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Other Identity, il dispositivo e lo specchio: appunti dopo duecento dialoghi
Fotografia
La rubrica Other Identity – Altre forme di identità culturali e pubbliche ha raggiunto la sua duecentesima pubblicazione, un traguardo che segna quattro anni di dialoghi settimanali con artisti, autori e creativi. Duecento settimane in cui il progetto ha messo in circolo domande più che risposte, esplorando le forme contemporanee di identità e autorappresentazione attraverso un osservatorio privilegiato sulla produzione visiva attuale. Queste riflessioni non vogliono celebrare un numero tondo ma interrogarsi sul senso di un percorso: cosa significa porre domande per duecento settimane consecutive, cosa rivelano di chi le pone e di chi le riceve, e come una pratica editoriale possa trasformarsi organicamente in un’estensione di una postura artistica e curatoriale preesistente.

Prima di ogni risposta, occorre soffermarsi sul significato della domanda stessa. Perché ci poniamo domande? Perché sentiamo il bisogno di sondare ciò che non è evidente, di esplorare tensioni e contraddizioni, dentro e fuori di noi? Fare domande non è mai un gesto neutro: è il fondamento stesso della riflessione e del pensiero critico. In filosofia e nell’analisi dei linguaggi, interrogare sposta l’attenzione dalla ricerca di certezze statiche al processo dinamico della scoperta, un atto che scardina l’ovvio per fare spazio al possibile.

Le domande stimolano il pensiero critico, evitano l’accettazione passiva delle informazioni e mettono costantemente in discussione le “verità apparenti”. Il dubbio — espresso tramite l’interrogazione — è l’origine di ogni sapere autentico. Molte correnti filosofiche definiscono l’uomo come “l’essere della domanda”: colui che ricerca incessantemente un senso alla propria esistenza e al proprio ruolo nel mondo. Le domande diventano strumento maieutico, dimostrando che la riflessione più profonda nasce proprio dall’attrito tra ciò che sappiamo e ciò che ancora dobbiamo comprendere. Domandare è il gesto da cui nasce ogni singolo dialogo di questi duecento incontri.

Origine: la domanda come attrito
Le domande che per duecento settimane ho rivolto agli altri nascono da un bisogno interno di confronto: un dispositivo per sondare il mondo e, prima ancora, me stesso. La mia prima esperienza artistica fondativa è stata la collaborazione, nel 1990, con Claudio Costa nel gruppo Arte Come Evocazione. In quel contesto ho compreso che l’opera non è mai solo forma conclusa ma sedimentazione: non un’immagine stabile ma un vero e proprio campo archeologico. Anche se venivo da una pratica prevalentemente fotografica, influenzata da artisti come Gina Pane o Barbara Bloom — che usavano l’immagine per sondare percezioni, memoria e limiti del visibile — la collaborazione con Costa, più orientato verso pratiche fluxus e di arte povera, mi ha mostrato un’altra dimensione: l’opera come processo, come stratificazione di tracce e tensioni, come dispositivo che lascia emergere ciò che il medium da solo non può contenere.

Da quell’esperienza è nata la consapevolezza che le domande, più delle risposte, avrebbero guidato il mio lavoro, diventando il principio attivo della mia pratica artistica e anche curatoriale. Quando ho iniziato a lavorare sulla verosimiglianza dell’immagine e sul corpo come superficie ambigua, ciò che mi interessava non era la fotografia in quanto mezzo tecnico ma la sua ambiguità strutturale: quella tensione per cui un’immagine, pur riproducendo il reale, lo distorce.

Il corpo, nei miei lavori, è sempre stato un luogo di confine tra l’io e il mondo. L’eliminazione della cornice, la bidimensionalità che invade lo spazio, l’uso di codici visivi prossimi alla comunicazione pubblicitaria: ogni scelta nasceva dall’esigenza di smascherare l’apparente neutralità dell’immagine, di rallentarne il consumo bulimico e di renderne visibile l’architettura sottostante. Quando nel 2016 ho iniziato a costruire progetti espositivi centrati sull’identità, non stavo cambiando ruolo: stavo semplicemente estendendo il campo di indagine. Non sono diventato curatore per uscire dall’opera ma per ampliare il campo d’azione dell’opera stessa.

Nel 2022 quella stessa tensione ha trovato una forma ulteriore nella struttura editoriale della rubrica su exibart. Ma la rubrica non nasce nel vuoto: è la prosecuzione di un dispositivo già attivo nello spazio fisico, all’interno della rassegna Other Identity, che dal 2016 costruisce a Genova un campo di confronto tra pratiche e linguaggi diversi attorno al tema dell’identità. La forma editoriale ne è diventata un’estensione.
La rubrica nasce così: non per raccontare passivamente gli artisti, ma per mettere in circolo le domande che da decenni attraversavano la mia pratica e che, attraverso il confronto con gli altri, trovano nuove possibilità di attivazione.

