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Più o meno un’indagine sulla pittura: intervista a Roberto Cuoghi
Arte contemporanea
Per rendere un’immagine cara a Josif Brodskij, entrare nell’universo di Roberto Cuoghi, per coloro che ci riescono, è come attraversare il mare di notte: un lento e inesorabile passaggio in un flusso incostante di pensieri. Cuoghi è, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi artisti viventi. Il che non emerge soltanto nell’estrema e certosina qualità ossessiva del suo lavoro, ma anche nella sua elegante raffinatezza; è un po’ dentro ma certamente fuori dal sistema dell’arte, e lo dimostrano la sua aura e il suo isolamento, oltre che il suo approccio deontologico ad una pratica, quella artistica, di cui è il primo a riconoscere le criticità.
L’intervista è nata per discutere sulla mostra, che prosegue fino al 3 maggio 2026, in occasione del XXVII Premio Pascali nella magnifica Fondazione Pascali di Polignano a Mare. Così fuori da essere un luogo misteriosamente ascetico. Nella mostra confluiscono gli ultimi 10 anni del suo lavoro, in particolare sulla sua nuova narrazione pittorica. E non c’è alcun dubbio su quanto la mostra sia una bella mostra, architettata attorno ad un atteggiamento volutamente radicale.

Opere inedite frutto di continui ritorni e ripensamenti che attraversano la produzione dell’artista: A(XLVIIPs)t (2021), un enorme ragno di seta, lana e acrilico, che determina una cornice con al suo interno la mappa del mondo di notte; le sculture di Ether en Flocons (2018) realizzate con l’agar-agar, figlie della celeberrima Imitazione di Cristo (2017) del Padiglione Italia con Cecilia Alemanni.
Cuoghi è sottilmente intelligente, chiaramente ironico, abitante di un mondo che osserva vigile e paziente. Da questa analisi emerge una ricerca sull’immagine da cui l’artista non desume più nulla che sia vero. Nelle opere pittoriche le prospettive cambiano velocemente, riferimenti iconografici abbastanza chiari ed immediati si stagliano come vaghe teorie più o meno cospirazioniste, altre appaiono generate spontaneamente, non senza una critica all’uso dell’AI, per essere null’altro che ciò che sono; alcune, infine, non sono propriamente dissacranti, ma persino sovversive: ribaltano il concetto di fruizione e percezione dell’immagine. Abraham Lincoln, Obama e Papa Francesco sono pupazzi inquietanti circondati da altri pupazzi inquietanti, Peter e Lois Griffin sono modificati con la stessa irriverenza di LHOOQ di Duchamp, un ritratto dell’artista è realizzato forse con l’AI in cui non si vede assolutamente nulla… oltre all’immagine stessa. Ed è lì l’infinito mondo delle possibilità, delle post-verità, della sparizione del senso.

Proprio per questo, l’intervista è deviata, si è trasformata in una conversazione spontanea, diffusa nel tempo, ragionata ma sincera. Cuoghi ha cercato di esporre alcuni limiti e vincoli, alcune criticità, alcune soddisfazioni specialmente attorno allo stato della pittura e, ancora meglio, dell’intero sistema dell’arte che, per questioni editoriali, riassumiamo in qualche breve e sintetico scambio di domande e risposte.

