14 maggio 2026

Kyoto, città della fotografia: cosa abbiamo visto al Kyotographie 2026

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Il festival Kyotographie esplora il concetto di limite attraverso mostre tra templi, architetture storiche e spazi urbani, con artisti da tutto il mondo, dal Maestro Daido Moriyama a Fatma Hassona, l'occhio di Gaza

Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Da metà aprile a metà maggio, Kyoto diventa la città della fotografia. Sono moltissime e variegate le iniziative: da imponenti produzioni con grandi sponsor a piccole mostre in spazi semiprivati. Noi abbiamo partecipato da protagonisti e siamo stati a vedere moltissime mostre. Cominciamo da Kyotographie 2026, la kermesse che comprende una dozzina di esibizioni in luoghi eclatanti.

Kyotographie 2026
Kyotographie 2026, Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Il festival, giunto alla sua 14ma edizione, riunisce autori provenienti da ogni parte del globo, e affronta il concetto di “edge”, il bordo, il limite. Molti degli spazi sono istituzionali come il Museo Kyocera, altri no, come l’edificio Hachiku-an (l’ex residenza Kawasaki) e la galleria commerciale Demachi Masugata. Tra le mostre, eccone sei che ci hanno colpito.

Kyotographie 2026, Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Daido Moriyama, una retrospettiva

Presentata da Sigma, la mostra è ospitata al Kyoto City Kyocera Museum of Art, dal 18 aprile al 17 maggio 2026. È organizzata da KYOTOGRAPHIE e Instituto Moreira Salles, in collaborazione con Daido Moriyama Photo Foundation; curatela di Thyago Nogueira, scenografia di Osamu Ouchi. Si tratta di una ricognizione ampia e approfondita della carriera del fotografo, con un focus su magazine e photobook, elementi centrali del suo percorso.

Moriyama, nato a Osaka nel 1938, ha trasformato il modo in cui guardiamo la fotografia, interrogando la società giapponese, la circolazione delle immagini e la natura stessa del medium. La mostra ripercorre l’evoluzione del suo lavoro, dagli esordi per le riviste giapponesi e la distanza crescente dal fotogiornalismo, alla partecipazione alla generazione Provoke e alla svolta di Farewell Photography (1972). Negli anni successivi, Moriyama ha sviluppato un linguaggio visivo più lirico, ha ripreso la fotografia di strada e ha ampliato la propria ricerca verso il colore, il digitale e con Record, la rivista che ancora oggi continua a pubblicare.

Daido Moriyama, Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Juliette Agnel, Il profumo della luce

Presentata da Van Cleef & Arpels e allestita da Seiichiro Takeuchi, la mostra è ospitata al Yuhisai Koudoukan, un edificio tradizionale nei pressi del Palazzo Imperiale. La fotografia di Juliette Agnel rende visibili forze invisibili, esplorando la relazione tra esseri umani, natura e dimensioni spirituali. In questa mostra presenta due serie a colori, Dahomey Spirit e Susceptibility of Rocks, insieme al nuovo lavoro Eternity.

In Dahomey Spirit, Agnel fotografa di notte l’Essay Garden della Fondazione Zinsou in Benin, usando fumo e luce colorata per evocare la vita nascosta delle piante. In Susceptibility of Rocks, invece, riprende campioni della collezione mineralogica della Sorbona come fossero ritratti. Lo sfondo blu, ci ha detto l’autrice appena ha sentito la nostra provenienza, è stato paragonato da una critica al blu di Giotto della Cappella degli Scrovegni a Padova. Eternity, infine, è un film Super 8 in bianco e nero realizzato nella foresta sacra di Yakushima.

Juliette Agnel, Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Fatma Hassona, L’occhio di Gaza

A cura di Sepideh Farsi, la mostra all’Hachiku-an (ex residenza Kawasaki), con ingresso gratuito, è un omaggio alla fotografa palestinese scomparsa, attraverso una proiezione delle sue immagini. La mostra presenta uno sguardo netto e senza concessioni sulla distruzione di Gaza: immagini frontali, prive di sensazionalismo, che documentano la violenza e insieme la dignità delle persone ritratte. Tra le macerie, dettagli di colore diventano prova della persistenza della vita e dell’umanità.

