26 aprile 2026

Musei diffusi: l’arte alpina dell’Hotel Bellevue di Cogne

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Fondato nel 1925, l'Hotel Bellevue di Cogne è una "casa" dove l'arte alpina non si guarda in teca, ma si abita. Un'eredità che continua a respirare tra mobili del Seicento e pittura

Leonardo Bazzaro, Alla fontana (piazzetta del paesino di Gimillan), 1895-98

Natura e arte: queste le due parole chiave per definire l’Hotel Bellevue di Cogne, fondato nel 1925, a pochi anni di distanza dall’istituzione del parco (1922) e alla vigilia di una legge che nel 1926 avrebbe vietato nuove costruzioni sui prati di Sant’Orso. L’hotel gode di una posizione che oggi sarebbe irripetibile. Ma è all’interno che avviene l’incontro più sorprendente. A partire dagli anni Ottanta, per iniziativa di Piero Roullet, l’hotel è diventato il custode di una collezione che è cresciuta in modo organico nel tempo.

La storia del Bellevue è indissolubilmente legata alla famiglia Jeantet-Roullet. Figura centrale fu Maria Romilda Albert, la “Signora” del Bellevue, che con eleganza e dedizione salvò l’edificio dai saccheggi durante la Liberazione. Il testimone passò poi a Piero Roullet, scomparso nel 2022, un “visionario dal romanticismo pragmatico” che rifiutò l’arredamento industriale per trasformare l’hotel in una fortezza della memoria valdostana. Così inizia la sua ricerca per mercatini e antiquari dove inizia a recuperare mobili, oggetti d’arredo, sculture, ex voto e dipinti ottocenteschi, tutti accomunati dalla cultura valligiana.  Oggi la figlia Laura, insieme al marito Domenico e ai figli Pietro e Leonardo, continua a onorare questa eredità, gestendo quella che amano definire non solo un hotel, ma la “Casa Bellevue”.

Bellevue, terrazzo

Ogni stanza è letteralmente unica per arredi e opere d’arte che impreziosiscono le pareti della storica struttura. L’hotel stesso è un vero e proprio museo diffuso: non ha didascalie, non ha percorsi obbligati né teche di vetro. Le opere di Bazzaro, Mus e Roda sono appese alle pareti della sala da pranzo, dei corridoi, degli angoli di sosta. Accanto a loro, senza rubare la scena, si trovano alcuni oggetti antichi, una statua lignea trecentesca, una cassapanca in larice del Seicento, che testimoniano la cultura materiale della valle. Ma il cuore della collezione resta la pittura, che qui vive come viveva un tempo nelle case degli alpinisti o nelle locande di paese: non come un feticcio da contemplare a distanza, ma come una presenza familiare.

Questa scelta espositiva, voluta da Piero Roullet e riassunta nel motto «tradizione in movimento», è una presa di posizione teorica precisa. Roullet non voleva imbalsamare il passato: voleva che continuasse a respirare. Così le colonne d’altare sono diventate baldacchini per letti, le piattaie per il burro sono tornate in cucina, e i dipinti guardano gli ospiti mentre mangiano o leggono. La pittura alpina, che parlava di vita quotidiana, torna finalmente nel flusso della vita. Il nucleo più prezioso è costituito proprio da tre voci pittoriche – Leonardo Bazzaro, Italo Mus, Leonardo Roda – ciascuna delle quali racconta la montagna con una grammatica visiva propria.

Italo Mus, 1934

Leonardo Bazzaro: il realismo al Bellevue

Nato a Milano nel 1853 e formatosi all’Accademia di Brera, gli esordi di Leonardo Bazzaro sono segnati da interni di chiese e palazzi settecenteschi, ma fu l’incontro con la pittura en plein air a spostare il suo interesse verso il paesaggio e la scena di genere. Le acque lagunari, la luce diffusa, le imbarcazioni da pesca: Bazzaro affina una tecnica che alterna pennellate corpose a sottili velature, sempre attenta alla verità ottica. L’approdo alla montagna avviene attraverso il Verbano e il Mottarone, dove Bazzaro si stabilisce in una villa ad Alpino. Qui, il suo sguardo si concentra sulla vita dei villaggi, sul lavoro agricolo, sulle case di pietra che sembrano crescere dal terreno.

