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Dopo l’edizione sgangherata e offensiva di due anni fa, l’Italia dell’arte contemporanea trova finalmente una forma compiuta. Bartolomeo Pietromarchi è riuscito nel progetto, non scontato, di mettere sul palcoscenico dell’arte mondiale gli artisti italiani al meglio delle loro possibilità, creando un Padiglione imponente ma allo stesso tempo equilibrato e molto libero.
All’ingresso si resta investiti dalle quattro grandi torri di Francesco Arena, in dialogo con Fabio Mauri sul tema complesso della storia.
Sono monumenti in negativo le grandi “sculture” di Arena, che commemorano la più violenta sepoltura che ogni storia abbia mai conosciuto, la fossa comune; l’artista, nel percorso che l’ha portato alla creazione, ne ha individuate quattro, scoprendo anche quanti cadaveri vi erano stati gettati dentro, lasciando trasparire il negativo della fossa nel positivo della torre, e utilizzando il suo corpo come unità di misura per dare un volume ad ogni costruzione, a seconda dei defunti contenuti nei rispettivi scavi. Fabio Mauri è invece in scena con una delle sue azioni più famose: Ideologia e Natura. Piccola Italiana. Qui una giovane agghindata con gli stilemi fascisti della gioventù del Littorio si spoglia e si riveste lentissimamente, perdendo pezzi e sbagliando l’ordine degli indumenti via via che la performance procede, a rivelare la falsità e la mistificazione delle ideologie.
Tra i lavori più belli l’ambiente dedicato a Ghirri, in perfetta con contrapposizione con l’opera immateriale e monolfattiva di Luca Vitone, anch’essa ispirata al paesaggio; eccellente la rampa di Purini del 1966 riproposta da Massimo Bartolini, fatta diventare per l’occasione una scultura di detriti in bronzo, elemento nobile dell’arte ridotto a maceria, e che inserisce nell’installazione anche quattro opere di Chiari. In contrapposizione a questo “cumulo” l’opera di Francesca Grilli, una goccia che cade su una lastra di ferro: una goccia “viva”, tanto più piccola o grande, allargandosi o stringendosi, in base all’intensità del vocalizzo di un soprano, in una nuova installazione che mantiene salda la giovane artista al suo medium poetico primario: la performance.
Insuperabile l’opera di Elisabetta Benassi, che fa collassare il cielo al pavimento, mettendo insieme 10mila mattoni realizzati a mano, ognuno dei quali riporta incise le sigle di residui spaziali che ancora orbitano intorno alla Terra dopo le varie missioni, lavorando anche sul tema di una classificazione e catalogazione impossibile contrapponendosi al lavoro concettuale e raffinatamente intellettuale, di Gianfranco Baruchello.
Ancora Maloberti e Favelli, decisamente più muscolari, che raccontano la storia come vissuto personale: Favelli ricostruendo con una cassa armonica la cupola di San Pietro, Maloberti invece con una performance permanente, dove protagonista è un grande masso di pietra sul quale 4 ragazzi creano una sorta di piccola costruzione alzando e abbassando dei teli da mare.
Lirico e poetico il lavoro di Giulio Paolini, contrapposto a una splendida installazione di Marco Tirelli che rende tridimensionali i suoi disegni, alternandoli a pezzi scultorei, come se l’immaginario dell’artista fosse esploso, materializzandosi ai quattro lati della stanza.
Il Giardino delle Vergini chiude la mostra, come settimana stanza. Qui a confrontandosi sul mondo tra storia, realtà e fantasia ci sono Sisley Xhafa -anche in questo caso con una performance- che ricrea una vera e propria barberia d’antan in cima ad un albero, un’opera che ricorda le mirabolanti vicende del Barone di Münchausen, e Piero Golia con il suo Cubo, riflessione sull’arte e il suo valore. Gli spettatori sono invitati a procurarsi strumenti contundenti per scalpellare questo immenso masso di cemento e oro, per portarsene a casa un pezzo: non solo una “visione” sull’equivoco della “forma” dell’arte, ma anche sulla storia della scultura, del levare materia seguendo l’insegnamento di Michelangelo, per creare la forma perfetta. Per mettere al mondo quell’opera d’arte finale, per attribuire ad essa il valore che gli spetta, e riscattarla dalla forma primativa. Proprio come questo Padiglione riscatta finalmente l’arte del Belpaese dai provincialismi e dalla mancanza di prospettiva. Rendendo l’Italia una presenza indispensabile alla Biennale di Venezia. (Paola Ugolini – Matteo Bergamini)











MA PIETROMARCHI Hà ANCORA LO SGUARDO ARTISTICO RIVOLTO AL PASSATO:ETHOS,SIGNIFICATI POETICI-SOCIALI-STORICI,PER LORO IL SOLE GIRA ANCORA ATTORNO ALLA TERRA-SOGGETTO-IO…IN REALTà ESSO(SOGGETTO-UOMO) è STATO TOLTO DAL CENTRO DELL’ESSERE DALLA RIVOLUZIONE COPERNICANA,IL KOSMOS E IL SUO SPAZIO-TEMPO NON-LINEARE è IL CENTRO DELL’ESSERE,DI QUELLO VISIBILE E INVISIBILE.L’ITALIA ARTISTICA CONTEMPORANEA NON è SOLO QUESTA….. SIAMO IN UN CERTO SENSO RIMASTI FERMI AL.QUESTO ARTICOLO è PURA AGIOGRAFIA DI STAMPO PATRIOTTICO,SICURAMENTE ALTRE NAZIONI SARANNO PIù TECNOLOGICAMENTE CONTEMPORANEE DELL’ITALIA QUI PRESENTATA….