuota di una generazione senza eroi, brutta e cattiva a cuor leggero.
E della difficile convivenza fra grande povertà, desiderio di aiutare, affetti che non riescono a colmare perdite definitive parla un altro film. Il titolo è una data: mercoledì, nove maggio.
In una Teheran alle prese con sovrappopolazione urbana, difficile convivenza di generazioni con aspirazioni diverse, un giornalista e un pubblicitario decidono, per rifarsi della delusione di non aver potuto aiutare un figlio malato per mancanza di soldi in passato, di cambiare almeno per una persona il corso degli eventi, promettendo con una inserzione trenta milioni al più bisognoso che ne faccia domanda. La polizia visti i disordini concede un giorno di tempo. Narrato come un flashback corale con questo pretesto conosciamo la povertà e la miseria di una nazione intera, i suoi contrasti più intimi, per essere costretti ad accettare di non poter salvare chi amiamo ma di poter solo vivere aiutando letteralmente il prossimo e se stessi.
Insomma, per essere realisti, bisogna cercare l’impossibile. (Irene Guida)












