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Sulla Biennale di Massimiliano Gioni |
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L'attuale Biennale fa molto discutere. Abbiamo deciso di riservarle uno spazio apposito, cominciando con l'intervento di Adriana Polveroni. Dite la vostra ... segue
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Ritratto del curatore da giovane |
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Appuntamento con Luca Lo Pinto, curatore trentunenne e caporedattore di ‘NERO’, magazine dedicato all’arte e dintorni distribuito sia in Europa che negli Stati Uniti di Manuela Valentini ... segue
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La Lavagna |
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di Raffaele Gavarro In margine alla "Grande Bellezza", la nostra cultura, la Biennale di Venezia e il Padiglione Italia ... segue
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Reading room |
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L’opera contro di Ivan Fassio Tra gli anni Sessanta e Settanta, gli artisti mettono in atto la contestazione dei sistemi produttivi e comunicativi. E Mario Diacono ne traccia la strategia ... segue
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Scacco alla crisi |
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Da Firenze arriva un collettivo mobile, che usa sazi messi a disposizione dai cittadini. Questo e altro è Trial Version di Elisa Decet ... segue
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Vogue sì, ma senza scatti per la moda È ancora una volta la Galleria Sozzani ad occupare la scena della settimana milanese con la mostra “A glimpse at Photo Vogue”, parte del progetto fotografico Photo Vogue. di Caterina Failla ... segue
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i commenti alle notizie  |
Ecco i commenti dei lettori alle notizie, ai video ed ai blog di Exibart. Tutti possono inserire commenti e riflessioni in calce alle notizie del giornale. Si possono creare dibattiti, si può dire la propria opinione in accordo o in disaccordo con il giornalista che ha firmato l'articolo o con gli altri commentatori. Naturalmente tutti i commenti verranno vagliati dalla redazione che deciderà autonomamente e inappellabilmente se pubblicare o meno.
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44671 commenti trovati - pagina 1 di 1787
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19/06/2013
marina dacci
La Biennale di Gioni mi è piaciuta moltissimo: la più bella e linguisticamente complessa che io ricordi. È bello vedere che un quarantenne riporta alla vita un bisogno profondo e struggente di riconoscimento e di comprensione del mondo che travalica ogni barriera linguistica... qualcuno che è stato capace di arrivare al cuore... all'anima, per sentirsi “appartenente” .
Tutto passa dal corpo che diventa generatore di trasformazione di energia, chiave di percezione, appercezione e comprensione del mondo. Questo è per me una sorta di nuovo Rinascimento. E questa Biennale è un inno alla ricerca di senso, al di là dell'estetica.
Due parole sui Padiglioni e le mostre fuori Biennale: impeccabile quello olandese con Manders, commovente quello del Belgio, fortissimo quello di Israele, bello quello americano e quello dei Paesi Nordici. Ho trovato didascalico il Padiglione russo che tutti hanno declamato, poco interessanti quello tedesco e quello francese. Il Padiglione Italia era di un buon livello, soprattutto la sala Ghirri/Vitone, quella di Benassi/Baruchello e il lavoro della Grilli. Una perla il padiglione messicano.
Prada mostra per me macchinosa e quasi 'illeggibile' dal punto di vista museografico. Bella e d'impatto anche emozionale la mostra di Palazzo Grassi. Della mostra di Punta della Dogana mi e piaciuta soprattutto la messa in dialogo tra Minimalismo orientale e Arte Povera italiana.
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18/06/2013
ferdinando sorbo, Italia
Home Page: http://www.premioceleste.it/ferdinandosorbo questo tipo di sistema economico-sociale ormai globale.mitizza-sacralizza la copia artistica unica prodotta dal genio, attribuendole così un prezzo vergognosamente elevato,la genialità e la unicità devono avere un costo elevato per pochi privilegiati.....un vero e proprio feticismo per il godimento privato -visivo del ricco sceicco di turno.....in questa recensione anonima si nota un entusiasmo tipico di chi accetta questo modo d'essere economico-sociale-artistico come norma-dominio da non mettere in dubbio,anche perchè non si sputa nel piatto in cui si mangia,anche se si tratta solo degli avanzi della tavola....
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18/06/2013
Rosa Borroni, Montecchio Maggiore.Vi. Italia
Un manufatto , di qualsiasi origine, tecnica, grandezza e intenzione, è arte se è ARTE, cioè contiene ed esprime quella particolare tensione,
che lo rende altro da un prodotto artigianale o semplicemente ludico e creativo.
So che sembra un'affermazione lapidaria, poco articolata, ma questo è ciò che penso, credo e sento.
Il problema semmai è saper riconoscere questa tensione. Possono vederla solo altri(alcuni), artisti o quelle persone di sensibilità e cultura atte a captarla.Ugualmente questo è un momento irrinunciabile per la sperimentazioe, l'avventura, l'azzardo, la libertà di espressione. Questo momento storico confuso riguardo all'arte, ma formidabile per l'esplosione di qualsivoglia talento, magari ancora non ben definibile e definito.
