07 settembre 2015

Venezia/Le pecore in erba di Alberto Caviglia. Trama brillante ed estetica traballante? Ecco l’Italia agli “Orizzonti”

 

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Irriverente, provocatorio, con un’ironia che sfida lo spettatore per tutta la durata del film. 
Così Alberto Caviglia, ex assistente alla regia di Ferzan Ozpetek, esordisce sul grande schermo con l’opera prima Pecore in Erba. Una commedia tutta romana che sicuramente ci propone una nuova modalità narrativa, la decostruzione di un personaggio immaginato per portarci alla costruzione di una storia nuova. Questo film presentato nella sezione “Orizzonti” della 72esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia ci racconta la vita di Leonardo Zugliani, giovane problematico scosso dalle proprie ideologie (assolutamente parodizzate) e con una personalità decisamente fuori dal comune, tra anni 80, 90 e contemporaneità. Un ragazzo antisemita presentato invece, dopo la presunta scomparsa, come eroe, delegittimato della propria libertà d’idee, al quale viene chiesto di “smettere di amare così tanto di odiare, che è un po’come vietare di amare… Incostituzionale, no?”. 
Un tema che si può leggere come più genericamente legato alla xenofobia, tanto caro al maestro del regista, sviluppato in questo finto documentario che oscilla continuamente tra il trash e uno spumeggiante e affilatissimo umorismo. Ma se la trama è brillante così come lo è anche la sceneggiatura, in un alternarsi di interviste e ricostruzioni, fotografie simulate e testimonianze ancor più inscenate, è l’estetica che ci lascia più dubbiosi. La luce plastica delle ambientazioni del parlato, l’effetto vintage delle ricostruzioni di un immaginario d’archivio, il bianco e nero di un film nel film ambientato però nel 2006, sono ancor più confuse dall’innestarsi di infografiche pacchiane e di un design tipografico decisamente popolare. Proprio qui sta però la ricerca, nella fedeltà a luoghi comuni che si sovrappongono in maniera troppo poco differenziata, una ricerca così profonda da sembrare però poco naturale, uno sforzo esagerato di riprendere molti e molti riferimenti. Certo, forse è stato il primo film qui a Venezia a far ridere di cuore il pubblico, entusiasta delle battute taglienti e delle trovate sagaci dell’autore. E nonostante le eccessive comparsate dei maggiori personaggi pop dell’Italia mediatica – tra Sgarbi, Elio, Mara Venier, Fazio e pure la Crescentini e Margherita Buy, talmente in tanti che si sono persi il conto e i nomi – il reiterarsi di situazioni paradossali e di dichiarazioni surreali hanno costituito la chiave comica e innovativa dell’intera opera, senza la quale l’intero racconto sarebbe invece risultato banale. Ma questo film rappresenta forse anche la chiave di lettura di una generazione italiana creativa, sovrastimolata dall’alta qualità delle influenze e in parte sofferente della sindrome del missing out, riempiendo tutto di un tutto che seppur molto bello, davvero poco indispensabile. E forse un ritorno a un arte più disciplinata e sintetica è più che mai d’augurio per le nuove generazioni del nostro paese che così confuse come in questo periodo non lo sono mai state. (Elisabetta Donati De Conti)

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