Il dispositivo: l’ossessione come metodo
Perché porre sempre le stesse domande? Perché non le considero un questionario ma una struttura architettonica, nodi antropologici del nostro tempo. Pubblico e privato. Rappresentazione. L’identità non come dichiarazione statica ma come costruzione continua e spesso faticosa. Il pubblico non come visibilità, ma come esposizione vulnerabile dell’io. La rappresentazione non come immagine decorativa ma come presa di posizione politica e sociale. Ripetere le stesse domande è metodo scientifico e poetico insieme. È l’unico modo per rendere leggibili le differenze. Senza una costante, non potremmo misurare lo scarto. Questo metodo prende corpo fisicamente nell’incontro con l’artista, nelle sue scelte linguistiche e nelle resistenze che emergono davanti alle stesse domande.

La ripetizione crea una struttura stabile. Dentro quella struttura ogni artista è costretto a posizionarsi, a dichiararsi, a scegliere un campo. Alcuni la attraversano con chiarezza adamantina, altri la sabotano consapevolmente, altri ancora la mettono in crisi profonda. Ma nessuno può sottrarsi completamente al peso dell’interrogazione. La rubrica è un dispositivo che rende visibile come ciascuno costruisce la propria immagine pubblica, come negozia lo spazio del privato, come decide cosa mostrare e, soprattutto, cosa trattenere. È la prosecuzione editoriale di una ricerca che, fin dall’inizio della mia carriera nel 1985, ha interrogato la superficie dell’immagine come spazio politico e luogo della verosimiglianza.

Oggi: cosa mi hanno fatto duecento risposte
Dopo duecento dialoghi non sono le domande a essere cambiate. Sono io, siamo noi come osservatori di questo tempo. All’inizio pensavamo di esplorare un territorio in gran parte conosciuto ma oggi sappiamo che ogni risposta ha agito come uno specchio imprevisto e spesso deformante. Alcune risposte hanno rafforzato dubbi già presenti nel mio lavoro, altre hanno incrinato convinzioni che credevamo solide e acquisite. Abbiamo incontrato identità dichiarate con fermezza e identità rifiutate come categoria obsoleta; abbiamo osservato artisti rivendicare l’esposizione pubblica come necessità politica e altri proteggere con cura estrema uno spazio di opacità e silenzio.

Alcuni dialoghi ci hanno fatto riflettere profondamente sul confine sottile tra esposizione pubblica e privacy creativa, altri sulla tensione costante tra percezione personale e giudizio del pubblico. Abbiamo raccolto frammenti di poetiche, gesti minimi e modalità di pensiero che non conoscevamo, trovando connessioni inattese con la nostra pratica quotidiana, ma anche tensioni che hanno messo in discussione alcuni dei nostri presupposti più cari. Abbiamo percepito approcci radicalmente differenti alla visibilità e alla vulnerabilità, notando una particolare sensibilità nelle generazioni più giovani e una crescente consapevolezza del dispositivo mediatico in cui operano.

Abbiamo compreso che l’identità non è mai un dato stabile o un porto sicuro: è una negoziazione continua e spesso violenta tra sguardo interno e sguardo esterno, tra desiderio di visibilità e necessità vitale di protezione. Questa consapevolezza ha contaminato e modificato irreversibilmente anche il mio lavoro d’artista. Mi ha reso meno interessato alla rappresentazione come superficie estetica e molto più attento ai meccanismi invisibili che la producono. Mi ha spinto a interrogare con maggiore radicalità il confine tra esposizione e vulnerabilità, e a riconoscere che ogni presa di posizione, anche la più autentica, è inevitabilmente anche una messa in scena.

Ma, soprattutto, questi duecento incontri hanno offerto la possibilità di guardare gli altri con una profondità diversa, e non solo a me, ma mi auguro anche a chi, settimana dopo settimana, ha abitato questo spazio di lettura. Ogni dialogo è stato una finestra su strategie, dubbi e intuizioni che senza il rigore della rubrica sarebbero rimaste invisibili, confinate nel chiuso geloso degli studi; un’occasione per il pubblico di spiare l’architettura del pensiero artistico. La rubrica mi ha reso un artista più consapevole del sistema complesso e stratificato in cui opera, offrendo a chi legge uno specchio in cui riflettere la propria, di identità.

Il numero duecento è una soglia. Non chiude un ciclo né esaurisce il tema. Al contrario, rende visibile il dispositivo e, insieme, la sua inevitabile e necessaria instabilità. La domanda resta aperta, sospesa, vibrante. Ed è precisamente in quella apertura, in quello spazio non ancora colmato che deve diventare luogo di riflessione comune, che continuo a riconoscermi come autore e come uomo.

Il percorso continuerà a farlo, coinvolgendo nuovi sguardi e nuove sensibilità: nuove conversazioni, nuovi artisti che si affacciano sulla scena, nuove risposte ancora in sospeso che attendono di essere formulate e condivise. Ogni intervista futura riattiva il dispositivo, confermando che il viaggio nell’identità si estende, stratificandosi come quel campo archeologico che ho imparato a scavare tanti anni fa e che oggi appartiene a chiunque abbia voglia di perdersi tra queste pagine.