Chi capisce davvero sono comunque un manipolo; il resto è spettacolo.
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17/06/2013
ZAIRA DATO, CATANIA/ITALIA
Mi sembra un'idea di chi sa pensare grande; la condivido pienamente. Mi piacerebbe che lo studio condotto da Politecnico e Comune, attraverso la procedura dell'ascolto delle comunità e delle categorie di cittadini interessate, costituisse una visione di base per un bando di concorso accessibile non solo alle engineering.
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17/06/2013
Irene
Credo che "La grande bellezza" sia un ottimo film per gli standard italiani e che descriva bene il momento che il paese sta attraversando, anche se forse è un po' di maniera e didascalico rispetto ad altri lavori dello stesso Sorrentino. Trovo che anche il Padiglione Italia sia molto in linea con il nostro tempo: ci sono rovine (Bartolini) e miserie (il blocco con l'oro da grattare di Golia), c'è l'ironia amara di Xhafa, la commozione a cui spingono i mattoni di Elisabetta Benassi, l'immaginario collettivo e la nostalgia di Favelli... E poi i punti di vista sempre validi di Ghirri e Mauri. Liquidare tutto così, in poche righe, non rende giustizia alla bravura dei nostri artisti, a cui viene finalmente data l'opportunità di mettersi in luce! Non capisco poi il discorso sulla sproporzione economica e sulle opere "fuori scala": siamo alla Biennale, mica alla mostra della parrocchia! Anche il lavoro di Anri Sala è monumentale, ma è probabilmente uno dei migliori visti in tutti i giardini.
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16/06/2013
Barbara pietrasanta, Milano italy
È l'arte, a mio parere, ad essere stata inglobata dagli altri linguaggi e non viceversa. Se è vero che l'arte è testimonianza del proprio tempo è vero che testimonia la sua assenza e la sua disfatta nella sua incapacità di affermare il proprio linguaggio. Ceduta alle lusinghe del mercato ha negato le sue potenzialità. 0
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16/06/2013
Nicola Vitale, Milano
Home Page: http://www.nicolavitale.come Bella la definizione di “arte sferica”, a tutto tondo, che ingloba tutto il possibile. Accanto alla sfera globale ricorda però anche il Blob che ingoia tutto e tutto trasforma in una gelatina informe che cresce. Emergono i mille motivi per cui qualcosa può essere considerata arte, ma che lascia affiorare il sentore che non lo si possa in realtà definire, in un momento dove parafrasando Duchamp, tutto potrebbe essere arte, come potrebbe non esserlo. Mi sembra rilevante nell’articolo l’interrogarsi sul rifiuto dell’estetico da parte dell’arte contemporanea, e il chiedersi dove sia finito. La domanda che appare innocente, non lo è affatto, pone in effetti una questione capitale: ammesso che l’arte contemporanea si stia trasformando in un Blob, forse l’estetico, il bello, può riportare un senso e una universalità? In effetti ci sono molte premesse che lasciano supporre che la strada sia quella, o meglio se la situazione non si sblocca, sarà necessariamente quella, intendendo ciò in un mutamento spontaneo, istintivo che non tiene più conto dei dogmi del contemporaneo (Nietzsche diceva: I nuovi valori nascono da sé una volta eliminato il mondo “vero” (la sovrastruttura intellettualizzata). Tra i massimi filosofi del Novecento hanno posto questo problema, oggi Emanuele Severino scrive: «quando la civiltà della tecnica avrà fallito, non rimarrà che l’arte e il bello, che sono sinonimi, perché un’arte non bella è un’arte difettosa». Una frase profetica ma con motivazioni profonde. In effetti siamo nel mezzo della crisi di una cultura che sembra arrivata alla sua determinazione finale, e si sta incominciando a non sperare più nell’onnipotenza dell’oggettivazione: la fallacia delle ideologie, l’insufficienza delle tecno scienze, che se risolvono problemi ne creano inevitabilmente altri (vedi dissesto ambientale, esaurimento delle risorse, competizione globale, crisi economica e crisi del soggetto) La fine della modernità di cui si parla da molto tempo, è determinata dall’essersi resi conto che per questa via non si arriva a eliminare tutti i problemi dell’umanità, che ritornano sempre sotto altre forme. Nell’arte contemporanea la questione è analoga, proprio nel rendersi conto che la rappresentazione (il linguaggio, lo stile, il contenuto) non può sostituire uno statuto ontologico più vasto, non può costituire il fondamento; rendersi conto cioè che l’estetica e la storia su cui si sono costituiti i paradigmi del contemporaneo non sono in grado di determinare un valore universale dell’arte.
