18 aprile 2026

Wood Wide Web: la foresta di Ketty Gobbo invade la Galleria Artericambi, a Verona

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Fino al 16 maggio, un sottobosco di riferimenti visivi e materiali organici prende forma nello spazio espositivo, dando vita a un sistema aperto e interconnesso che richiama la complessità invisibile della foresta; con un testo critico di Laura Ferrone

Installation view Ketty Gobbo, Wood Wide Web, 2026. Courtesy Artericambi Gallery

In un recente articolo su The Guardian, Suzanne Simard racconta come le foreste siano sistemi interconnessi, ecosistemi molto più complessi di quanto abbiamo mai immaginato. Il sottobosco gioca un ruolo incredibilmente importante: la scienziata canadese descrive queste reti estese – coniando il termine Wood Wide Web – come sistemi di interscambio di nutrienti, ma anche come vere e proprie sentinelle, capaci di avvisare dei pericoli nel mondo vegetale. Ne emerge lidea di un organismo complesso e stratificato che, contrariamente a quanto si pensa, rende la foresta unentità organica e gerarchica, dove esistono alberi madre” che nutrono alberi minori, comunicando attraverso una rete sotterranea di funghi, le micorrize. Quello che appare è un ecosistema naturale incredibilmente intricato, costruito su equilibri sottili che noi racchiudiamo, riduttivamente, sotto un unico nome: foresta.

Installation view Ketty Gobbo, Wood Wide Web, 2026. Courtesy Artericambi Gallery

Ketty Gobbo, giovane artista emergente, si ispira a questa rete invisibile, facendola emergere e rendendola visibile. Esplicita il lavoro del sottobosco” come uno step fondante della pratica artistica: una soglia di accesso a un mondo naturale, animistico, totemico, stratificato.

All’inizio del percorso in galleria, si apre una vera e propria foresta di immagini su carta: geometrie di tappeti persiani, forme organiche e floreali, erosioni su colonne calcaree, crateri naturali, le opere di Emilio Scanavino e Silvia Giambrone, scheletri animali, impronte sul suolo o sulla carta, impronte digitali, pelli scuoiate e stese al sole per diventare tende o abiti – forse nelle comunità Inuit o tra i nativi americani – fossili, esoscheletri, table setting, architetture effimere, accampamenti, seppie e polipi ammassati nei mercati del pesce. Queste immagini sono appese, connesse da fili, legate tra loro per analogie visive: pattern che si ripetono, risonanze formali, accostamenti per sineddoche o simbolo.

Installation view Ketty Gobbo, Wood Wide Web, 2026. Courtesy Artericambi Gallery

Un sistema che ricorda da vicino il montaggio associativo teorizzato nel cinema da Sergej Ėjzenštejn, il cosiddetto montaggio intellettuale”, fondato sullassociazione di immagini per generare emotivamente ed intellettualmente significati altri. Ecco allora che le immagini da cui attinge Gobbo funzionano come una rete potenzialmente infinita: si espandono, mutano, contengono tutto – proprio come una foresta.

In un secondo passaggio, questa rete si concretizza in una foresta vera e propria che si integra con larchitettura della galleria, scandita da numerose colonne bianche. Sono pelli stese al vento, realizzate con lattice e resine naturali: materiali organici, derivati dagli alberi della gomma, che rafforzano la coerenza del progetto. Ancora una volta emerge la sintesi di Gobbo, che pensa, sviluppa e realizza Wood Wide Web in un contesto ecologico, utilizzando elementi naturali come carta, lattice e resine. Corna e legni, insieme a queste superfici sospese, contribuiscono a costruire un immaginario animistico, panteista, quasi sacro. Camminando nello spazio, ci si sente davvero immersi in una foresta rituale, in una sala ipostila, pronti a incontrare – per usare le parole di Simard – un albero madre”, o una cella sacra.

Installation view Ketty Gobbo, Wood Wide Web, 2026. Courtesy Artericambi Gallery

Ed ecco appunto che in fondo alla galleria, una grande installazione in lattice e resina abita la conclusione del percorso espositivo. É sospesa con corde: richiama la texture di una grande corteccia, ma allo stesso tempo suggerisce un rifugio, una capanna. Riporta a unidea essenziale dellabitare: basta così poco per sopravvivere. Come teorizzava Marc-Antoine Laugier, la capanna primitiva è larchetipo dellarchitettura, il primo gesto di interazione tra uomo e natura, in cui la natura stessa diventa rifugio.

Si avverte una profondità sacrale in tutto questo: non solo unimmersione estetica, ma un tentativo di ripensare il modo in cui immagini, materiali e organismi si relazionano tra loro inevitabilmente. La rete di Gobbo non è solo rappresentazione, ma processo continuo: un ecosistema aperto che cresce, si connette e continuamente ridefinisce il proprio equilibrio, proprio come una foresta.

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