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Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Il mio percorso non è stato lineare: vengo da studi economici e sono arrivato alle arti visive. Oggi non considero questi ambiti separati, ma come livelli che si contaminano e informano il mio lavoro. Un momento decisivo è stato al PAC di Milano, davanti a una mostra di Santiago Sierra e a una performance di Teresa Margolles. Lì ho incontrato un’arte che non si limita a rappresentare, ma si assume una responsabilità reale, lavorando sul corpo, sul tempo e sui meccanismi del potere. In quel momento ho capito che il mio lavoro non poteva restare sul piano dell’osservazione, ma doveva entrare in attrito con il reale. Un altro passaggio fondamentale è stato l’incontro con Regina José Galindo a Madrid. Da lì è nata una riflessione condivisa su esperienze concrete di esclusione e violenza strutturale, emerse anche osservando la condizione dei manteros. Quelle esperienze mi hanno mostrato come le asimmetrie sociali attraversino i corpi in modo diseguale e si depositino nelle biografie più vulnerabili. Da allora il mio lavoro nasce da questa tensione: non da temi astratti, ma da pressioni reali.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
Vivo il presente come uno stato di allerta continua. Non è una metafora: il corpo reagisce prima ancora della testa. È come stare costantemente sul punto di scansarsi, sapendo che qualcosa sta arrivando. Il lavoro nasce quando questa sensazione diventa troppo intensa per restare interna. Questa pressione non è solo individuale, ma prodotta da strutture sociali, da forme di controllo ed esclusione che determinano chi è esposto, chi è visibile, chi resta in attesa. Non parto da concetti astratti, ma da situazioni concrete che lasciano una traccia e continuano a premere. Queste pressioni diventano il vero materiale del lavoro e determinano di volta in volta la forma, il medium e le condizioni dell’opera. Non cerco di spiegare ciò che accade né di offrire soluzioni, ma di rendere percepibili forze politiche e sociali spesso invisibili o normalizzate, senza addomesticarle in una narrazione rassicurante.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Non lavoro con un materiale unico. I materiali sono canali, scelti in funzione di ciò che ogni progetto deve attivare. Quello che resta costante non è il medium, ma una pressione — sociale, politica, temporale — che prende forma attraverso dispositivi fisici o situazionali e agisce sul corpo. Non parto da un’idea da illustrare, ma da una condizione da attivare. In alcuni lavori, come Ora pro nobis, utilizzo la fotografia per la sua apparente stabilità e per il suo legame con la memoria, la rappresentazione e il sacro. Mi interessa come l’immagine possa funzionare come superficie di deposito, capace di trattenere tracce di uso, di violenza o di rimozione. In altri progetti, come Agonía, non lavoro su un oggetto ma su condizioni: tempo, calore, durata. In questi casi il mio ruolo non è modellare una forma, ma costruire un sistema che agisca direttamente sul corpo, lasciando che il materiale — anche quando non è tangibile — registri una pressione reale.
Puoi parlarci di un’opera o di un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Agonía nasce da una riflessione sul tempo come forma di pressione invisibile. L’installazione costruisce una condizione di rallentamento e sospensione che mette il corpo dello spettatore in una posizione di attesa, di inquietudine e di perdita di controllo. È stata presentata a Cultural Farm Favara, in un contesto di caldo reale. La temperatura non era un effetto scenico, ma una condizione fisica che produceva sudore, affaticamento e resistenza. Questa esperienza richiama situazioni più ampie di sospensione e transito che caratterizzano molte biografie vulnerabili, in cui l’attesa non è una scelta ma un’imposizione. La sfida non è stata intensificare l’effetto, ma sostenerlo nel tempo. Agonía non chiede di essere guardata, ma attraversata. Per me segna un passaggio importante: il tempo smette di essere un tema e diventa materia politica.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Non seguo un metodo unico o replicabile. Ogni progetto costruisce il proprio processo nel tempo, in relazione al contesto e alle condizioni in cui prende forma. Ricerca e lavoro pratico procedono insieme: letture, prove, scarti e decisioni operative. In alcuni casi il progetto arriva a una forma esposta, in altri si interrompe o viene archiviato perché non trova uno spazio in cui esistere senza essere forzato. Anche questa sospensione fa parte del lavoro: produrre non significa necessariamente mostrare
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
So che il mio lavoro non è pensato per rispondere a una domanda immediata. Può risultare scomodo o poco conciliabile, perché non cerca di semplificare dinamiche complesse né di renderle innocue. Per questo scelgo consapevolmente una posizione laterale. Non è una rinuncia, ma una scelta politica: mi permette di proteggere il processo e di non neutralizzare il lavoro adattandolo a ciò che è più facilmente spendibile. L’unica cosa che cerco di difendere è la possibilità di continuare a lavorare mantenendo un legame reale con le tensioni irrisolte del presente.

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