D’altro canto è legittima anche la domanda dove è finito il bello oggi? E la risposta mi sembra anche corretta quando si rileva l’onnipresenza dell’intrattenimento superficiale e soggettivo. La nostra civiltà affidando tutto a una cultura dell’oggettivazione ha abbandonato la coltivazione del soggetto: a scuola si insegna la storia dell’arte e non a riconoscere il bello, così come sul versante religioso (che è l’altra questione cruciale) sono i precetti, i dogmi, la storia e la teologia ad essere in primo piano; non sicuramente le mistiche, i riti, la preghiera, per arrivare a sentire l’afflato cosmico da cui nasce ogni fede. Questo per dire che un uomo che pensa di risolvere tutto con la ragione non potrà che rimanere scisso tra una razionalità ipertrofica e una soggettività banale, dedita solo al puro divertimento.
Eppure nella nostra cultura rimane ancora una istituzione dove si coltiva il soggetto: l’esecuzione della musica classica (forse anche la danza classica). Al di là della conservazione di una cosa del passato, si coltiva anche la facoltà di percepirne l’atemporalità in cui risiede l’essenza, in quanto il bello trascende la storicità dello stile, anche se su di esso di appoggia necessariamente.
Qui ci troviamo a scoprire una cosa molto importante, che è difficile da accettare in un’ottica moderna, come sostiene Elemire Zolla: il bello è percepibile come valore intersoggettivo universale, solo grazie all’esercizio su forme canoniche (sempre Nietzsche: «Non attraverso la conoscenza, ma con l’esercizio e un modello noi diventiamo noi stessi»). Come nella musica classica suonando e risuonando gli stessi brani si arriva a percepire la qualità della musica e dell’esecuzione. Solo facendo e rifacendo le stesse forme si supera la loro storicità e si perviene all’essenza. Ecco perché le grandi opere del passato che riconosciamo come immortali emergono sempre da culture dove i modelli erano uniformati in modo più o meno rigoroso (Raffaello dipingeva come Perugino - e come molti altri - ma con una qualità superiore).
Dunque oggi il “bello” anche se fosse prodotto nell’opera di artisti (e lo è) la maggior parte di coloro che operano nell’ambito dell’arte contemporanea non lo riconoscerebbero, semplicemente perché si sono coltivati nel cercare un valore nell’oggettivazione del linguaggio e non nella soggettivazione della percezione estetica. Il contraddittorio è che non possiamo più per diverse ragioni accettare un modello fisso, ma il modo per superare il problema lo hanno trovato gli artisti che hanno fatto questo passo. Tra questi c’è David Hockney che da una decina d’anni ha mutato radicalmente le sue modalità espressive, qui risiede la grande novità del cambio di paradigma in cui siamo immersi. Tutto ciò è teorizzato in modo esplicito nel mio libro Figura Solare, (Marietti 2011) recensito qualche mese fa su queste pagine da Ernesto Jannini.
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16/06/2013
ducciodena
Il film di Sorrentino è illustrativo
e descrittivo, ma comunque mette in mostra la decadenza dell'occidente ormai irreversibile.
Nonostante ciò l'arte contemporanea continua a
vivere all'interno dello stesso paradigma
che si sta disfacendo. E la Biennale di quest'anno non fa eccezione. Pervasa da un senso
di vuoto,di nulla, dove emerge solamente
l'enfasi della burocratizzazione.
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16/06/2013
Luca Rossi
Home Page: http://whlr.blogspot.it/
Mi arriva notizia che Bartolomeo, curatore designato dell'ultimo Padiglione Italia, abbia nominato sua moglie come architetto del Padiglione; abbia nominato altri 14 curatori per curare una mostra di 14 artisti (15 curatori per 14 artisti di cui almeno due deceduti); abbia speso 28.000 euro per far arrivare uno chef da Roma; abbia avuto bisogno di 850.000 euro per fare la mostra, di cui 250.000 raccolti tramite donazione del pubblico. Tutto questo per una mostra che non è a fuoco, e dove anche buoni artisti vengono depotenziati dalle scelte curatoriali. Se passiamo alla Biennale di Massimiliano Gioni, capiamo subito che si finisce solo per parlare di Gioni e del suo progetto curatoriale, come se lui e solo lui fosse l'artista-regista. Tutti cadono in questa trappola, mentre non si parla delle opere, che sembrano sfumature, inutili e inconsistenti se prese singolarmente. La Biennale di Gioni è una grande installazione, è l'opera di Gioni.
Alla vicina Fondazione Prada, sempre a Venezia, si propone il re-make di una mostra del 1969, curata da ben tre persone. Guardando tutto questo mi sembra che il ruolo di artista, anche solo rispetto a quello di "curatore" (evidentemente ci sono tantissimi malati...), sia profondamente in crisi e profondamente debole. Tale ruolo, per come comunemente inteso, è anacronistico, e il centro dell'opera è altrove, forse da dove arrivano le pizze. Dell'opera non importa a nessuno. Come giustamente rilevato dall'ultimo film di Sorrentino (La Grande Bellezza) l'arte contemporanea sembra popolata da gente vuota e inutilmente eccentrica, mentre come "opera d'arte" sembra giustificabile tutto e il contrario di tutto; ed è vero ma servirebbe consapevolezza critica. Da quattro anni cerco di stimolare un confronto che possa spingere verso questa consapevolezza;mi interessa stimolare e innescare un confronto, non dirigerlo; non vorrei mai imporre sintesi, ma fornire tesi grezze, in attesa di antitesi che arrivano raramente; non mi sento certo un critico, un artista o un curatore, ma semplicemente uno spettatore attento, come evidentemente non ne esistono o ne esistono pochi. Tendenzialmente, vengo ovviamente censurato e ostracizzato, perchè in questo sistema servono persone deboli, che non devono pensare, manipolabili..in una parola mediocri. Ed ecco molti artisti odierni. Compresi quelli che stanno ancora "fuggendo" dagli anni 90, e stanno chiusi nel negozio con fuori il cartello del "torno subito".
