08 maggio 2026

Pane, rose e colori: il corpo politico dell’immagine, per quattro artiste

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A Palazzo delle Esposizioni di Lucca, Awa Seni Camara, Esther Mahlangu, Michelle Okpare e Laetitia Ky trasformano la materia in linguaggio e l’identità in campo di battaglia simbolico

Michelle Okpare, In to her mind, Courtesy l'artista

C’è un odore che attraversa la mostra prima ancora delle immagini: è quello del pane ma non come nutrimento, bensì come memoria. Pane impastato con mani invisibili, tramandato, spezzato, condiviso, segnato da una fatica che non si vede ma si avverte. E poi le rose, che sono ferite addolcite, rivendicazioni estetiche di una dignità che non si lascia più negoziare. Infine i colori, che esplodono, invadono, disobbediscono, si fanno gesto e dichiarazione, superficie e profondità insieme.

Dall’8 maggio, al Palazzo delle Esposizioni di Lucca, Bread, Roses and Colors / Il Pane, le Rose e i Colori si configura come una soglia. Un varco in cui l’immagine è chiamata a caricarsi di una funzione altra: non rappresentare il mondo ma contraddirlo, incrinarlo, riformularlo. Curata da Alessandro Romanini, l’esposizione assume come punto di partenza uno slogan del 1912, quello delle lavoratrici tessili americane, per disarticolarlo e riattivarlo nel presente, aggiungendo una terza variabile, il colore, che agisce come elemento destabilizzante, come eccedenza semantica che rompe ogni equilibrio dato. Il pane diventa sopravvivenza, le rose aspirazione, i colori insubordinazione.

Quattro artiste, quattro traiettorie, quattro modalità di incidere la realtà. Non c’è una linea narrativa univoca: piuttosto, un campo magnetico in cui le opere si attraggono e si respingono, costruendo una costellazione instabile, una geografia mobile che si ridefinisce a ogni passo.

Awa Seni Camara lavora come se scavasse nella terra della memoria. Le sue sculture non si limitano a occupare lo spazio: lo generano, lo modificano, lo rendono denso. Figure che sembrano emergere da una dimensione preverbale, anteriori al linguaggio, dove il gesto femminile si trasmette come un sapere non scritto, come un’eredità che non ha bisogno di archivi per sopravvivere. Le superfici rugose, le deformazioni volutamente anti-classiche, restituiscono un corpo che non vuole essere bello ma necessario. Un corpo che esiste prima di ogni estetica e che resiste a ogni tentativo di normalizzazione.

In Camara, la materia è ancora viva, ogni figura trattiene una tensione interna, come se fosse sul punto di trasformarsi, di dire qualcosa che ancora non ha forma. È un’arte che convoca.

Awa Seni Camara, Maternità, courtesy LIS10 Gallery7263

Di fronte, le geometrie di Esther Mahlangu costruiscono un controcanto rigoroso, quasi silenzioso nella loro precisione. Linee nette, campiture cromatiche che si organizzano in strutture apparentemente stabili ma attraversate da una tensione sotterranea. Il suo lavoro è un alfabeto, una scrittura visiva capace di attraversare il tempo. Ogni segno è una parola, ogni colore una dichiarazione, ogni composizione una mappa identitaria.

Derivata dalla tradizione Ndebele, questa grammatica visiva non guarda al passato come a un luogo perduto ma lo riattiva nel presente, trasformandolo in un sistema di resistenza culturale. In un contesto globale che tende a uniformare, Mahlangu insiste sulla differenza come forma di autonomia. Le sue opere sono struttura, pensiero, posizione. Poi, improvvisamente, il corpo.

Esther Mahlangu, Ndebele Dwelling, 2018, acrylic on canva, Courtesy LIS10 Gallery

Michelle Okpare entra nello spazio espositivo come una frattura. Le sue immagini interrompono, disturbano, mettono in crisi. Il corpo femminile, anziché essere superficie di proiezione o oggetto di contemplazione, diventa dispositivo critico. Viene scomposto, ricodificato, restituito in una forma capace di destabilizzare lo sguardo e costringerlo a interrogarsi. Le sue opere operano uno scarto: ciò che era familiare diventa estraneo, ciò che era invisibile emerge con forza. In questo processo, lo spettatore perde la sua neutralità e viene coinvolto in un confronto diretto.

Michelle Okpare, Unveiling forms, 91x76cm, crepe paper, lace fabric and acrylic paint on canvas, courtesy LIS10 GALLERY

Laetitia Ky, invece, agisce dall’interno del proprio corpo, trasformandolo in un laboratorio simbolico. I capelli diventano materia plastica, architettura, linguaggio. Si piegano, si intrecciano, si elevano in forme che sono insieme immagini e idee. Costruzioni effimere che assumono valenze iconiche, talvolta ironiche, talvolta provocatorie ma sempre attraversate da una tensione politica precisa.

Ky lavora su un territorio delicato, quello dell’autorappresentazione. Ma lo fa evitando ogni forma di vittimismo o retorica. Il suo gesto è affermativo, creativo, aperto. Non si limita a denunciare: reinventa. E proprio in questa capacità di trasformazione risiede la sua forza. Il corpo non è più oggetto di sguardo ma soggetto che si costruisce, si espone, si ridefinisce.

Laetitia Ky, Access denied, 2026, c-print, mounting on diasec-plexiglass satin 75 x 50 cm Edition of 5 + 2 AP, courtesy l’artista

Il percorso espositivo si sviluppa come una partitura senza gerarchie. Pittura, scultura e fotografia convivono senza subordinazioni, in un equilibrio instabile che riflette la complessità delle tematiche affrontate. Non c’è una tecnica dominante, così come non c’è una narrazione unica. L’identità non è mai data: è costruzione, negoziazione, conflitto continuo. E fuori dalle sale, il discorso si espande.

La mostra si accompagnerà a un momento di confronto internazionale che ne amplierà il raggio d’azione, mettendo in dialogo artisti, studiosi e operatori culturali. Le voci si intrecceranno, si sovrapporranno, costruendo un paesaggio critico in cui le categorie tradizionali — centro e periferia, origine e destinazione — si riveleranno insufficienti. Emergeranno nuove possibilità di relazione, nuove modalità di collaborazione, nuovi scenari culturali.

Si parlerà di eredità coloniale senza retorica consolatoria. Di migrazione senza semplificazione. Di industria culturale come spazio di possibilità ma anche come luogo di tensione. Ciò che emergerà sarà una consapevolezza sempre più chiara: l’arte contemporanea africana non è più una periferia del sistema ma una delle sue linee più vitali, più urgenti, più trasformative. In questo contesto, la mostra assume una funzione precisa: quella di riorientare lo sguardo. Il multiculturalismo, spesso ridotto a formula o a gesto simbolico, qui diventa esperienza concreta, attraversamento reale.

Il pane non basta più, se non è accompagnato da una trasformazione simbolica che lo renda condiviso. Le rose non bastano, se restano semplici ornamenti. I colori non bastano, se non diventano strumenti di liberazione, atti di disobbedienza visiva.

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