Le tre opere conservate al Bellevue appartengono tutte a questo periodo e sono state eseguite tra il 1910 e il 1911. Nei campi (1910) ritrae una donna intenta a fare i fieni. Indossa l’abito tradizionale di Cogne: il fazzoletto annodato sul capo, il grembiule scuro, le maniche lunghe. La materia del vestito è resa con tocchi rapidi, mentre il volto della donna è appena abbozzato, come se l’identità individuale contasse meno del gesto universale che sta compiendo.

Alla fontana (1911) trasporta l’osservatore nella piazzetta di Gimillan, il borgo che si arrampica sopra Cogne. Qui Bazzaro abbandona la solitudine del lavoro per rappresentare un momento di sosta e socialità. Alcune figure si raccolgono attorno all’acqua che scorre; non c’è fretta, non c’è narratività esplicita. Alta dimora alpestre (1910) chiude il trittico con un altro sguardo sulla montagna. Una donna tiene in braccio una bambina, sul dorso di un cavallo. Bazzaro la ritrae frontalmente in contrasto con il bianco delle montagne innevate. L’opera ha un valore quasi documentario, ma non freddo: la luce scalda i visi, e l’insieme trasmette una sensazione di protezione e calma.

Petit Bellevue

Italo Mus: il colore e la Vallée

Italo Mus nasce a Châtillon nel 1892, in una famiglia di artisti: il padre Eugène è scultore del legno, e il giovane Italo impara presto a maneggiare gli strumenti del mestiere. La formazione accademica avviene a Torino, dove segue i corsi di Giacomo Grosso e Paolo Gaidano.

A differenza di Bazzaro, Mus non ama allontanarsi dalla sua valle. La Vallée è il suo soggetto costante, quasi ossessivo. Lo stesso artista ha suddiviso la sua produzione in tre fasi; la più rilevante per la collezione del Bellevue è la prima, dominata da scene di vita montanara. Un’opera testimonia il suo legame con Gimillan. Intitolata Veduta del paese di Gimillan (1934), adotta un punto di vista distaccato, quasi a volo d’uccello. Le case si addensano, la chiesa fa da perno visivo.

L’altra opera da non perdere è I fuochi di San Giovanni, databile agli anni Trenta. Nelle notti di fine giugno, in molti villaggi alpini, si accendono falò per celebrare il solstizio d’estate. Mus non descrive il rito in modo didascalico: lo trasfigura. In  primo piano non il fuoco, ma i corpi. Il fuoco compare tra le teste dei personaggi, circondato dalle loro figure. Una lingua arancione e rossa è posizionata perfettamente al centro della tela. Si avverte un’anticipazione della svolta espressionista che l’artista avrebbe compiuto nel decennio successivo, quando dichiarerà di voler «fare del colore» a prescindere dalla realtà.

Italo Mus, I fuochi di san Giovanni – anni ‘30

Leonardo Roda: l’oggetto come ritratto

Il meno noto dei tre, Leonardo Roda, merita una rivalutazione ed è oggi al centro di alcune mostre. Autodidatta, perfezionatosi sotto la guida di Mario Cardellini, Roda era alpinista e botanico, e amava osservare la natura direttamente, sul campo. La sua produzione si divide tra paesaggi marini e alpini. In particolare, tra gli alpini, ha dipinto innumerevoli versioni del Monte Cervino, colto in diverse stagioni e condizioni di luce.

Ma l’opera conservata al Bellevue è atipica rispetto al suo catalogo. La fontana in ferro di Cogne (1906) è una scena di paese piena di movimento. La fontana in ferro occupa il centro della composizione, ma attorno a lei la vita scorre. Si vedono diverse persone: qualcuna attinge l’acqua, altre ancora camminano per la strada.Roda restituisce l’atmosfera di un pomeriggio qualunque in un villaggio alpino di inizio Novecento: non c’è un evento eccezionale, non c’è una celebrazione. C’è semplicemente la comunità che vive il suo spazio pubblico, dove la fontana è il punto di incontro naturale.  L’opera merita di essere riscoperta non solo come documento storico, ma come esempio di un approccio alla pittura che non ha bisogno di grandi soggetti per essere intensa.

Cassapanca lignea in larice, proveniente dall’alta Val di Susa è decorata con coppie di archi a sesto acuto. Datazione XVII sec.

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