01 giugno 2026

Noi, non io: al festival Up To You, la direzione artistica è un atto collettivo

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A Bergamo il festival Up To You sperimenta una direzione artistica partecipata: giovani curatori e professionisti costruiscono insieme - e con pazienza - un programma dedicato alla costruzione di relazioni e comunità

Up To You, danceALL, Carlo Valtellina
Up To You, danceALL, Carlo Valtellina

Up To You ha chiuso da pochi giorni la sua settima edizione. Il festival di teatro contemporaneo di Bergamo affida da anni la direzione artistica a un gruppo di under 30. Questa volta il claim è Up To Us. Non un aggiustamento ortografico ma una presa di posizione. La parola “giovani”, qui, non funziona come etichetta promozionale. Non indica un target da portare a teatro, né una platea da educare con pazienza paternalistica. Indica un luogo di responsabilità: quello in cui una direzione artistica under 30 sceglie, discute, difende, cambia idea. In una parola: cura.

Curato da Qui e Ora Residenza Teatrale – con Laura Valli, Silvia Baldini e Francesca Albanese -, Up To You nasce come percorso formativo e festival di teatro contemporaneo. Il gruppo entra nella macchina dello spettacolo dal vivo: selezione degli spettacoli, comunicazione, logistica, eventi collaterali. Nella direzione artistica under 30 anche Davide Recalcati, Camilla Bisaggio, Sara D’Arrigo.

La formula “direzione artistica partecipata”, però, da sola dice poco. Il punto è cosa accade quando una struttura adulta, con esperienza, reti e responsabilità produttive, decide di non usare gli under 30 come pubblico da conquistare, ma come soggetto curatoriale.

Up To You festival
Up To You, danceALL, Carlo Valtellina

«Non scegliamo mai per alzata di mano. Ogni scelta, quando si discute tra pochi titoli rimasti, non passa mai a maggioranza: chiediamo che si discuta fino allo stremo, perché ci sia una motivazione condivisa», raccontano da Qui e Ora. È forse il dato più interessante del progetto. La democrazia, qui, non coincide con il numero ma con la fatica del confronto. Up To You non mette in scena una retorica generazionale ma un metodo. La direzione artistica partecipata diventa un esercizio di negoziazione continua: tra esperienza e intuizione, tra sguardo formato e lettura immediata, tra chi conosce il sistema teatrale e chi lo attraversa senza averne ancora compreso tutti i meccanismi.

Up To You festival
Up To You, danceALL, Carlo Valtellina

Il gruppo giovani racconta il rapporto con Qui e Ora non come passaggio di consegne ingenuo, ma come uno spazio in cui il gruppo senior sa «Fare un passo indietro» senza sparire. Una guida, sì, ma non una sostituzione. Una presenza capace di creare le condizioni perché la scelta emerga davvero.

Da questo attrito nasce anche il claim dell’edizione 2026. L’intuizione si accende durante una giornata di lavoro collettivo: passare da you a us. Qui e Ora ne coglie subito il valore politico. La resistenza arriva dopo, sul piano della comunicazione.

Up To You, danceALL, Carlo Valtellina

«Abbiamo aderito all’istante», raccontano le senior del collettivo. «Ci ha fatto molto piacere che fosse colto il valore politico del cambiare dal you all’us. Poi, quando abbiamo affrontato la parte di comunicazione, eravamo un po’ spaventate che si potesse fraintendere come un cambio di nome del festival».

Proprio lì, però, il gruppo under 30 difende la scelta. Era importante, spiegano, «Lottare per avere il noi dentro il claim». Dal confronto nasce la soluzione visiva: un us sovrascritto, come una vernice, che innova il progetto senza tradirne l’origine.

«Ogni parola, ogni frase che trovavamo riportava sempre al concetto di noi. Tanti tu fanno noi. E quel noi racchiude tutto quello che abbiamo scelto di portare in scena», rivendica il gruppo under 30.

Up To You festival
Up To You, danceALL, Carlo Valtellina

Il programma, allora, non va letto come una somma di temi urgenti – Palestina, migrazione, violenza di genere, lutto, corpi, protesta, manipolazione dell’informazione – ma come verifica concreta di questa postura. La mostra fotografica Prospekt Palestine Project, realizzata da Prospekt in collaborazione con Activestills, introduce nello spazio teatrale una frattura visiva e politica. Ahmen, di Cromo Collettivo Artistico, attraversa ricongiungimento familiare e burocrazia migratoria non con il registro del caso umano ma attraverso una lingua comica, grottesca, amministrativa, dove la vita affettiva viene ridotta a pratica, requisito, firma, marca da bollo.

Babilonia Teatri, Mehdi Dahkan, il live podcast sulla violenza di genere e le performance urbane compongono un paesaggio in cui la questione non è soltanto che cosa viene rappresentato ma chi ha diritto di prendere parola, chi resta senza voce, chi ascolta e chi traduce.

Up To You, Ahmen, Carlo Valtellina

Non a caso, il gruppo under 30 individua retrospettivamente nel programma un filo rosso: la voce. La voce che manca, quella deformata, quella concessa, quella che il teatro può scegliere di non coprire con altre parole. In questo senso, Up To You non sembra voler “dare voce ai giovani”, formula ormai esausta, ma costruire le condizioni perché più sguardi, più lingue e più forme di esperienza possano stare nello stesso dispositivo senza essere subito normalizzati.

Il modello non è privo di punti critici. Francesca Albanese individua nel tempo il nodo principale: servirebbe più tempo prima del festival, più spazio per sedimentare il processo. Il gruppo under 30 guarda invece più in alto: il problema è il riconoscimento di pratiche come questa da parte del sistema teatrale e dei livelli istituzionali, ancora spesso orientati verso grandi nomi, strutture consolidate, programmazioni più facilmente leggibili.

Up To You, Ahmen, Carlo Valtellina

Con la rete Closer, il lavoro nei Comuni della provincia e la futura estensione autunnale, Up To You prova a immaginare una diversa ecologia dello spettacolo dal vivo: meno verticale, più relazionale; meno fondata sull’evento come consumo, più sulla curatela come pratica di vicinanza.

Up To You, Ahmen, Carlo Valtellina

Forse la cosa più radicale di Up To You non è affidare un festival agli under 30. È obbligare adulti e giovani a restare abbastanza a lungo nello stesso spazio da dover negoziare uno sguardo comune. Il “noi”, allora, smette di essere una parola calda e rassicurante. Diventa una responsabilità. E, come tutte le responsabilità vere, non consola: mette al lavoro.

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