Nella mostra alla Fondazione Pino Pascali, emergono quei grandi temi che si sono ripetuti nella narrazione – quanto più comunicativa che effettiva – della tua opera. Parlo, ovviamente, della trasformazione e della metamorfosi, su cui hanno scritto ormai, direi, quasi tutti! Ti volevo chiedere una lettura più personale della mostra, non per capire davvero “di cosa si tratta” ma per entrare, più nel profondo, in quella che è la tua ricerca oggi.
«È ancora presto per dire che ho imparato a fare le mostre, ma quella alla Fondazione Pascali è una bella mostra. Le opere sono state rastrellate per motivi doganali, ma anche con l’intenzione di mostrare qualcosa degli ultimi dieci anni. Altri motivi sarebbero stati appiccicati. Così, sono esposti per la prima volta in Italia i quadri che prendono in giro la pittura, perché se lo merita. È giusto il tuo appunto alla narrazione del mio lavoro. Il merito va tutto alla tua categoria, che pratica la scorciatoia del copia-incolla e che da trent’anni ha inchiodato il mio lavoro alla parola metamorfosi».
Sempre nella mostra, sono esposte delle importanti e nuovissime opere pittoriche. La pittura (ma forse lo è sempre stata) sembra oggi un medium “caldo”, che sta riprendendo piede imponendosi quasi arrogantemente sullo scenario del sistema dell’arte contemporanea. Vorrei semplicemente chiederti, quale è il problema della pittura oggi?
«Il problema è che parleremmo di logiche di mercato e l’entusiasmo svanisce come coi compensi ai calciatori. Non lo trovo nella pittura il problema. Per me si tratta di quell’affare che chiamo “stilizzazione”. I nostri riferimenti sono stati smussati, alleggeriti, appiattiti e messi a disposizione, davvero 24/7. Nasce un desiderio e gli corrisponde il suo tutorial, per consumarlo subito. Che senso ha esporsi alla possibilità di fallire se è già collaudato tutto? L’effetto sembra accelerarci, è molto stimolante, ma è un tappeto a rulli».

Credo sia stato proprio tu ad insistere, in questa risposta, sui due più grandi problemi della pittura oggi. Innanzitutto, il suo essere adattiva rispetto alle logiche opprimenti di una contemporaneità pretenziosa: il mercato la chiede, tutti la fanno, anche e soprattutto chi, spesso, non sa farla. Sempre legato a questo punto, si potrebbe parlare del fatto che la pittura, e la tua me lo insegna, per essere fatta dovrebbe essere necessaria. In un’ipertrofia bulimica di immagini che, come dicevi tu, sono a disposizioni 24/7 la pittura tende a non riflettere più sull’immagine, né sul medium stesso, ma diventa un escamotage spesso fintamente concettualizzato per vendere. E qui ti chiedo: dato che la tua, di pittura, è necessaria, quale è la sua urgenza? Forse, infine, che cosa ci indica la qualità della pittura – una sorta di cartina tornasole – sul nostro qui ed ora?
«Allora, simulando imbarazzo, devo precisare che non risento di una fascinazione particolare per l’arte contemporanea, magari per un periodo, qualche personaggio, ma avevo sedici anni. Non sono un fan dell’arte e non credo che nella modernità la pittura sia mai stata necessaria. È un galleggiante fra i galleggianti e comunque vive per conseguenza. È necessario farsi scrupoli sulla possibilità di non maneggiare più niente di nuovo. Lo sguardo è costantemente riferito. Sempre di più, associazioni di associazioni di riflessi, omaggi e citazioni. Non se ne esce. È urgente comportarsi di conseguenza, senza fingere che tutto vada a gonfie vele».

Hai ripreso una di quelle criticità che anche io trovo nella pittura, ossia il suo eccesso, direi, di letteralità. Non volermene, ma qui mi viene in mente Greenberg, e qui siete d’accordo: la pittura non è mai stata necessaria. È stata espressione del tempo, quando non doveva per forza esserlo; è stata maniera, si è sempre ripetuta e sempre adeguata. Un po’ come quello che avviene, dopotutto, in una società omologata e omologante. Il che, forse, mi fa ancora più paura.
«L’urgenza è diventata una forma di rassegnazione. La mia urgenza è dire la cosa sbagliata, starmene fuori dalle noie del mestiere e dal suo regolamento. In questo senso nessuno sforzo, ma nel frattempo è sempre più urgente allearsi pubblicamente all’umanità, avere un profilo da vittima e un figlio al campus, con la palestra di attrezzi della Technogym».