Ma non credo che sia sufficiente criticare, anzi è fin troppo facile fare Gesù nel tempio che da buoni consigli. L'alternativa sta in una retroguardia. Un passo indietro, per vedere meglio le cose e avvicinarsi (senza poterla raggiungere) a quella consapevolezza critica di cui scrivevo prima. Tale consapevolezza permette di ritrovare il centro dell'opera, e di materializzarla oltre la dittatura delle pubbliche relazioni.
Un passo indietro equivale a precipitare. Una retroguardia che ti costringe a un precipizio, in cui non sai se cercare appigli o metterti in una posizione più aereodinamica. Uno spettatore che precipita.
A questo proposito vorrei mettere in relazione 4 progetti: ship for two japanese, opening, gagosian projetc e "Everything you..".L'ultimo in ordine temporale è "ship for two japanese". Mi accorgo solo ora dopo diversi giorni dalla sua presentazione, che potrebbero essere i resti di uno spettatore che precipita. L'opera è discesa, in modo logico e argomentato, da un dialogo con due ragazze giapponesi in fila per entrare nel Padiglione dei Paesi Nordici. Se il centro dell'opera è "altrove" non raggiungibile con i mezzi tradizionali, abbiamo pensato di invertire la logica di un mezzo tradizionale come la barca. L'opera vive una fibrillazione fra tre dimensioni: l'opera fruita da me e dalle due ragazze, forse da qualche altro spettatore; il vuoto che c'è ora davanti al Padiglione dei Paesi Nordici e la documentazione dell'opera che trovate più in basso su questo blog.
Gli altri tre progetti discendono sempre da questa immagine di uno spettatore che precipita. Forse il ruolo ,oggi, più vicino a quello di artista, come comunemente inteso.
Dopo gli anni 90, vediamo un istituzionalizzazione un professionismo del ruolo di artista. A questo fatto bisogna aggiungere sovraproduzione di opere e saturazione del linguaggio. E non esistono barriere all'entrata nè per fare nè per comunicare il proprio lavoro. Io posso chiudermi in questa stanza, fotografare, fare un portfolio e comunicarlo al mondo via internet. Questo ha paradossalmente depotenziato il ruolo di artista: servono altre figure, come il curatore, per caricare di ragioni, motivazioni e valore l'opera. Mi sembra significativo che Tino Sehgal abbia vinto il Leone d'oro. Un lavoro molto significativo che esiste solo in ragione del sostegno di luoghi(place) e pubbliche relazioni (rays), e fatto realmente di una materia fatta di luogo e pubbliche relazioni.
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15/06/2013
ludovico pratesi, roma
Il Palazzo Enciclopedico è la ragnatela di ansia che invade il nostro quotidiano. Come gli spettatori nella sala dei Giganti a palazzo Te dove, i fasti dei Gonzaga celebrati armoniosamente da Andrea Mantegna sono sostituiti da Giulio Romano con i tronchi di colonne spezzate, assistiamo sgomenti al crollo di ogni sicurezza, ed elaboriamo, come animali braccati nella savana, strategie di sopravvivenza. Il cibo, la natura, la politica, la genetica, la tecnologia ci proiettano nella sfera dell’artificiale, dalla quale solo il sogno può salvarci. Ma in questi giorni sconnessi anche i sogni si trasformano presto in incubi, ossessioni, manie, follie e incantesimi, e le immagini del palazzo Enciclopedico ci crollano addosso all’interno dei padiglioni nazionali, dove l’armonia misurata e segreta di ritratti e pale d’altare è mutata in ambienti pervasi da un senso di catastrofe imminente. Come bloccare lo sfarzo incontenibile dei plutocrati russi, se non traducendolo in una parodia mitologica, si domanda Zacharov, mentre Jeremy Deller fa scaraventare lo yacht di Abramovic da un William Morris redivivo? Quale bizzarria della genetica permette ad un tronco di farsi corpo di gigante ferito ritrovato in un abisso, si chiede Berlinde de Bruyckere, vicino ai cumuli di pietre, sabbie e vetri che compongono il paesaggio di rovine di Lara Almarcegui? Mark Manders tiene pressati i materiali della scultura con cinghie e tiranti, Anri Sala riflette sulla possibilità di trasformare un handicap fisico in un diverso modo di comporre musica, e Mathias Poledna svela la strategia di potere celata dalle immagini di un cartone animato in stile Walt Disney negli anni Trenta. Gli 800 sgabelli di legno raccolti da Ai Wei Wei sono tracce della cultura cinese spazzata via dalla Rivoluzione, così come gli archivi fotografati da Dayanita Singh saranno ben presto sostituiti da banche dati informatici.
