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Il mondo dopo di noi: la dolce apocalisse nella pittura di Federica Giulianini
Arte contemporanea
«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? […] E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei», Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese, in Operette Morali, 1827. Nel caldo deserto africano, una gigante dai lunghi capelli neri si rivolge così a un irrequieto viaggiatore. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, Leopardi ci porta l’essenza di un mondo in cui l’essere umano non è più al centro, vittima come tutti i viventi di un ineluttabile ciclo di creazione e distruzione. La fine dell’uomo non è la fine del mondo: una tesi che Federica Giulianini – la sua mostra al TOMAV di Moresco, a cura di Barbara Caterbetti, sarà visitabile fino al 21 giugno – declina in forma pittorica nella rappresentazione di scenari post-umani, in cui, venuto a mancare l’anthropos, di conseguenza perdono di senso le categorie semantiche del linguaggio. Le etichette di “uomo”, “animale”, “pianta” rimangono nel magma del tempo che fu, e la natura riscrive spazi, forme e significati con le sue regole.

«Non ci sono animali o persone in quello che dipingo, ma solo figure. Nelle opere è come se la natura emergesse da dietro la tela per riprendersi il suo spazio, imporre il suo linguaggio e spostare l’essere umano dalla sua presunta centralità». Così afferma l’artista di fronte a L’isola dei cani, opera che «Entra nella mia ricerca sulle isole contemporanee, e in cui le figure dei cani sono un tutt’uno con l’ambiente circostante».
C’è una morbidezza malinconica, un vago sentore delle tinte fredde, marine, della pittura nordica; una pennellata nebulosa, come l’atmosfera: rarefatta, trasognata. Solo un’aria tra il dantesco e il tropicale, solo qualche sagoma canina nascosta. Ma perché i cani? «Sono legati all’umano, ma non sono umani – spiega Giulianini – poi il cane è in armonia con la natura, mentre l’uomo no. Il cane va oltre l’umano», rappresenta tutto ciò che l’umano nella sua storia non è riuscito a raggiungere – fedeltà, sincerità, amore disinteressato… – ma è anche un residuo di ciò che siamo dopo la nostra fine.

Dittico trovato e non voluto quello di Hear me e Hit me: rispettivamente una figura femminile – «Una Medea pasoliniana», spiega l’artista – e una maschile; una solitudine e un dialogo; un cane lontano e un lupo vicino. Sono terre di contrasti, in cui lo scenario post-umano diventa il teatro di indagine proprio dell’umano, dei suoi caratteri e dei suoi limiti. Un bilancio finale di quello che siamo.
«Lavoro sull’ossimoro, sul paradosso, sia dal punto di vista concettuale – dichiara Giulianini – che da quello tecnico. È una pittura psichedelica, sinestetica quasi, infatti è molto legata alla dimensione del suono, come se la vegetazione e i rumori ad essa legati si unissero e creassero un nuovo linguaggio, delle nuove leggi fisiche».

«La lepre, nella cultura cinese, è simbolo di prosperità, di speranza. È questo il senso profondo della mostra: non rappresento, in fondo, un’apocalisse nel senso comune del termine, ma un cambiamento in cui nutro fiducia». Queste le parole dell’artista di fronte a Goodbye stars. Una lepre, come scritto, nitida, reale, ma che salta simbolicamente verso un indefinito altrove. Tutte intorno le tele più tragiche dell’esposizione: toni caldi, ignei, fughe affannose e ombre inquietanti. Dramma e desolazione, in mezzo? Toto, il cane del mago di Oz, ispirazione per The truth. E qual è la verità? La catastrofe che stiamo causando con le nostre mani o la certezza di un pianeta migliore quando non ci saremo più, quando prospereranno sagome, creature e significati a noi estranei?

La torre eptagonale del TOMAV di Moresco mette di fronte a due itinerari possibili: salita e discesa, anabasi e catabasi, ma semanticamente invertite. La prima vista possibile è dal piano più basso a quello più alto: dai taccuini dell’artista, che storicizzano la sua ricerca – «Le mie opere sono frutto di una riflessione, non di un’epifania» – alla drammaticità, ai pigmenti infuocati delle ultime opere. Un aumento del pathos, un inferno in salita, che coincide quasi con il viaggio indietro nel tempo da un equilibrio post-umano ormai raggiunto al tragico momento dell’apocalisse.

La seconda vista, inevitabilmente più ragionata, più consapevole, è la discesa dall’ultimo piano: il viaggio cronologico – se mai si possa parlare di tempo – dalla fine del mondo umano all’instaurarsi di un nuovo equilibrio. Tutto torna e tutto culmina nel bianco panna dei blocchi note, in quegli schizzi analogici che sovvertono la tecnocrazia contemporanea, l’impero della rapidità e della visibilità, sostituendoli con la lenta riflessione della carta e della penna. Il mondo post-umano, allora, potrebbe non essere un mondo senza umani ma il mondo in cui si torna a essere umani.