Forse è il senso dell’arte il suo essere, un po’ come questa conversazione, generativa. Ho trovato molto questo aspetto nella tua ricerca attuale, una sorta di continua a costante germinazione. Quale è questo seme che costantemente germoglia e deve essere accudito? Si potrebbe definire la tua, una sorta di Arte Generativa?
«Non sono abituato a considerare generativo quello che faccio, sono più portato a notare quanto non abbia possibilità di esserlo. Mi riferisco alle questioni che ci hanno preceduto. Siamo la conseguenza di problemi che si sono sempre risolti catalogando, facendo ordine e facendo previsioni, cioè riducendo le possibilità di fare errori. Senza accorgercene, è quello che facciamo sempre di più e sempre meglio. In più è tutto condivisibile. Il valore aggiunto però lo trovi sotto la V. Per me, d’ora in poi, ogni aspetto delle cose riparte da questa conseguenza».

Prima hai citato il “dire la cosa sbagliata”. In questo c’è qualcosa di ancora più profondo che appare assolutamente coerente con quest’ultima tua risposta. Non si tratta di una forma di ostinazione, ma di disallineamento, per l’appunto. Essere disallineati potrebbe essere una sorta di paradigma più o meno necessario per riuscire, in un mondo che ci appare così avverso, ad abitare la nostra realtà? Che cosa significa, dopotutto, essere disallineati? Mi pare già così una grandissima dichiarazione di poetica!
«Sto andando a Roma per allestire una cosa al MAXXI. Due giorni fa ho ricevuto la mail di un gruppo antisionista che mi chiede di boicottare la mostra. A due giorni dall’allestimento. Se accettassi le conseguenze di un ritiro facendole ricadere su altri, confrontando le proporzioni del problema con le intenzioni della richiesta, sarei deontologicamente un cartone animato. Il significato che ha il disallinearsi rispetto all’insieme dipende dalla qualità dell’insieme. Sarei portato a farti un elenco di caratteristiche, ma ti consegnerei un identikit, non i suoi motivi. Io credo alla stilizzazione, che vuol dire essere a due minuti dalla paranoia. La poetica del disallineato non è una faccenda esistenziale, è una posa. Se vuoi attribuire un significato strategico al disallineamento, tutto quello che di bello può succedere è che la posa eserciti una pressione sufficiente a formare un nuovo ordine, a cui poi ti devi allineare. Un disallineato sta bene da solo, a strappare le istruzioni. Nemmeno ci discuti, perché è acefalo. E se immagino uno schieramento di disallineati, è un cancro. Fai propaganda a una singola cellula cancerosa e finisce che ti rendi responsabile di un omicidio».

Trovi che sia utile, o forse proprio che non lo sia, attribuire una sorta di colpa per tutto il discorso che abbiamo fatto? Colpa intesa proprio come una certa forma perversa che ci impedisce di osservare realmente le cose. E di questo la tua pittura si è fatta, in un certo modo, portatrice: insiste sull’ambiguità, è radicalmente collettiva e impersonale. Forse un po’ meno di quanto ci siamo detto, ma mi interessa capire, in altri termini, se la colpa di queste perversioni possa essere attribuita a qualcuno. E ancora, dal punto di vista opposto e senza voler essere nichilista, perché cercare di combattere così tanto ostinatamente qualcosa di così ineluttabile?
«Se abitiamo in un mondo avverso dobbiamo tornare al campus con gli attrezzi della Technogym. Non è chiaro se si stiano preparando a trovare soluzioni strutturali o a nascondere tutto sotto il tappeto. No, le colpe non servono a niente. Ho una memoria generazionale per forza, vengo dagli anni Novanta. Non si va contro la storia e non si tratta di combattere per vincere qualcosa, ma nemmeno che “adda passà ’a nuttata”. Si tratta di non restarci sotto, di non farsi risucchiare dalla retorica di chi non ha mai colpa».






