03 maggio 2026

Other Identity #202, altre forme di identità culturali e pubbliche: Loredana Denicola

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Other Identity è la rubrica dedicata al racconto delle nuove identità visive e culturali e della loro rappresentazione, nel terzo millennio: la parola a Loredana Denicola

Steven, il falegname "I am your mirror" 2014 Fotografia analogica in bianco e nero, Mamiya 6x7 (120mm) Dimensioni: 30.48 x 40.64 cm – 12x16 inches

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Loredana Denicola.

RITRATTO

OTHER IDENTITY:  Loredana Denicola

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«L’arte, per me, è un mezzo attraverso il quale esploriamo e riveliamo la complessità dell’identità umana. Nel mio lavoro, ogni azione, dalla fotografia, al disegno o alla scrittura è un incontro tra l’osservatore e l’osservato, tra il pubblico e il privato. Mi interessa l’idea che, nel catturare un istante presente, non stiamo solo documentando un’immagine che diventa passato, ma rappresentando anche un dialogo tra l’interiorità dell’individuo e la società. Attraverso la lente fotografica, cerco di indagare le storie intime, le emozioni represse e i desideri nascosti dell’umanità, con l’obiettivo di dare voce a quegli aspetti di noi stessi che spesso rimangono in ombra o invisibili e che molte volte non vogliamo conoscere perché abbiamo paura delle nostre fragilità.

L’identità diventa così un territorio fluido, che si modifica con ogni scatto; in questa rappresentazione continua e spettacolarizzata del nostro essere, il medium artistico diventa uno strumento di auto-scoperta e connessione umana. Fotografo e do attenzione a ciò che è apparentemente invisibile e lo porto alla luce, creando uno spazio in cui il pubblico può riconoscersi e mettersi in discussione. La fotografia, quindi, per me, è sia specchio che finestra: uno specchio che riflette chi siamo e una finestra che apre nuove prospettive su chi potremmo essere».

Abdul, come Jane Fonda “I am your mirror” 2014 Fotografia in bianco e nero, Leica 35mm Dimensioni: 30.48 x 40.64 cm – 12×16 inches

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«La mia identità all’interno dell’arte contemporanea si configura come una ricerca costante e interattiva, un dialogo aperto che esplora le dinamiche dell’identità e della soggettività. Rifiuto categorie fisse o interpretazioni univoche, scegliendo di indagare le tensioni e le intersezioni che emergono quando l’arte diventa un mezzo di introspezione e connessione umana. Attraverso l’uso della fotografia, del video e del testo, il mio lavoro si pone come un invito a esplorare e rivelare le complessità delle esperienze personali, creando una dialettica tra l’osservatore e l’osservato.

Ogni interazione artistica si trasforma in una riflessione profonda, in cui il concetto di identità si manifesta non come una costruzione stabile, bensì come un processo fluido e in continua trasformazione, capace di disgregare e riformulare percezioni preesistenti. In questo modo, il mio approccio all’arte non è mai puramente rappresentativo, ma piuttosto un mezzo per interrogare e problematizzare i confini tra l’individuale e il collettivo, tra l’effimero e il permanente, tra il visibile e l’invisibile».

James, l’uomo d’affari “I am your mirror” 2014 Fotografia analogica in bianco e nero, Mamiya 4×5 (120mm) Dimensioni: 30.48 x 40.64 cm – 12×16 inches

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«L’importanza dell’apparenza sociale e pubblica, nel contesto del mio lavoro, è un tema complesso. Attraverso la mia pratica artistica, esploro come le immagini e le narrazioni che costruiamo di noi stessi e degli altri influenzino non solo le nostre identità individuali, ma anche le dinamiche sociali più ampie. In un mondo in cui l’immagine è spesso privilegiata rispetto alla sostanza, mi interessa interrogare le maschere che indossiamo per navigare nella vita quotidiana. L’apparenza può fungere da strumento di connessione e comunicazione, ma può anche diventare una barriera, creando distanze e fraintendimenti. Nel mio lavoro, utilizzo la fotografia, il video e il testo per mettere in luce le complessità dell’identità, rivelando le fragilità e le contraddizioni che spesso si celano dietro le rappresentazioni pubbliche.

