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Tutto l’oro di Georg Baselitz. I suoi ultimi lavori in mostra alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia
Mostre
A Venezia l’oro è sinonimo di luce, potere e trascendenza. Basta alzare gli occhi all’interno della Basilica di San Marco per capire come, nella tradizione bizantina, il fondo dorato servisse a sottrarre le figure alla dimensione terrena. Tra il IX e il XIII secolo la Serenissima, attraverso i rapporti continui con Costantinopoli, assimilò tecniche, iconografie e visioni dell’Oriente cristiano. I mosaici di San Marco sono la traccia più evidente di questa eredità: un colore che afferma una realtà assoluta, fuori dal tempo e dall’umano. È difficile allora non leggere dentro questa storia anche gli ultimi dipinti di Georg Baselitz, presentati alla Fondazione Giorgio Cini nella mostra Eroi d’Oro, curata da Luca Massimo Barbero. L’artista è scomparso poco prima dell’inaugurazione, che avrebbe voluto seguire personalmente, e questi lavori finiscono inevitabilmente per assumere il tono di un congedo.

Realizzato in collaborazione con Thaddaeus Ropac, che ha accompagnato la sua pratica per oltre vent’anni, il progetto si dispiega nei maestosi ambienti della Fondazione, tra la Manica Lunga e il grande salone centrale, dove le tele raggiungono i quattro metri e mezzo d’altezza. Nelle oltre trenta opere il fondo oro campeggia cancellando ombre e prospettiva. Rimangono il corpo e il gesto, gli autoritratti, i nudi, le immagini della moglie Elke. Ma se nell’arte bizantina l’oro avvicinava la figura al trascendente, qui accade il contrario. Lo sfondo dorato non permette l’ascesa, ma isola quella presenza in un vuoto terminale. Baselitz stesso parlava di una “durezza” e di una “solitudine” nuove, dove il metallo espone ancora di più alla precarietà della tragica imperfezione umana.

Tra i riferimenti dichiarati c’è Stefan Lochner, protagonista del tardo gotico alemanno. Nelle sue pitture gli sfondi convivono con personaggi frontali inondati in una luce immobile. Baselitz guardava proprio a quella fissità e a quella severità archetipica. Poi però qualcosa si è incrinato e sopra quei corpi lineari sono esplosi dei grumi di colore, pennellate dense, inserti materici che lui stesso ha ironicamente chiamato “de Kooning nel posto sbagliato”. Willem de Kooning aveva riportato la pittura a una dimensione fisica, dove il movimento coincideva con la massa e con la materia. Baselitz lo considerava uno dei pochi veri interlocutori dell’arte contemporanea. Anche in queste tele, quando il disegno sembra ridotto all’essenziale, riaffiora improvvisamente il bisogno di densità e impasto. Raccontava di avere dipinto queste tele seduto sul pavimento, accanto al proprio deambulatore. A un certo punto, soffermandosi su quei corpi sottili tracciati sui fondi dorati, si sarebbe detto: «Che tristezza. Perché non pensi a de Kooning per un attimo?». Sono nate così quelle aggiunte senza controllo compositivo, delle irruzioni improvvise. È in questa frizione che la mostra trova il suo punto più forte, da una parte il colore fermo come l’acqua dei canali di notte, dall’altra una pittura che torna carne, peso e ferita.

Curata da Luca Massimo Barbero, Eroi d’Oro ripercorre tutta la vicenda artistica di Baselitz senza però la forma di una retrospettiva tradizionale. Originario di Deutschbaselitz, città dalla quale prenderà il nome, nella Sassonia orientale, l’artista crebbe tra le macerie della Germania del dopoguerra, circostanza che marcò a fuoco tutta la sua opera. Dopo gli studi nella Berlino Est socialista venne espulso dall’Accademia nel 1957 per “immaturità sociopolitica” e si trasferì a Berlino Ovest, entrando in contatto con correnti distanti sia dal realismo socialista sia dall’astrazione dominante del dopoguerra.

© Georg Baselitz 2026. Photo: Stefan Altenburger Courtesy Thaddaeus Ropac gallery, London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul
Fin dagli anni Sessanta il pittore sviluppò una figurazione antieroica e disturbante, influenzata dall’arte medievale tedesca, dall’Espressionismo storico e dalla cultura romantica del Nord Europa. Il titolo del progetto richiama gli Helden o Eroi del 1965, individui esausti, affranti e consunti, lontanissimi da ogni monumentalità.
Negli anni Settanta il suo lavoro divenne fondamentale per la nascita del Neo-Espressionismo tedesco accanto a Anselm Kiefer, Markus Lüpertz e Jörg Immendorff. In un momento dominato dall’arte concettuale e minimalista, Baselitz riportò l’arte al centro dell’esperienza fisica, istintiva ed emotiva.
Nel 1969 arrivarono le celebri rappresentazioni capovolte, cifra che lo avrebbe reso uno dei più radicali del secondo Novecento. Ribaltare il corpo significava interrompere la lettura narrativa di ciò che vediamo e riportare tutto alla materia stessa. I dipinti oggi alla Cini raccolgono questo intero percorso dentro una forma estrema di essenzialità. «Qui non c’è una singola immagine chiave», spiegava Baselitz, «ma l’insieme è di fatto un’immagine chiave per tutto ciò che ho fatto finora».




















