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Cosa significa trovare riparo nell’arte? Una mostra a Roma esplora il tema del rifugio
Mostre
Si intitola Rifugi la mostra in corso alla Fondazione Pastificio Cerere fino al 18 aprile curata da Davide Lunerti e Marcello Smarrelli. Posizionata al centro della sala troviamo Fatti i Castelli (2026) di Nadia Vallino (Moncalieri, 2000), un’installazione scultorea in sabbia mista e cemento riciclato. Il rimando al periodo dell’infanzia e alla fase della libera immaginazione confluisce nella scelta di utilizzare materiali facilmente deteriorabili insieme ad altri particolarmente resistenti. I desideri appartenenti ad un momento della vita ormai lontano, sgretolati con l’arrivo dell’età della consapevolezza e della razionalità, abitano luoghi dalle fondamenta resistenti e una struttura semplice, che sembra in fase di costruzione. Ecco allora che sulla scultura sono inserite vecchie etichette di cassette postali, coi nomi dei precedenti abitanti dell’edificio. Se per Nadia Vallino quel “rifugiarsi” ha a che fare con il ricordo, un posto sicuro in cui stazionare e da rimodellare a seguito degli eventi del presente, con il progetto Su indicazione di Mario (2006) di Davide Miceli (Roma, 1999) siamo costretti a scendere, letteralmente, in un ambiente del Pastificio separato da quello principale, lo spazio Molini.

Nei corridoi in cui era collocato il vecchio molino della struttura, l’artista posiziona sculture e busti di dinosauri emersi da un mondo fantastico di cui sembrano essere i guardiani. In alcuni angoli, l’artista ha introdotto altre figure, tra cui una testa scultorea illuminata e posizionata in una stanza totalmente buia e inaccessibile ai visitatori.
Lo spazio Molini, inquietante e ammaliante, sembra così accogliere e al tempo stesso respingere il visitatore, che si muove al suo interno come in un luogo inconsueto, primitivo e indefinito. Miceli vuole mostrare come non tutto ciò che è oscuro e che risiede nei meandri dei nostri (non) luoghi sia necessariamente censurabile o inaccettabile, ma a volte significativamente necessario per una metamorfosi dei processi interiori.

Proseguendo, l’artista Vanshika Agrawa (Jualan, 1999) riporta il discorso dei “rifugi” su un piano sociale e culturale. Con Il bianco del respiro (2026), due tele dai colori leggeri e soffici, introduce l’ineffabilità come elemento principale, espressione del mondo soggettivo. Un’immaterialità che, al contrario, si evince fortemente dall’installazione Connecting Women with Women (2026): un enorme gomitolo di lana, che occupa una certa centralità, viene costantemente lavorato dall’artista, che ne riavvolgerà gli strati fino al termine della mostra. Un atto ciclico e inconcluso, celebrativo delle storie e delle testimonianze raccolte da Agrawa nel video proiettato, nonché dei racconti condivisi e “intessuti” da donne con provenienze e appartenenze diverse. Come sottolinea la voce narrante del filmato: «Alcuni cambiamenti esistono solo per renderci consapevoli dello stato originario».

Allo stesso modo le cianotipie di Giulia Romolo (Napoli, 1998) Impressioni della riva (2026) e Sotto l’azzurro fitto (2026), quest’ultime collocate su un’intera parete, esprimono un certo calore e sembrano riflettere la luce sulla superficie dell’acqua. L’artista, nata a Pozzuoli, individua nel luogo di nascita uno dei propri rifugi. Micol Gelsi (Bologna, 1994) con l’installazione Archi e of the Untamed (2026), un grande cubo allestito nel cortile del Pastificio che ricorda una casa sull’albero, evidenzia la necessità di difendere gli spazi verdi dei nostri territori, nello specifico quello bolognese. Gelsi ha raccolto l’archivio fotografico delle iniziative svolte a tale scopo proiettandolo su alcuni tessuti a copertura della struttura, con lo scopo di rendere il materiale il più possibile interattivo e manipolabile da parte dei visitatori durante l’inaugurazione della mostra.

La delicatezza del ricordo e quindi di un riparo, spaziale o intangibile in cui trovare e ricevere conforto, è magnificamente espressa, infine, nelle opere di Emma Brunelli (Roma, 2000). Terra alba fogliata (2026) è la lavorazione di materiale sperimentale (nello specifico nanocristalli di cellulosa) composto da fibre vegetali, un elemento fragile, iridescente e multiforme. Tale precarietà finisce per conferire maggior valore al gesto creativo e alla funzione deterministica del tempo.

Rifugi definisce l’atto creativo in un’espressione di materia e pensiero in cui l’opera d’arte, simbolicamente, s’introduce e muta. I lavori esposti si propongono quindi come atti di resistenza canalizzati verso un unico intento: trasformare ciò che è destinato a scomparire in un’esperienza visibile e profondamente umana. La mostra è parte della quinta edizione di 6ARTISTA, nell’ambito del progetto Per Chi Crea (con il sostegno del Ministero della Cultura e di SIA e in partenariato con RUFA – Rome University of Fine Arts).












