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Arte Povera: gli scatti di Mussat Sartor raccontano una stagione irripetibile
Fotografia
La fotografia osserva e racconta l’arte. Il fare arte, la quotidianità dell’arte, la convivenza tra i luoghi e le opere d’arte. Sono gli scatti di Paolo Mussat Sartor, testimonianza preziosa sui protagonisti dell’Arte Povera, che dialogano con alcune loro opere nella mostra alla Galleria Gracis di Milano, OBIETTIVO, ARTE POVERA. Un viaggio nell’arte dal 1968 (in corso, fino al 30 aprile). Si viaggia dentro quel movimento che è stato una della più importanti rivoluzioni nell’arte contemporanea e se ne respira la forza. Infatti, oltre alle immagini, sono esposte delle opere di alcuni artisti fotografati donate come pagamento al fotografo torinese che li ha seguiti per molti anni, diventate poi parte della sua collezione personale. Sono quelle di Giovanni Anselmo, Giulio Paolini, Giuseppe Penone e Michelangelo Pistoletto. Perché Paolo Mussat Sartor compie i primi passi come fotografo nella galleria di Gian Enzo Sperone a Torino, sua città natale, nel periodo della sua massima attività tra il 1968 e il 1975, grazie all’amico Tucci Russo che lo introduce nell’ambiente. È così che entrano nel suo obiettivo i principali artisti di quella “età dell’oro” della creazione: Luciano Fabro, Eliseo Mattiacci, Mario Merz, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Emilio Prini, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio. Ne diventa il testimone per capire senza giudicare: Mussat Sartor cercava infatti inquadrature che restituissero l’idea concettuale dell’opera, il rapporto con lo spazio e con i materiali e anche il processo creativo, non solo il risultato finale.

Il suo ricchissimo archivio di immagini quindi ci restituisce dei preziosi documenti per capire quel periodo, le relazioni tra gli artisti e i galleristi, tra gli artisti e alcune delle opere che sono capitoli di storia dell’arte in sintesi. Le sue fotografie sono fondamentali anche perché molti lavori dell’Arte Povera erano realizzati con materiali fragili o destinati a deteriorarsi, di cui la documentazione fotografica è spesso l’unica memoria rimasta. «Era una fotografia “ragionata”, che cercava di rispecchiare l’idea del lavoro. Ma questo avviene in tutte le mie fotografie, dai ritratti ai paesaggi: cerco di rispettare il soggetto, cerco sempre un dialogo, anche solo mentale, con ciò che fotografo. Cerco di capire senza spettacolarizzare, senza sconvolgere, senza spingermi oltre», spiega Mussat Sartor. Ecco allora i «poveristi» in 30 foto che certo non scrivono tutto il romanzo di una fondamentale avventura culturale sancita da Germanio Celant, ma sono pagine quasi mitiche. C’è Alighiero Boetti, con Oggi è venerdì ventisette marzo millenovecentosettanta, un lavoro che riporta uno dei temi centrali della sua ricerca artistica: il rapporto tra linguaggio e tempo è una data, scritta per esteso in italiano. Jannis Kounellis è presente con la foto di una delle sue tre installazioni dal titolo Fuochi esposta (e fotografata) alla Galleria Sperone a Torino nel 1970. Anche questa è una delle opere chiave dell’Arte Povera: c’erano fiamme vere che uscivano da tubi metallici stesi sul pavimento, il fuoco aveva sostituito il colore nel disegnare sulla parete della galleria. Odio su muro di Gilberto Zorio è fotografato mentre l’artista sta scrivendo la parola Odio su una parete: un’azione materiale e chimica con la vernice, che si trasforma anche in un evento fisico.

Tra le altre foto di lavori importanti c’è anche Lo spirato di Luciano Fabro, che l’autore descriveva «come una scultura in cui il lenzuolo trattiene la forma del corpo, ma il corpo si è “sfilato”. Quindi l’opera rappresenta la presenza di un’assenza». C’è anche Torsione, di Giovanni Anselmo, che fu presentata nel 1969 alla Sonnabend Gallery di Parigi, uno degli spazi internazionali che contribuì a diffondere l’Arte Povera fuori dall’Italia. Nell’opera il tessuto viene attorcigliato (torsione) e bloccato tra due blocchi, generando una tensione fisica reale. Tra le immagini si trovano anche molti ritratti: a partire da quello rarissimo (perché non amava farsi fotografare) di Gino De Dominicis, con il suo viso incorniciato da uno schermo televisivo realizzato a Documenta V a Kassel nel 1972; c’è Giulio Paolini nel suo studio a Torino, la coppia di artisti inglesi Gilbert & George con Gian Enzo Sperone e Giulio Paolini, a Torino alla Galleria Sperone, Mario Merz ritratto ad Agliè, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Giovanni Anselmo e Giuseppe Penone.

Per approfondire il lavoro di questo fotografo, la Galleria Gracis ha deciso di mettere in mostra anche la serie inedita Viaggi. Sono immagini che Paolo Mussat Sartor ha scattato dall’abitacolo dell’auto tra gli anni ’70 e ’90, quando attraversava l’Europa per documentare mostre e artisti con una Minox, una macchinetta tascabile che portava sempre con sé. Una sorta di appunti visivi sui paesaggi, le situazioni che incontrava come nomade dell’arte. Ma il percorso di studio di questo autore così curioso e prolifico è solo all’inizio. In 50 anni di attività, Mussat Sartor ha realizzato migliaia di foto che sono pronte per essere viste a voler aprire infinite pagine sull’arte contemporanea che non smetteremmo mai di leggere.








