21 maggio 2026

Narrazioni femministe e ribellioni quotidiane al Brooklyn Museum, per una nuova memoria collettiva

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Dal monumentale Dinner Party di Judy Chicago alle nuove mostre sul dissenso e sulla memoria democratica, il Brooklyn Museum di New York ridefinisce il ruolo politico dell’istituzione museale

Judy Chicago. The Dinner Party

C’è un filo conduttore, teso e nitido, che attraversa le sale del Brooklyn Museum di New York. È una linea che unisce il ricamo storico, l’argilla plasmata per rivendicare l’autodeterminazione del corpo e i piccoli gesti di disobbedienza che segnano la vita quotidiana. Esplorare la programmazione di questo spazio significa fare i conti con un progetto espositivo dichiaratamente politico, dove l’arte visiva diventa uno strumento di emancipazione e le narrazioni storiche egemoniche vengono analizzate, smontate e riscritte. Il Brooklyn Museum si conferma un epicentro di resistenza culturale, capace di trasformare l’istituzione museale da semplice contenitore del passato a laboratorio critico del presente.

Judy Chicago. The Dinner Party

Il fulcro di questa visione ha una sede precisa: l’Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art. Non si può comprendere la direzione del centro senza partire da The Dinner Party di Judy Chicago, pietra miliare dell’arte degli anni Settanta e dispositivo radicale capace di generare una nuova genealogia culturale. L’opera si presenta come un monumentale banchetto cerimoniale organizzato su un tavolo triangolare con trentanove posti. Ognuno di essi commemora una figura femminile cruciale della storia, spesso rimossa o marginalizzata dai resoconti ufficiali.

Judy Chicago. The Dinner Party

Ogni dettaglio dell’installazione recupera tecniche e linguaggi precisi. I runner ricamati elevano pratiche artigianali storicamente relegate alla sfera domestica al rango di arte complessa. I calici e gli utensili dorati restituiscono solennità alle invitate, mentre i piatti in porcellana dipinta a mano mostrano motivi centrali in rilievo che fondono forme vulvari e farfalle, declinati secondo lo stile dell’epoca di ogni donna celebrata. Al di sotto del tavolo, il pavimento in piastrelle bianche reca incisi in oro i nomi di altre novecentonovantanove donne, strutturando una genealogia collettiva che dialoga con le mostre temporanee della Herstory Gallery. È un monumento visivo costruito contro l’amnesia storica.

Judy Chicago. The Dinner Party

Dalla solennità di Judy Chicago, il percorso si sposta verso la dimensione micro-politica con la mostra Everyday Rebellions: Collection Conversations. L’esposizione, curata sempre all’interno del Sackler Center, si ispira al saggio di Gloria Steinem per dimostrare come la resistenza non si esprima solo attraverso grandi azioni programmatiche ma anche tramite gesti minimi, sottili e personali che ridefiniscono la quotidianità. La strategia curatoriale mette in dialogo nuove acquisizioni e oggetti raramente esposti della collezione permanente, scardinando confini geografici e temporali.

Beverly Semmes. Chorus, 1992

Gli accostamenti in sala lavorano per cortocircuiti visivi. Gli imponenti abiti di velluto cascanti di Beverly Semmes, legati al concetto di presenza e armonia del corpo femminile, dialogano con le installazioni scultoree di Sarah Sze, focalizzate sulla fragilità della materia e del tempo. Particolarmente denso è il confronto tra l’opera Natural Idiot Strings dell’artista indigena Sonya Kelliher-Combs e un parka in intestino di foca dell’inizio del Novecento, un incontro che apre una riflessione transgenerazionale sul lavoro creativo e di cura delle donne delle comunità Iñupiaq e Athabascan. Poco distante, la satira della scultura Three Walkers di Nicole Eisenman affronta direttamente il dramma storico de I Borghesi di Calais di Auguste Rodin, contrapponendo la retorica classica del sacrificio eroico all’ironia disincantata della protesta contemporanea.

Sarah Sze, Cave Painting, 2024

Questa urgenza di verificare la tenuta dei codici democratici e della memoria collettiva si estende su scala nazionale nella Beaux-Arts Court, al terzo piano del museo, con la mostra Common Sense. Curata da Catherine Morris e Kimberli Gant, l’esposizione fa reagire il passato degli Stati Uniti con le tensioni del presente. Il punto di partenza è storico e testuale: i pamphlet rivoluzionari di Thomas Paine del 1776, scritti capaci di ridefinire l’orizzonte politico dei coloni e di spingere verso l’indipendenza.

Paul Ramírez Jonas, The Commons, 2011, photo by Brooklyn Museum

Oggi, in una fase di profonda polarizzazione sociale, la mostra utilizza l’arte contemporanea come strumento di analisi e spinta critica. I documenti storici di Paine sono associati a nove opere contemporanee incentrate sulla possibilità di ripensare le strutture sociali. I lavori di Paul Ramírez Jonas, Charles Gaines e Jason Kao Hwang analizzano come la dimensione comunitaria e la musica possano rafforzare i principi democratici. Allo stesso tempo, le visioni di Öyvind Fahlström, Joyce Kozloff, Hank Willis Thomas e Kara Walker rileggono gli episodi cardine della storia americana, registrandone progressi e traumi. A completare il percorso, i nuovi interventi testuali di Donald Moffett e Maynard Monrow utilizzano la grafica per inviare un messaggio diretto sul momento politico attuale: la responsabilità e il potere decisionale appartengono alla collettività.

Raincoat with a Drawstring Hood edged in blue fabric

Questa programmazione complessa anticipa una stagione autunnale che conferma l’eclettismo metodologico del Brooklyn Museum. All’inizio di ottobre, il museo cambierà radicalmente i propri scenari di riferimento con due aperture ravvicinate. Il due ottobre inaugurerà Cézanne to Modigliani: Gifts of Modern Art from the Pearlman Collection, un’indagine sui capolavori del Modernismo europeo. Il giorno successivo, il tre ottobre, aprirà Art of Manga, un’esposizione che analizza l’impatto culturale, la grammatica visiva e lo sviluppo storico del fumetto giapponese.

Passare dalla pittura che ha rifondato la visione occidentale alla cultura pop asiatica non è un semplice espediente per diversificare il pubblico. Questa fluidità programmatica rivela un preciso approccio critico: l’istituzione rifiuta le barriere rigide tra cultura alta e cultura di massa. Il Brooklyn Museum suggerisce che l’arte, per mantenere una funzione civile e analitica, debba muoversi sul confine tra i generi e i linguaggi.

Un piatto di porcellana che rivendica l’iconografia del corpo, un manufatto tradizionale in pelle di foca, un testo politico del Settecento e la tavola di un manga condividono, in fondo, la stessa necessità: contestare l’ordine stabilito delle cose e ridefinire i criteri con cui decidiamo cosa meriti di essere raccontato.

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