In questo senso, l’apparenza sociale diventa non solo un oggetto di studio, ma anche un mezzo per riflettere sulla verità e sulla vulnerabilità umana. Attraverso le mie opere, desidero invitare il pubblico a vedere oltre le superfici e a considerare le storie e le esperienze che costituiscono ogni individuo. L’arte diventa così un veicolo per esplorare le tensioni tra ciò che mostriamo e ciò che nascondiamo, tra il pubblico e il privato, tra l’effimero e il duraturo.

La mia ricerca non si limita a una critica dell’apparenza, ma cerca anche di celebrare la bellezza dell’autenticità e della connessione umana. In questo modo, l’apparenza sociale e pubblica, pur essendo un elemento significativo, non è mai l’unico punto di riferimento; diventa parte di un dialogo più ampio sull’identità e sull’esperienza umana».

Robert, il cristiano “I am your mirror” 2014 Fotografia analogica in bianco e nero, Mamiya 6×7 (120mm) Dimensioni: 30.48 x 40.64 cm – 12×16 inches

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Oggi, il mio valore di rappresentazione si radica in una costante interrogazione delle narrazioni che ci definiscono. È una sintesi di esperienze passate e presenti, un dialogo tra memoria e innovazione. Nel mio lavoro, il richiamo, il plagio e il ready-made non sono semplici strumenti, ma porte d’accesso a una riflessione più profonda su come l’identità sia costruita, ricostruita e continuamente negoziata attraverso il tempo e lo spazio.

L’iconografia del passato e del presente diventa una tela fondamentale sulla quale traccio le mie esplorazioni. Attraverso l’uso della fotografia, del disegno, del video e del testo, mi impegno a rielaborare e reinterpretare queste immagini, creando nuovi significati che parlano della complessità dell’esperienza umana. Ogni opera è un tentativo di rompere il confine tra ciò che è già stato e ciò che può ancora essere, cercando una voce autentica che possa parlare di me e della società in cui vivo.

In un mondo dove l’originalità è tanto celebrata quanto difficile da raggiungere, cerco di essere fedele alla mia visione, esplorando nuove vie per esprimere la complessità della condizione umana. Vedo la mia pratica come un ready-made della mia identità, un modo per riappropriarmi di elementi del passato e reinventarli in una forma che risuoni nel presente.

Credo che l’autenticità emerga non solo dall’originalità, ma anche dalla vulnerabilità di mostrare le proprie radici e fragilità. Attraverso il dialogo tra il passato e il presente, tra il personale e il collettivo, possiamo riscoprire la nostra umanità condivisa. In questo modo, il mio valore di rappresentazione è un viaggio emozionale verso la scoperta del sé, un riconoscimento delle mille storie che si intrecciano per formare la nostra identità contemporanea».

Toni, l’artista “I am your mirror” 2014 Fotografia analogica in bianco e nero, Mamiya 6×7 (120mm) Dimensioni: 30.48 x 40.64 cm – 12×16 inches

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Definirmi un ‘artista’ agli occhi del mondo è una scelta che porta con sé una grande responsabilità. Non mi limito a creare opere; mi impegno a sfidare le norme, a interrogare le verità stabilite e a rivelare le ingiustizie nascoste nella nostra società. L’espressione artistica, per me, è un atto di resistenza e provocazione, un mezzo per mettere in discussione il sistema che ci circonda.