Perfino i ragazzi che emettono suoni disarticolati nelle performance di Tino Seghal sembrano persone in stato di trance o in preda ad attacchi epilettici, quasi per farci riflettere su patologie neurologiche sempre più frequenti come gli attacchi di panico o le fasi acute della depressione. Nella dimensione museale e perfetta di questa Biennale, una delle più intense e interessanti degli ultimi decenni, si nasconde la stessa cupio dissolvi della camera dei Giganti di Giulio Romano. In un mondo travolto da una trasformazione che sembra infinita, ci sarà possibilità di salvezza?
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15/06/2013
doattime, cuneo
Home Page: http://doattime.blogspot.it/ Il Sig.re M.Gioni con un budget molto limitato ha fatto una scelta intelligente e funzionale, confezionando una mostra con cose non troppo sovraesposte (anche se molte ben inserite nel sistema in crescita in questi ultimi anni, conferma l’attuale ArtBasel che già ottimizza la proposta).
La storia del curatore che primeggia mi pare un fatto assodato da almeno un decennio per cui non ci vedo nulla di nuovo, forse la capacità di giostrarsi sempre di più sulle derive dell’arte mi pare un fatto in forte crescita e da mettere in risalto.
Il mercato non piacerà ma senza di esso non ci sarebbe più l’arte, che esiste proprio per alimentare questo mercato. Oggi il concetto di arte è tenuto in vita per una “filiera” di prodotto che è ben struttura.
Tanto più quando come è successo in questa biennale si allontana lo sguardo da chi professa la professione di artista a vantaggio di “proposte” marginali, più facilmente gestibili da operatori commerciali.
Che tutto questo rimanga negli annali non saprei già dopo alcuni giorni, passeggiando per Basilea la mente viene rapita da cose più forti e pregnanti, soprattutto da una forza “visionaria” che nel suo complesso la Biennale di Gioni sfiora ma non raggiunge.
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15/06/2013
Cecilia Perrozzi, Milano, Italia
Gentile Adriana Polveroni,
leggo volentieri i suoi editoriali e dopo la lettura di questo articolo sono ancora più certa della qualità della sua linea editoriale e delle sue idee sull'arte e sul sistema dell'arte che condivido pienamente.
Avevo in programma di visitare la Biennale in autunno, e dopo la lettura del suo articolo spero che l'autunno arrivi presto.
Cordiali saluti
Cecilia Perrozzi
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15/06/2013
Silvano Manganaro
Devo dire che questo è l'articolo sulla Biennale che mi trova maggiormente d'accordo. Altri approcci rischiano di essere troppo "novecenteschi". Dove Gioni indica un andare alle radici del "fare arte" (fatto di ossessioni e sistematizzazioni, impulsi inconsci o spiritualistici), molti hanno visto solo il culto dell'irrazionale, della visione surrealista e, in altri casi, pura furberia da giovane curatore rampante. Gioni si è interrogato sul perché delle immagini (archetipiche?); non a caso jung è una delle chiavi di lettura. Non il caos tipico delle biennali o fiere sparse per il mondo ma un momento di pausa... per ripartire.
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15/06/2013
Cornelia Lauf, Germany/U.S./Italy
Dear Adriana, Nice article, and thank you for soliciting responses. Everything I have to say about art -- and any Biennale -- is represented in the show "A Very Light Art," at Ca' Rezzonico, in Venice. Sponsored by the Musei Civici Veneziani, and C. Tognon, a Venetian gallery. Featuring Airo, Arienti, Favelli, Ontani, Orozco, Wyn Evans, and Zoberng. Baci from Rome, Cornelia
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14/06/2013
Paola Ugolini, Roma
Massimiliano Gioni è stato bravissimo e concordo con te Adriana, questa Biennale rimmarrà scolpita nella storia delle biennali come un punto di svolta, di violenta sterzata, di ripensamento globale...una mostra allestita in maniera impeccabile, anzi io di mostre allestite così perfettamente forse non ne avevo mai viste, un'esposizione apparentemente complessa ma di facile lettura grazie alle schede perfette, esaurienti e talvolta affascinanti (alcune storie per me rimngono indimenticabili) che corredavano ogni lavoro, un piacere leggerle per entrare in un mondo parallelo dominato dall'ossessione. Il nostro mondo è in crisi, i valori a cui ci siamo tutti, chi più chi meno, aggrappati per dare un senso e anche uno scopo alla vita si sono come disciolti. Il pensiero illuministico razionale ha perso e, da sempre, l'essere umano nei momenti di passaggio, di incertezza e di perdita dei punti di riferimento si rifugia nell'irrazionale, nel metafisico, nei sogni e nelle utopie. Marino Auriti, ormai famosissimo, era un utopista, un folle epitomo di Diderot e D'Alambert che ha provato ad immaginare un