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The Only True Protest is Beauty: il debutto veneziano di Dries Van Noten
Mostre
di Zaira Carrer
Secondo Walter Benjamin – che nel 1926 scriveva Il dramma barocco tedesco – il Barocco segnava l’inizio della modernità: la nascita di un immaginario secondo il quale lo scopo dell’arte era quello di sopraffare l’osservatore, coinvolgendolo emotivamente attraverso la saturazione e la teatralità dell’opera. Benjamin è il primo a rivalutare il Barocco come oggetto filosofico di immenso valore: lo sfarzo, l’eccesso e persino il kitsch costituiscono il tentativo dell’uomo di dare senso a un mondo frammentato e fragile. All’ideale di unione del Rinascimento, il Barocco contrapponeva così la tensione dello scisma e la necessità di emozionare lo spettatore. A distanza di esattamente cent’anni la radici di quest’analisi si ritrovano anche nella mostra inaugurale di Fondazione Dries Van Noten, a Venezia.

Courtesy of Virginia Leonard and Side Gallery
Già dal titolo, The Only True Protest is Beauty – che riprende un verso del cantautore e attivista politico statunitense Phil Ochs – l’esposizione rimanda a una dimensione etica della bellezza, in cui lo sfarzo e l’eccesso diventano, nuovamente, modo per convivere con una realtà sempre più drammatica.
«Non è una fuga dalla realtà, ma un modo per confrontarsi con essa. Quando la bellezza lascia spazio ad ambiguità, lentezza e contraddizione, quando turba invece di risolvere, allora diventa una forma sottile di protesta» così parlano del progetto i fondatori della fondazione: lo stilista belga Dries Van Noten e il suo compagno Patrick Vangheluwe. L’anno scorso, i due hanno acquistato uno dei palazzi più splendidi della laguna: Palazzo Pisani Moretta; che oggi si apre al pubblico in un tripudio di oltre 200 oggetti di alta manifattura, che spaziano dall’arte in senso stretto al design e alla moda.

Nonostante le venti sale espositive siano effettivamente divise in nuclei tematici, il percorso funziona più per assonanze che per confini rigidi, con oggetti e opere che trovano il loro posto nelle sale storiche in maniera naturale e istintiva, insinuandosi in cassetti, armadi, e mobili preesistenti. Ne risulta un insieme di manufatti preziosi che dialogano apertamente – e sottilmente – con il palazzo. Proprio poiché le distinzioni nette qui risultano sfocate e l’accumulo sembra essere uno degli escamotage prediletti da Van Noten, che cura la mostra, anche qui vi proponiamo non tanto una lettura per temi o metafore dell’esposizione, ma una sorta di lista delle meraviglie.
E dunque, ecco alcuni degli oggetti e dettagli che si possono ammirare, tra mostra e ambiente storico: posate ruvide in bronzo e acciaio di Damasco; collane di corallo; petali e steli in vetro di Murano; un soffitto affrescato da Tiepolo; sedie d’epoca e sedie di design; le silhouette d’archivio di Rei Kawakubo per Comme des Garçons; le sculture ambigue e polverose di Peter Buggenhout; coppe colme di ametista; La Vittoria della Luce sulle Tenebre di Guarana. E poi ancora: pizzi, velluti e crisalidi in oro, perle, rubini e diamanti.

A punteggiare questo teatro dello sfarzo vi sono alcune presenze che ritornano costanti, come quella di Codognato, i cui capolavori di gioielleria occupano teche e vetrine sui vari piani del palazzo, e quella dello stilista francese Christian Lacroix: le sue silhouette opulente e raffinatissime punteggiano le sale come fantasmi barocchi. Chiude il trio il fotografo Steven Shearer: i suoi ritratti di persone addormentate, di dimensioni colossali, diventano qui quasi dei muri sintetici che separano, e collegano, gli spazi.
Scegliendo di abitare il palazzo attraverso un accumulo istintivo e non gerarchico, lo stilista belga trasforma dunque l’opulenza in un dialogo vivo tra epoche distanti: se il Barocco, nelle sue forme originarie, mirava a sedurre lo sguardo attraverso la saturazione, qui l’eccesso si fa invece strumento di riflessione, un invito a non distogliere lo sguardo dalla complessità della realtà.

