Soprannominata “l’occhio di Gaza”, Hassona è stata uccisa in un attacco insieme a sei membri della sua famiglia, poco dopo aver compiuto 25 anni. La sua opera, seppur breve, resta una testimonianza forte e incancellabile della presenza del popolo palestinese.

Fatma Hassona, Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Lebohang Kganye, Prove di memoria

Presentata da Dior, la mostra è allestita all’Higashihonganji O-genkan, uno spazio dell’enorme tempio Higashi Honganji, aperto tutti i giorni. Ispirata alle storie familiari e alla memoria postcoloniale, riunisce quattro nuclei di opere che intrecciano fotografia, silhouette ritagliate, lightbox, tessuti e interventi scultorei.

Lavorando tra autobiografia, archivio e tradizione orale, Kganye costruisce ambienti immersivi in cui passato e presente coesistono. La mostra mette in dialogo queste stratificazioni con l’architettura lignea del tempio, facendo della memoria uno spazio da abitare più che da osservare.

Come scrive la curatrice Marina Paulenka, l’allestimento all’interno di Higashi Honganji, uno dei più importanti complessi templari lignei di Kyoto, crea un dialogo tra le immagini e secoli di artigianato e con la poesia della luce filtrata attraverso legno e carta. Ombre, silhouette e presenza materica richiamano l’estetica giapponese, evocando le sottili gradazioni celebrate da Jun’ichirō Tanizaki in Elogio dell’ombra. La memoria diventa architettura e la storia si dispiega come una prova: ripetuta, immaginata e vissuta di nuovo.

Kganye invita il pubblico non solo a osservare ma ad abitare la memoria, percependone ritmi, vuoti e risonanze, e riconoscendo come il passato continui a vivere nel presente.

Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Yves Marchand & Romain Meffre, La forma di quel che rimane

La coppia di fotografi francesi presenta grandi studi di rovine moderne, opere che combinano intelligenza artificiale e antiche tecniche fotografiche, e una nuova serie dedicata a Kyoto. La mostra è ospitata nel Jushin Kaikan, un dormitorio abbandonato ricoperto d’edera molto suggestivo. Da oltre 20 anni, Marchand e Meffre esplorano luoghi abbandonati, trasformando il loro fascino in un impulso ad archiviare e documentare. Dai primi scatti a Parigi (2002) a Detroit (2005), Gunkanjima (2008–2012) e Theaters (2005–2021), il loro lavoro riflette sull’obsolescenza come ritratto delle nostre società.

Per questa mostra presentano Les Ruines de Paris, un esperimento con IA generativa che immagina la città post-apocalittica, e una nuova serie che applica lo stesso metodo a Kyoto.

Yves Marchand & Romain Meffre, Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

Atsushi Fukushima, Sotto il sole cocente

Supportata da Fujifilm all’Ygion, la mostra è esposta nei locali di una cucina privata. Nel 2018, Atsushi Fukushima, dopo aver lasciato il lavoro di consegna per pasti agli anziani, entra nel mondo dell’agricoltura spinto da un amico. Contrariamente alle aspettative di una vita più tranquilla, scopre una routine estenuante: coltivazione e raccolta di quasi dieci tipi di verdure ogni anno, con l’estate che diventa una battaglia contro erbacce, insetti, caldo torrido e tifoni. Il lavoro inizia alle 5 del mattino e continua fino a metà pomeriggio. Le verdure, se non raccolte in tempo, marciscono rapidamente sotto il sole.

Tra infinite giornate faticose ed eventi meteorologici estremi, Fukushima vive momenti di accettazione liberatoria, sentendosi parte delle forze della natura come mai nella sua vita cittadina precedente.

«Quando mi trovavo in una posizione vulnerabile, sopraffatto dal lavoro, ho sentito per la prima volta di vivere allo stesso livello delle altre creature. Inizialmente volevo fotografare la soddisfazione della lotta contro la natura, ma ho compreso che quella soddisfazione nasceva dalla consapevolezza di essere anch’io parte della natura».

Atsushi Fukushima, Kyoto, 2026, Ph. Francesca Magnani

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