luogo dove raccogliere fisicamente lo scibile umano, in una sorta appunto di Palazzo Enciclpedico che è la rappresentazione tattile, muscolare, viva dei volumi dei suoi predecessori francesi.Niente sembra darci più fiducia e se Marx è morto certamente Dio non sta meglio travolto e calpestato da una curia che sprofonda negli scandali a base di sesso e denaro, i credi monoteisti non sembrano dare più risposte convincenti e quindi perchè non trovare una via alternativa in una sorta di a-religiosità primitiva e animista? L'arte contemporanea è appunto sferica, globale, tutto introietta e tutto tocca e mette in cortocircuito, l'arte è religione e la religione può certamente essere una forma d'arte. La scrittura automatica, i disegni fatti in trance, le visioni extrasensoriali dipinte da esseri umani che parlavano con gli angeli. Qualcuno ha detto che in questa Biennale gli oggetti prevalgono sulle forme...si forse si, gli oggetti sono tanti, tantissimi, casette di bambola, casette utopiche, architetture fantastiche, disegni fatti con il fumo, bambole-bambine dallo sguardo inquietante, statuine di terracotte, bandiere rituali, diari, fotografie, ma la risposta forse è proprio questa, la crisi è la risposta, il sincretismo culturale e certo si, la forma e l'opera non possono che essere granitiche risposte. Poche forme, poche opere ma che svettavano come giganti come ad indicarci un cammino, e lungo la strada la nostra follia che si disperde in mille risposte ad una sola domanda, e tutte le strade sono valide, come forse tutte le risposte. Forse dovremmo abbandonare le cose alla loro solitudine per valorizzarle o forse è bene immergersi dentro questo mondo di cose, di immagini, di stimoli, di sensazioni per uscire da troppi percorsi già segnati, già battuti, già vecchi. Grazie Massimiliano per questo tuo enciclopedico lavoro di archiviazione, catalogazione, ricerca, esposizione. Secondo me hai aperto uno squarcio. Il mercato ne approfitterà??? chi se ne importa, l'opera d'arte è un dispositivo di senso ma anche una merce e in questo non c'è nulla di male.
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14/06/2013
Paola Ugolini, Roma
Caro Raffaele, ho letto con piacere le tue riflessioni che condivido in pieno. Sono andata a vedere il film di Sorrentino da sola corca una settimana fa cercando di non farmi influenzare dalla mole di plausi e di critiche che, dalla sua uscita in sala, ho letto e ascoltato...è stata un'esperienza piuttosto forte perchè anche io ho avvertito fortissimo, e fin dall'inizio, il senso di morte che aleggia per tutta la durata della proiezione. Jep è un cinico disilluso che non può più fare a meno di partecipare a dei riti che ormai annoiano anche lui, che riesce a trovare un pò di verità solo nel tragico e fugace raporto con Ramona, una Ferilli in stato di grazia, forse ancora più disillusa di lui ma ancora capace di stupirsi davanti alla bellezza. E' vero non siamo più un popolo di calciatori forse solo di puttane, con tutto il rispetto per un lavoro che reputo socialmente utile e per il quale, se non fossimo un paese finto cattolico, auspicherei una regolamentazione come quella dei paesi bassi. Che dire caro Raffaele e caro Ludivico, gli errori si pagano e tutti quelli macroscopici commessi da circa 50 anni dai nostri ciechi politici oggi li paghiamo con lacrime e sangue. Gli ultimi 20 anni sono poi stati addirittura osceni moralmente, intellettualmente ed esteticamente e il risultato lo abbiamo sotto gli occhi, la volgarità è diventata un modo di essere e l'educazione una lampante prova di debolezza...tutto sbagliato...come si può costruire qualcosa in un paese dove vince chi è più ladro o più furbo o più puttano?...Per quanto riguarda la Biennale di Gioni a me è piaciuta moltissimo, come tu ben sai, l'ho trovata perfetta per descrivere questo nostro particolare momento storico e ho sentito aleggiare anche li, specialmente all'arsenale, un senso di morte, di fine, di punto di non ritorno. Ho amato la follia di Gioni che ha fatto dell'ossessione il fulcro della sua ricerca estetica e mi sono persa nella follia dei tanti che hanno passato la vita a disegnare architetture fantastiche, case di bambola, inquietanti bambole dall'aspetto pre-adolescenziale, diari, collezioni, feticci, memorabilia, riti voodo e disegni fatti in stato di trance. Forse il positivismo, il cartesianesimo sono davvero modelli non più in grado di fornire certezze e da sempre gli esseri umani si sono rifugiati nell'irrazionale per dare un senso a un presente che il senso lo ha perso.
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14/06/2013
Savino Marseglia
Non si può pretendere di più da questa biennale di artisti addomesticati al potere curatoriale di turno..., da coloro che hanno un potere enciclopedico...
