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Le immagini lavorano ancora

   
 Al MAST di Bologna un nuovo capitolo per raccontare il rapporto tra fotografia e industria. Testimoniando l'esigenza di sostenibilità e l'urgenza del profitto  Leonardo Regano 
 
Le immagini lavorano ancora
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"È grazie alla forza delle immagini che col tempo potranno compiersi le vere rivoluzioni”,  scriveva André Breton. E le immagini raccolte nella Collezione della Fondazione MAST sono esempi calzanti di questa forza celebrata dal poeta francese. Ce lo ricorda la mostra, intitolata proprio "La forza delle immagini” con la quale l'istituzione bolognese riafferma la sua ricerca sull’icona contemporanea e il mondo dell’industria. L’intento del curatore, Urs Stahel, è quello di  tracciare una precisa iconografia del lavoro in fabbrica, delineandone gli aspetti e le implicazioni politiche, sociali ed economiche. 
Ne esce un ritratto dissociato del mondo contemporaneo, una società che resta inesorabilmente spaccata da più di un secolo tra l’esigenza di un progresso sostenibile e l’urgenza del maggior profitto economico raggiungibile. Stahel costruisce una mostra che, nel continuo rimando di immagini discordi, si delinea come «Un’epopea visiva, una danza di visioni del mondo del lavoro, una pletora di impressioni dell’industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione, della società usa e getta», come egli dichiara. 

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Thomas Struth (Geldern, Germania, 1954) Laminazione a caldo, Thyssenkrupp Steel, Duisburg, 2010 Hot Rolling Mill, Thyssenkrupp Steel, Duisburg, 2010 C-print 171,4 × 202,4 cm © Thomas Struth, 2017 

Tra i documenti più antichi esposti ci sono le 64 collotipie in bianco e nero realizzate da Germaine Krull tra il 1927 e 1928:  le innovazioni dell’industria siderurgica sono raccontate dall’obiettivo della fotografa polacca attraverso suggestioni visive in linea con il clima surrealista nel quale operava; sullo stesso argomento si confrontano Berenice Abbott, Nino Migliori, Takashi Kijima e Kiyoshi Niimaya: in queste immagini si delineano gli albori dell’industria moderna, mettendone in luce la potenza e l’innovazione. L’industria di oggi è invece raccontata anche attraverso la bellezza della sua architettura. 
Agli scatti degli immancabili coniugi Becher, che si focalizzano sull’intricata trama dei condotti di areazione di uno stabilimento chimico vicino Colonia, si affiancano i lavori più recenti di Henrik Spohler, del duo di fotografi americani Jeremy Floto e Cassandra Warner, di Edgar Martins e Thomas Struth. Ma la descrizione della macchina e del suo fascino termina presto. La denuncia delle devastazioni ecologiche e sociali che segnano le nuove economie emergenti, ci riportano alla realtà e alla contropartita di tanta innovazione. 

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Yutaka Takanashi (Shinjuku, Giappone, 1935) Shinjuku Station, Shinjuku-ku, dalla serie "Toshi-e”, 1965 Shinjuku Station, Shinjuku-ku, from the series "Toshi-e”, 1965 Stampa ai sali d’argento Gelatin silver print 20,7 × 30,7 cm ©Yutaka Takanashi, courtesy | PRISKA PASQUER, Cologne 

Di rara bellezza l’installazione di Jim Goldberg, intitolata Mezzogiorno di Fuoco, del 2007. Ritratto al centro della discarica di Dhaka, in Bangladesh, un uomo, scalzo, tiene salda tra le mani una carcassa di capra. Tutto attorno a lui nient’altro che rifiuti, quel che resta dell’euforia consumistica di un Paese in crescita che non ha le risorse per controbilanciare tanta modernizzazione. Alle trasformazioni ambientali fanno eco gli effetti che il lavoro moderno produce sulla vita dei lavoratori, sulle loro abitudini e sul loro fisico, raccontate nella serie Nel West Americano a cui lavora Richard Avedon agli inizi degli anni Ottanta; sulla stessa linea le immagini dei manager giapponesi costretti ad ammassarsi ogni giorno nei lori viaggi in metropolitana per raggiungere il loro ufficio, immortalate da Yutaka Takanashi. Una descrizione veloce di un percorso di mostra complesso e alterno, che nella dualità del suo impianto non prende una posizione netta sullo sviluppo industriale – favorevole o negativa essa sia – e ci porta a domarci se l’obiettivo perseguito non sia proprio quello di lasciare l’osservatore disorientato e confuso. Una risposta al riguardo ce la fornisce lo stesso curatore nel testo che accompagna la mostra, in cui precisa come "La forza delle immagini” nasca come omaggio all’idea di archivio e alla complessità dell’atto collezionistico, spesso perseguito con un ordine di difficile lettura per chi vi è estraneo. Ma d’altronde, citando il titolo dell'ultima edizione di Fotografia Europea a Reggio Emilia, anche la collezione del MAST è composta da "Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro”.  

Leonardo Regano

 


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