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Dramma di potere e gelosia: McNeill rilegge Shakespeare al Teatro Due di Parma
Teatro
Il racconto d’inverno di William Shakespeare lo si può anche leggere come un’amara fiaba sugli eccessi del potere – per la follia di un Re, vendicatore, poi pentito, che ne ha generato un altro ugualmente vendicativo -, e sulle possibilità di una riconciliazione che non dimentichi, né cancelli ciò che è stato. Non c’è nessuna attualizzazione nella bella messinscena del regista Jared McNeill per il Teatro Due di Parma (produzione Fondazione Teatro Due), ma ne possiamo scorgere dei riferimenti nel testo (i grandi classici ci interrogano sempre), una contemporaneità che i nostri tempi bui chiamano in causa.

Detto questo, Il racconto d’inverno – scritto nel 1611, quando il poeta era quasi sul viale del tramonto – è soprattutto una favola affascinante, dall’intreccio tragico, comico e pastorale. Pièce magica e contraddittoria, eppure concreta e coerente: resoconto o parabola di due facce dell’animo umano, colte trascorrendo dalla Sicilia alla Boemia, dall’inverno all’estate, in una confusione d’epoche al servizio d’una tragedia che si sfoglia in commedia, difficile da riassumere per le complesse e non di rado incoerenti – ma coerenti nell’immaginazione poetica – peripezie del racconto e dei suoi numerosi personaggi.

La storia è costruita in un susseguirsi di colpi di scena. Leonte, re di Sicilia, sente nascere in sé una gelosia profonda verso la moglie Ermione, che sta per dargli un secondo figlio, perché pensa che la donna lo tradisca con Polissene, re di Boemia, fino ad allora il suo migliore amico – come non scorgervi la collera intrattenibile di Lear e la gelosia immotivata di Otello? Leonte, addirittura, vorrebbe fare uccidere il rivale che, avvertito in tempo, riesce a fuggire dalla Sicilia. Ermione viene rinchiusa in prigione facendo poi credere al re che sia morta e la figlia Perdìta viene abbandonata su una spiaggia per essere divorata dagli avvoltoi ma salvata da un pastore. L’amico sovrano, quindi, costretto a fuggire, e lei torturata, processata, defraudata della creatura in grembo, imprigionata fino a morirne (a quanto parrebbe).

D’estate, in Boemia, 16 anni dopo, la stessa ira di Leonte prenderà il re di quel Paese di fronte a un amore, stavolta veritiero, del figlio erede per una contadinella, che si scoprirà essere Perdìta. Ci sarà l’incontro tra il vecchio e il nuovo vendicatore e l’agnizione finale, il pentimento di Leonte, il suo riconoscimento della figlia fra statue che si animano – quella di Ermione -, il ritorno alla vita di persone che si credevano morte. Chi non tornerà al mondo invece è il piccolo Mamillio, il primogenito di Leonte, incontrato all’inizio della vicenda, un bambino di precoce intelligenza e di adulta tristezza, destinato a scomparire nel frangente più tragico della storia.

La letizia finale, con nozze, non è però spensierata: è immerso nella malinconia questo mondo dove c’è il ricordo di tanti errori e pentimenti. E dove il lieto fine è una riva di fortunoso approdo.
Collaboratore per oltre dieci anni con Peter Brook e profondo conoscitore del teatro anglosassone, il regista, attore e autore McNeill firma questo allestimento con una limpidezza esemplare, al servizio del testo. Dentro una scena di indefinita fattura neoclassica – costituita da semplici cubi che, scomposti, dislocati, sovrapposti, modellano ambienti e situazioni, con ai lati delle bianche statue velate, poi magici tappeti orientali per farne una tempesta marina -, segue una più esplosiva e colorata ambientazione dove irrompono un orso bianco in elegante abito scuro che canta New York, New York (mentre insegue con un randello uno dei personaggi per divorarlo); un menestrello con chitarra – il cortigiano-furfante Autolico – insieme a un nugolo di personaggi bucolici e comici che irrompono dalla platea in proscenio, dando vita alla seconda parte della storia davanti al rosso sipario chiuso. Ed è il paesaggio sonoro creato dalle musiche, dal minimalismo monocromatico, eseguite dal vivo da Claudio Scarabottini, ad accompagnare il viaggio emotivo del racconto al quale danno consistenza visiva le luci di Stefano Bardelli e i costumi di Elisabetta Zinelli.

Tutti gli attori ricoprono più ruoli con grande impegno e ricchezza interpretativa: dal potente – a tratti eccessivo – Leonte di Luca Cicolella, ad Alessandro Burzotta, Diletta Masetti, Salvo Drago, Francesca Gabucci, Irene Paloma Jona, Nicola Lorusso, Felice Montervino, Salvo Pappalardo.