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14/06/2013
Raffaele Gavarro, Roma
Caro Ludovico, terra di puttane (o meglio di escort) lo siamo di sicuro, ma di calciatori molto meno. Siamo ottavi nella classifica mondiale della Fifa, mentre nelle competizioni internazionali per club veniamo abbondantemente dopo Germania, Spagna, Inghilterra e Francia. Ma a parte l’ormai perduta gloria del calcio, la questione che riguarda davvero l’arte ma anche la cultura in generale ha a che fare con una domanda che dobbiamo farci ora: a che serviamo? Il nostro lavoro è utile e in che modo al tempo e al luogo in cui siamo? Domande che sono collegate e dipendenti da quelle solo apparentemente più complesse che chiedono cosa sia l’arte oggi e quale il suo ruolo.
Citi l’arte del passato, a cui se vuoi aggiungo il paesaggio. È vero, si tratta di risorse straordinarie, che come sai bene garantiscono una parte non così secondaria della nostra economia, ma che stanno visibilmente e inesorabilmente degradando. E se quello che è una risorsa reale non viene stimata e valorizzata nella maniera che è necessaria, cosa possiamo attenderci noi? Nulla. Come infatti è. Guardando i numeri sui bilanci del Mef e del Mibac si fanno scoperte interessanti, di cui qualcosa ho riportato nella mia pagina FB - ma sui quali cercherò di scrivere su queste pagine in modo più completo quanto prima - e cioè che se le risorse per la cultura sono in generale in costante calo, per l’arte contemporanea spesso trovi caselle vuote nelle tabelle. Senza alcuna cifra. ZERO.
Ecco tanto per non farla troppo lunga, io credo che solo se sapremo farci le domande giuste e soprattutto darci le risposte necessarie torneremo ad essere utili e ad avere un ruolo nel nostro paese e nel mondo. In un momento di tale gravità, spero davvero chiara per tutti, non possiamo sottrarci a questo tipo di riflessioni, da cui le soluzioni sono imprescindibili.
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14/06/2013
ludovico, roma, italia
Caro Raffaele,
condiviso le tue osservazioni, e anche il drammatica chiusa. Forse abbiamo toccato il fondo, è vero, ma la nostra storia dell'arte (che, diceva luciano Fabro, è l'unica storia d'Italia) ci ricorda tutti i giorni con monumenti che non hanno pari al mondo, quello che siamo stati per secoli, anche nei momenti più bui. Loro sono lì, non li abbiamo distrutti, ed è grazie a loro che ogni giorno migliaia di turisti si riversano nelle nostre città, e non solo quelle d'arte. In fondo è la nostra unica, vera risorsa che il mondo ancora ci riconosce. E allora, perchè non si riparte da lì? E' presto detto, ai nostri politici la cultura non ha mai interessato, tantomeno adesso. Balotelli nell'Italia del 2013 è molto, molto più popolare di Pasolini, Dante o Leonardo da Vinci, nonostante Dan Brown. Se Enrico Letta ha definito il rito nell'abbazia di Spineto (gioiello del romanico toscano dell'XI secolo) "fare spogliatoio" vuol dire molto. Se Marino per essere popolare deve dire alla folla "Daje" vuol dire tanto. Ricordi che negli anni Settanta si diceva del sottosviluppato Brasile "terra di puttane e calciatori" ora le cose si sono invertite: il Brasile d'Europa siamo noi, "terra di puttane e calciatori". Per risalire si può soltanto puntare sul rilancio della cultura, non come tutela ma come veicolo di innovazione.
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14/06/2013
G. Calamita, Bari/ITALIA
Home Page: http://www.twitter.com/cypherinfo Con una foto del mio lavoro fotografico completo sulla edizione della biennale dei giovani del mediterraneo del 2008 ho vinto un concorso fotografico: http://www.fondazioneconilsud.it/news/leggi/2010-05-11/fare-sud-insieme-il-mezzogiorno-e-la-sua-gente/
Il mio è stato il primo lavoro fotografico completo ed il primo gruppo su flickr sulla biennale de giovani del mediterraneo: http://www.flickr.com/groups/exhibit_biennale_bari_2008/
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13/06/2013
Luca Rossi
Home Page: http://whlr.blogspot.it/ A mio parere non c’è nulla da fare, l’artista (che sia INSIDER o OUTSIDER) è debole e anacronisctico, per come comunemente inteso. Questo anacronismo è ben più forte in Italia, dove c’è quindi la possibilità di fare qualcosa. Ma per fare qualcosa non si devono fare passi avanti ma passi indietro.
E invece questi eventi vorrebbero riaffermare un ruolo di artista anacronistico, che parla con un altro artista (più conosciuto) dentro ad un museo e sponsorizzato da una fondazione. Oggi è il contorno e il curatore che prevalgono e fanno l’artista e l’opera. Guardiamo il Leone d’oro Tino Sehgal è l’esempio estremo di questo. Non ci sono didascalie, non c’è documentazione, l’opera esiste solo in ragione di pubbliche relazioni e luoghi (place+rays=..plays-..)