Il nostro “agire” pubblico, attraverso le opere d’arte, ha il potere di travolgere il quotidiano e trasformare la vita intima in un atto di coraggio. Non si tratta solo di riflettere su chi siamo e su come ci presentiamo, ma di utilizzare quella riflessione per avviare un cambiamento significativo. Ogni volta che creo, mi chiedo: come posso scuotere le coscienze? Come posso spingere le persone a vedere oltre la superficie, a confrontarsi con le proprie paure e pregiudizi?

Viviamo in un’epoca in cui l’apparente indifferenza e il conformismo dilagano; le nostre identità vengono spesso ridotte a etichette e stereotipi. Come artista, voglio rompere questo schema, invitando gli altri a riflettere su cosa significhi essere veramente “umani”, a scoprire la bellezza nella vulnerabilità e a riconoscere che il cambiamento inizia dentro di noi. Non ho paura di sfidare il mondo e i suoi valori. Oggi non ho più niente da perdere. La mia espressione artistica è un invito a svegliarsi e a riconoscere le storie silenziose che meritano di essere ascoltate. Credo fermamente che ogni opera artistica possa diventare un catalizzatore per il cambiamento, una scintilla che accende il dibattito e incoraggia la riflessione critica. Più che un artista mi definirei un’esploratrice, una curiosa, non solo per il mio lavoro di introspezione, ma per la mia volontà di voler essere un agente di cambiamento, contribuendo a una narrazione più giusta e inclusiva.

Il mio “agire” pubblico lo sento come un atto di coraggio e autenticità. Voglio che l’arte non solo parli di me, ma che apra porte, sollevi domande e ispiri gli altri a unirsi a questo viaggio di trasformazione. L’arte ha il potere di cambiare le cose, e io sono qui, fortunata di aver scelto una strada che mi permette di utilizzarla al massimo, anche se a volte, a dire il vero, mi mancano le energie. La vera sfida è, quindi, non solo definirmi “artista” le definizioni non mi sono mai piaciute ma essere un catalizzatore di cambiamento in un mondo che ha un disperato bisogno di riflessione e azione».

Eva “I am your mirror” 2014 Fotografia analogica in bianco e nero, Mamiya 4×5 (120mm) Dimensioni: 30.48 x 40.64 cm – 12×16 inches

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Se avessi la possibilità di esplorare un’altra “identità culturale e pubblica” oltre a quella che mi appartiene, mi immergerei profondamente nelle narrazioni e nell’estetica di artisti come Diane Arbus, Andrej Tarkovsky, Sophie Calle e Pier Paolo Pasolini.

Diane Arbus è la prima fotografa che ho conosciuto. Per me, rappresenta un coraggio straordinario nell’affrontare la marginalità e la vulnerabilità umana. Ha catturato l’essenza di persone spesso invisibili agli occhi della società con una profonda empatia e umanità. Vedere il mondo attraverso il suo obiettivo significherebbe vivere in un costante dialogo con le storie non raccontate, rendendo visibile ciò che di solito viene relegato nell’ombra. Vorrei essere in grado di dare voce a queste esperienze, sfidando le convenzioni e celebrando la bellezza nella diversità.

Andrej Tarkovsky, con la sua visione poetica e filosofica, ha creato opere e immagini che trascendono il tempo e lo spazio, invitando a una riflessione profonda sulla condizione umana. Vivere la sua identità culturale significherebbe abbracciare la contemplazione e l’introspezione, esplorando le sfumature della memoria, del sogno e della spiritualità. Attraverso il suo approccio cinematografico, potrei esprimere le mie idee in modo viscerale e lirico, invitando gli spettatori a percorrere un viaggio interiore che li spinga a interrogarsi sul senso della vita e della propria esistenza.

Sophie Calle che ho conosciuto da poco,  incarna l’arte come narrazione personale e interazione umana. La sua capacità di mescolare la vita, la fotografia e la scrittura, di utilizzare le proprie esperienze per esplorare relazioni e identità, mi affascina profondamente. Viverne l’identità significherebbe avvicinarsi alle persone con curiosità e vulnerabilità, raccontando le storie che ci legano e rendendo l’intimità pubblica. Attraverso i suoi progetti, si potrebbe creare uno spazio per il dialogo e la riflessione, dove le emozioni diventano il fulcro dell’esperienza umana.

