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Other Identity #203, altre forme di identità culturali e pubbliche: Paolo Cenciarelli
Fotografia
di Redazione
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Paolo Cenciarelli.

OTHER IDENTITY: Paolo Cenciarelli
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Forse potrei rispondere ad un’altra domanda, forse non troppo simile: qual è la mia rappresentazione IN ARTE? Mi piace di più; rispondere a questa domanda premia, lucidandola, la corazza del mio ego.
Quella corazza che è confine appunto tra privato e pubblico.
Bauman ha detto: “I confini sono tracciati per creare differenze, per distinguere un luogo dal resto dello spazio, un periodo dal resto del tempo…Creare delle differenze significa modificare le probabilità: rendere certi eventi più probabili e altri meno…” e di seguito “…non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce…”.
La risposta è quindi nel limite, là mi rappresento in arte, nell’arte.
Sposto e curo il limite rappresentandomi in una rivelazione, cerco di renderla nuova e nuovo il mio essere spectrum».

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«Ne ho una? Non lo so, non credo. Non ho scelto di essere un artista, ho scelto di essere un fotografo. Forse l’arte contemporanea (il sistema) un giorno mi premierà riconoscendomi artista o forse, per aspirare a questo premio, dovrei prima ammettere a me stesso che io, magari infondo, potrei esserlo».

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Molto. Conta per tutti, da sempre, inutile essere bugiardi a se stessi. Io sono un essere sociale, faccio parte di quegli esseri sociali chiamati esseri umani».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Io, me stesso. Sia come bambino con la sua curiosità ed i suoi capricci di conoscenza, che come adulto che si chiede come sia cresciuto e come stia crescendo.
Non sono fatto, e di conseguenza rappresentato, se non che da quello che io conosco. E quindi voglio conoscere di più, ma non come investimento, ma come modus operandi mentre attraverso il corso degli eventi, i miei e quindi quelli degli altri e dell’umanità che mi circonda.
Inoltre da sempre il mio valore di rappresentazione è l’amore, la convinzione che alla fine il bene vinca sul male. Forse un po’ mi comporto male anche per questo, per trovare l’amore salvifico».

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Lascio la risposta al mondo, credo ne sappia più di me, su me stesso in primis.
Lascio la risposta ai miei maestri, che del mondo ne sanno più di me.
Lascio la risposta a quelle persone che mi hanno attraversato, a quelle che ho attraversato io».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Quella che ci sarà dopo».

Biografia
Dopo aver conseguito la laurea in Design e Comunicazione Visiva presso La Sapienza Prima Università di Roma, vira la sua strada verso la fotografia come mezzo per comunicare.
In gran parte influenzato dalle realtà underground, il suo approccio alla fotografia diventa immediatamente riconoscibile e richiesto per commissionati editoriali e commerciali, permettendogli di entrare a far parte degli autori di agenzie prima italiane, poi internazionali.

Ha pubblicato per i maggiori magazine internazionali e non, prodotto campagne di advertising per multinazionali ed esposto in maniera costante la sua ricerca personale in mostre personali, collettive e festival d’arte e nella sua mostra museale curata da Roberto D’Agostino in Triennale Milano. Negli anni della sua carriera ha fondato tre studi ed un associazione culturale. La sua ricerca personale ruota in particolare intorno a due mondi: quello dello spostamento dei medium visivi contemporanei, inteso come l’indagine sui propositi e le possibilità future del linguaggio per immagini nei new media, e quello delle comunità spontanee nei loro territori di sviluppo.

Paolo Cenciarelli è oggi è oggi attore protagonista di un nuovo palcoscenico comunicativo. Fa parte di giurie di call e award internazionali, è fondatore e curatore di progetti culturali internazionali legati al contemporaneo multimediale ed oggi, dopo aver insegnato nel corso di laurea magistrale Design della Comunicazione Visiva e Multimediale dell’ateneo di Architettura, è professore del dipartimento SARAS dell’ateneo di Lettere e Filosofia nel corso di Digital Comunication, sempre presso La Sapienza, Prima Università di Roma. Paolo Cenciarelli è l’autore, tra gli altri suoi libri e cataloghi, di VANGELO MMXVIII, photobook edito da DRAGO e distribuito in tutto il mondo.




