Guardiamo il Padiglione Italia 15 curatori per 12 artisti viventi e come architetto la moglie del curatore. Guardiamo la Biennale di Gioni: si parla solo del progetto di Gioni, le opere si perdono come sfumature che prese singolarmente non hanno alcune forza. L’artista sembra solo e solamente Gioni con una grande installazione.
L’artista comunemente inteso deve fare un passo indietro e diventare uno “spettatore che precipita”, come sto facendo io da quattro anni. Uno spettatore attento, che semmai tiene un blog, che cerca di porsi domande, che cerca un rapporto con un pubblico sempre più assente, che cerca di stimolare un confronto sulle opere che è inesistente. Vi invito a questo dialogo per approfondire meglio: http://whlr.blogspot.it/
Dopo gli anni 90, vediamo un istituzionalizzazione e un professionismo del ruolo di artista. A questo fatto bisogna aggiungere sovraproduzione di opere e saturazione del linguaggio. E non esistono barriere all’entrata nè per fare nè per comunicare il proprio lavoro. Io posso chiudermi in questa stanza, fotografare, fare un portfolio e comunicarlo al mondo via internet. E divento l’ennesimo artista. Questo ha paradossalmente depotenziato il ruolo di artista: servono altre figure, come il curatore, per caricare di ragioni, motivazioni e valore l’opera. Mi sembra significativo che Tino Sehgal abbia vinto il Leone d’oro. Un lavoro molto significativo che esiste solo in ragione del sostegno di luoghi (place) e pubbliche relazioni (rays), e che è fatto realmente di una materia fatta di luogo e pubbliche relazioni.
Ripsetto a questa ammucchiata di opere e progetti, dove tutti vogliono fare l’artista e non c’è un pubblico vero, l’artista deve buttarsi (in prospettiva suicidarsi) e precipitare, diventando appunto uno spettatore che precipita. In questo modo riesce a bypassare un sistema debole vestendo tutti i ruoli del sistema. In Italia gli artisti sono deboli perchè il sistema è debole e immaturo da 20 anni.
Credo che una progettualità concreta, che discende da questo ruolo di “spettatore che precipita”, stia nell’opera “Ship for two japanese” presentata a questa Biennale davanti al Padiglione dei Paesi Nordici: http://whlr.blogspot.it/2013/04/a-ship-for-two-japanese.html
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12/06/2013
Antonio M., Palermo
il fatto che si possa essere all' interno di una collezione museale non e' necessariamente garanzia di merito, non in un paese come l' Italia; lo stesso principio vale per la Gam, che piuttosto sembra essere vagamente in odor di conflitto di interessi... : il comitato di tale istituzione, sarebbe auspicabile esser costituito Solo da membri super partes che non abbiano coinvolgimenti con attivita' a scopo di lucro...per di piu'nella stessa citta'!
Sono i soliti vecchi giochi ... lo stesso principio per cui le cose vanno spiegate in privato...
Tornando alla mia critica, credevo che il lavoro di un artista fosse il risultato di una precisa ricerca e non una ricerca di giustificazioni al proprio lavoro ! Le idee e i concetti spiegati sono tanti, diversi fra loro e sembrano piuttosto approssimativi... Cio' induce a pensare che dietro quella serie di lavori non ci sia una reale consapevolezza e un autentico coinvolgimento dell' artista nella sua ricerca. .. sembra piuttosto un voler cercare il compiacimento del pubblico a tutti i costi saltando qua' e la' per operazioni " sensazionalistiche" che pero' risultano oltre che fine a se stesse, gia' di per se' piuttosto datate . ..la storia ci insegna che dietro i pensieri di " rottura" ci sono persone fortemente motivate da questioni sociali e politiche , che hanno perseguito un pensiero critico e autentico, sempre, sempre, culturalmente ben supportato. Le parole come i concetti destinati a divenire pensiero ( anche se impopolari) portano in se' un' etica che appartiene al pricipio stesso di condivisione e devono essere usati con consapevolezza.
Altrimenti ancora diranno che gli artisti sono rozzi e ignoranti.
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12/06/2013
adriana polveroni
Cara Catherine, le news sono fatte da Matteo Bergamini, tranne quelle che recano la firma di altri collaboratori. Temo siano altri, semmai, i problemi per diventare una grande rivista o meno, che non mettere ogni volta la firma o la sigla di Matteo. Grazie del commento, comunque, che è occasione per chiarire quello che dal colophon e da altre fonti immaginavo fosse già evidente da tempo.
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12/06/2013
exibart
Cara Donatella, spesso segnaliamo iniziative, premi, bandi e concorsi per artisti attraverso le nostre speednews. Alcune manifestazioni non si costruiscono per bandi, ma le call libere più interessanti le troverà sempre annuciate da Exibart. Saluti
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11/06/2013
antonella
un grande passo sinoinimo di civiltà avanzata, alla difesa dei piccoli e grandi autori del domani.
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