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Ce lo ha raccontato pochi giorni fa, dettagliatamente, il co-curatore Giacomo Zaza (insieme a Jorge Fernandez-Torres), sulle pagine di Exibart.
Parliamo del Padiglione di Cuba a San Servolo: ibrido, poliglotta, miscuglio di artisti cubani, cinesi, afghani, russi e con l’italiano Giuseppe Stampone e la sua grande Casa Particular, struttura bianchissima composta da grandi pezzi di “Lego”, che si staglia nel verde di San Servolo e che è una riflessione sulla microeconomia cubana all’indomani del ripreso rapporto con gli Stati Uniti, che racconta dell’ospitalità “privata” verso lo straniero: un luogo, anche, per quello che può essere un asilo politico in altra direzione.
Ma l’aspetto forse più particolare del padiglione Cuba, è che non vi si trova quello che ci si aspetterebbe pensando al contesto culturale dell’isola: non opere tridimensionali, pittura o scultura, ma una maggioranza di interventi digitali, che raccontano di una serie di quotidianità in maniera decisamente rivolta al futuro (quel tempo che spesso non si è visto in “All the world’s futures”).
Forme della nuova tecnologia insomma, apparentemente lontane da un Paese difficile, che mantengono un carattere interpretativo, e non documentativo. E che registrano le variazioni del tempo attraverso lo sguardo di artisti – come in alcuni dei padiglioni più interessanti dei Giardini, il Belgio ad esempio – in grado di mettere nero su bianco quella sensibilità che si vive in alcune particolari geografie.












