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Per Silvia Scaringella, il tempo dell’arte è quello della trascendenza
Mostre
Il nome Fumone viene dai segnali di fumo. Prima di essere castello, questo luogo era un sistema di comunicazione: sorge a 800 metri sulla valle del Sacco, vedetta del Basso Lazio, e per secoli ha trasmesso messaggi attraverso l’aria. Nel nome è rimasta la traccia di quella funzione. Quando Silvia Scaringella descrive la mostra allestita qui – Passages, curata da Francesca Pietracci, seconda tappa del ciclo Avvistamenti & Incontri promosso da Giulio de Paolis – usa un’immagine precisa per distinguerla dall’esposizione vista a gennaio al Museo Carlo Bilotti di Roma: «Qui sono riuscita ad avere una narrazione per percorso e non per fondale: una narrazione che si sfoglia petalo per petalo». È una distinzione tecnica ma dice molto di più di quanto sembri.
All’Aranciera di Villa Borghese il lavoro si presentava frontalmente: visibile tutto d’un colpo, nella chiarezza di uno spazio neutro. Qui invece, lungo il camminamento di ronda medievale, percorso di margine e di difesa riattivato come spazio espositivo, ogni opera si incontra per tappe. Non si offre: si lascia trovare. Così, a cambiare è anche qualcosa di più profondo: il tempo che si è disposti a restare dentro di esse.

Questa idea del processo – affidata alla scultura ma anche alle tele realizzate con lucidi architettonici e inserti in ferro – attraversa da tempo il lavoro di Scaringella. A Fumone, però, diventa ancora più chiara.
Le libellule di marmo bianco che abitano il Passaggio di Ronda portano con sé la forma scolpita di una possibilità. Nascono dall’acqua, da una larva che l’artista stessa definisce «Orrenda», e poi diventano qualcosa che sa volare a 360 gradi, catturando tutto il campo visivo.
Non è metamorfosi, precisa Scaringella: è trascendenza. La distinzione non è sottile. La metamorfosi cambia forma; la trascendenza cambia piano. «Ogni male interiore – dice l’artista – se tu sai trasformarlo, non può essere altro che una risorsa».

Lo stesso movimento – dal basso verso l’alto, dall’invisibile al visibile – attraversa tutto il bestiario di marmo bianco che abita il passaggio. Le api, che Virgilio nelle Georgiche elogiava già come modello di convivenza, ritornano di opera in opera per «Ritirare fuori quell’archetipo di mutuo soccorso che la natura ci suggerisce»: non ornamento ma argomento.
Le formiche portano con sé una storia raccolta in un villaggio senegalese, dove la comunità tiene ancora attivo un formicaio vicino alle case: gli scarti vanno alle formiche, che li conservano, pronti per il momento della carestia, in un sistema di resilienza millenaria fondato sulla relazione con ciò che non si vede ma sostiene.
Anche il marmo viene dal basso, da una profondità che il lavoro dello scultore porta lentamente alla luce. È un far venire fuori che richiede cura, pratica, lentezza. 20 anni di esperienza nel gesto, dice Scaringella, non sono una cosa scontata: «C’è molto più lavoro nel percorso del saper fare che nel risultato finale».

Ed è proprio qui che il suo lavoro si fa presa di distanza: in una contemporaneità ormai abituata a privilegiare il risultato, Scaringella insiste a restare dentro il fare, in quello che definisce il solo tempo veramente naturale, «Noi come natura dovremmo vivere nel percorso e non nel fine».
È questa la frase che più di ogni altra potrebbe stare come epigrafe di Passages, perché qui il Passaggio di Ronda – recentemente restaurato e reso accessibile dalla famiglia Longhi de Paolis – supera la sua funzione di corridoio storico per farsi dispositivo narrativo. Attraversarlo vuol dire ricevere le opere una dopo l’altra, costruendo una sequenza che non ha un punto d’arrivo ma trova il suo senso nel percorso.
Anche per questo, il pensiero corre ai giardini pensili che coronano il castello: 3500 metri quadri sospesi su volte e bastioni, dove ancora oggi passano gli uccelli migratori della Ciociaria. Un altro passage, questa volta in senso letterale.

Non è un caso che la curatrice Francesca Pietracci parli di «Marcata continuità installativa», tanto concettuale quanto formale: il lavoro di Scaringella mantiene infatti la propria coerenza attraverso i materiali, le scale, le ossessioni. Ma a Fumone questa continuità trova luogo. Il castello non fa da sfondo: è la struttura che rende visibile ciò che nel lavoro è già presente ma che altrove resta implicito – l’idea che un’opera non si esaurisca nel momento in cui viene vista ma continui nel tempo di chi l’ha attraversata.
«Siamo in passaggio», dice Silvia Scaringella. E Fumone, che per secoli ha trasmesso messaggi attraverso l’aria, ne riceve uno in più.














