27 maggio 2026

Biennale 2026: dopo il caso Goliath, l’ombra della censura cade sul Kazakistan

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Dopo l'esclusione di Gabrielle Goliath che ha lasciato vuoto il Padiglione sudafricano, una dura lettera aperta accende i riflettori sul Kazakistan, dove le istituzioni hanno rimosso forzatamente l'installazione "Machine" di Äsel Kadyrhanova

Smail Bayaliye, Pilgrimag Video Still 2016 courtes Smail Bayaliyev

Che la 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia si stia rivelando un terreno minato per la diplomazia culturale non è più una novità. Sotto la superficie del tema portante In Minor Keys, l’esposizione lagunare del 2026 sta registrando una densità inedita di attriti istituzionali e veti incrociati che scuotono le fondamenta dei padiglioni nazionali. Prima ancora del caso del Kazakistan, l’attenzione internazionale era già rimasta scossa dalle pesanti polemiche attorno al Padiglione del Sudafrica, dove la rinuncia forzata dell’artista Gabrielle Goliath ha sollevato duri interrogativi sulla libertà di espressione e sulle ingerenze governative nei processi curatoriali – ne abbiamo parlato qui.

In questo clima di crescente polarizzazione, un nuovo cortocircuito istituzionale ha colpito il Padiglione del Kazakistan, ospitato negli spazi del Museo Storico Navale. Una dura lettera aperta, pubblicata inizialmente sulla piattaforma internazionale e-flux e sottoscritta da oltre novanta professionisti dell’art world globale, ha denunciato lo smantellamento forzato di uno dei lavori chiave della rassegna: l’installazione Machine (2013) dell’artista Äsel Kadyrhanova.

Il Padiglione kazako, intitolato Qoñyr: The Archive of Silence e curato da Syrlybek Bekbota, nasce con l’obiettivo di indagare i nodi irrisolti e i silenzi storici del Paese asiatico attraverso la ricerca di nove autori contemporanei. L’opera di Kadyrhanova costituiva una delle tappe più dense e drammatiche del percorso: un ordigno visivo composto da una macchina da scrivere vintage degli anni Trenta da cui partivano fili rossi tesi, collegati direttamente a copie cartacee di reali mandati d’arresto risalenti al terrore staliniano.

Museo Storico Navale di Venezia, sede del Padiglione Kazakistan

Secondo quanto trapelato dalla denuncia dei firmatari, a ridosso dell’apertura formale al pubblico l’opera sarebbe stata smantellata repentinamente su pressione del Ministero della Cultura e dell’Informazione del Kazakistan, dopo che i tentativi di negoziare una modifica concettuale del lavoro (tra cui la proposta di esporre i documenti d’arresto capovolti per renderli illeggibili) erano falliti.

Le reazioni delle parti coinvolte delineano uno scenario denso di fratture interpretative. Se per i firmatari della petizione l’episodio rappresenta un “grave danno reputazionale” e un preoccupante “passo indietro verso la censura dell’era sovietica”, la versione ufficiale del Ministero della Cultura kazako — commissario del padiglione — sposta l’asse della questione sulla conformità burocratica e sui regolamenti interni della sede ospitante.

Le istituzioni statali hanno infatti affermato che l’opera violerebbe i termini dell’accordo di locazione siglato con il Museo Storico Navale di Venezia, il quale vieta tassativamente l’esposizione di contenuti di natura prettamente politica, ideologica o propagandistica.

Esattamente come accaduto per le frizioni relative a Gabrielle Goliath nel padiglione sudafricano, il caso di Machine solleva interrogativi che superano i confini della geopolitica centroasiatica per investire lo statuto stesso delle partecipazioni nazionali in laguna. Quando la diplomazia culturale di uno Stato finanzia la propria vetrina internazionale, fino a che punto l’autonomia di curatori e artisti può coesistere con le agende politiche dei governi senza scivolare nel controllo sistemico?

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