Pier Paolo Pasolini, infine, rappresenta una figura complessa e coraggiosa. La sua opera, ricca di denuncia sociale e ricerca identitaria, è un potente richiamo alla verità e alla bellezza nelle sue forme più autentiche e spesso trascurate. Abbracciare l’identità di Pasolini significherebbe avere il coraggio di affrontare le contraddizioni della società, di mettere in discussione le norme e di dare voce a coloro che vengono emarginati. La sua capacità di coniugare poesia e impegno sociale risuona con la mia aspirazione a utilizzare l’arte come strumento di cambiamento. Attraverso le sue parole e le sue immagini, potrei esplorare le ingiustizie e le complessità della vita contemporanea, creando un ponte tra il personale e il politico.

Per me, sognare di incarnare queste identità culturali significa voler abbracciare la complessità dell’esistenza e la bellezza dell’interazione umana. Significa voler esplorare le mie fragilità, mettendo in luce le storie che compongono il tessuto della nostra società. Ogni artista, con la propria unicità, ha il potere di contribuire a una narrazione più giusta e inclusiva. Io, Loredana Denicola, mi sento oggi pronta a far parte di questa missione. Mi ci è voluta una vita per iniziare a comprendermi e ancora non basta. Attraverso il mio lavoro, voglio dare voce a storie spesso trascurate, affrontare le ingiustizie e invitare gli altri a intraprendere un viaggio di scoperta e connessione».

Biografia

Sono Loredana Denicola, fotografa sociale documentarista multidisciplinare. Dopo aver conseguito una laurea in Economia e Commercio all’Università di Bologna e aver trascorso un breve periodo nel settore aziendale, nel 2008 mi sono trasferita a Londra. Nel 2009, in modo del tutto casuale, ho trovato la mia prima macchina fotografica analogica, una Praktica 35mm, accanto a un bidone della spazzatura in Bethnal Green. Non sapevo ancora cosa fosse davvero la fotografia, ma la curiosità di esplorare questo nuovo mezzo mi ha portata al Central Saint Martins College of Arts, dove ho conseguito un certificato in Analogue photographic professional practice.

Dopo un periodo come freelance e paparazzo, ho iniziato a dedicarmi a progetti video-fotografici personali, con l’obiettivo di esplorare la natura umana e le sue complessità. Attraverso la mia macchina fotografica, affronto temi come la sessualità, l’uguaglianza di genere, il pregiudizio, la salute mentale e le relazioni umane. Nel mio processo artistico, la fotografia è una sorta di performance viva, in cui l’incontro con l’altro diventa centrale, e ogni scatto una traccia di quel momento unico. In questo dialogo, l’osservatore diventa osservato, rivelando la complessità e la vulnerabilità dell’essere umano. Col tempo, la mia pratica artistica ha incluso anche video e scrittura come strumenti di espressione.

Nel 2018 sono entrata a far parte di Action Hybride, un collettivo di artisti internazionali con sede a Parigi, impegnato in progetti che esplorano corpo, memoria e condizione umana. Nel 2024 ho co-fondato con Francesca Sand La Pecora, un collettivo di fotografi e laboratorio creativo per sperimentazioni visive e multimediali, con l’obiettivo di diventare una piccola casa editrice indipendente per pubblicazioni artistiche. Al momento sto lavorando a due libri personali e occasionalmente faccio parte della giuria in competizioni internazionali come i Monochrome Awards.

Ho avuto l’opportunità di esporre le mie opere in mostre collettive internazionali in città come Londra, Parigi, Berlino, Dublino, Bruxelles, Roma, Venezia e personali a Brindisi e Taranto.

 

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