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Per la Next Gen del collezionismo, comprare opere non basta più
Mercato
L’opera non è più il punto d’arrivo, l’appagamento risolutivo del desiderio. Piuttosto, una soglia: l’ingresso privilegiato in una costellazione densa di relazioni, di affinità elettive, di forme sempre più implicite di responsabilità culturali. A dirlo è il nuovo Next Gen Art Collector Report, Volume 2, pubblicato da Larry’s List; con buona pace delle logiche tradizionali – dell’investimento, della costruzione patrimoniale, della distinzione sociale – che pure resistono, nessuna ingenuità, ma oggi appaiono adombrate da un evidente bisogno di costruire contesti, di attivare connessioni autentiche all’interno dell’inevitabile sistema. «Ciò che contraddistingue questa generazione è la consapevolezza con cui colleziona», spiega Christoph Noe, cofondatore e direttore di Larry’s List. «Sono collezionisti guidati dalla curiosità intellettuale e dalla ricerca di un’identità personale, più che da logiche di mercato o da un ritorno economico». Leggi: l’acquisto come gesto iniziale, l’opera come motore, tutt’attorno una geometria mobile fatta di artisti, gallerie, istituzioni, che si attiva, che influenza lo stile di vita. E si espande e si ricompone continuamente attorno allo sguardo di chi colleziona.

Quindi, dal report: 120 profili di collezionisti internazionali raccontati attraverso 80 pagine e una traiettoria – collezionare per tutelare, come un mantra – che si ripete costante da una parte all’altra del globo; con la Next Gen che estende il suo impegno bene al di là della dimensione privata della raccolta – e decide quali artisti sostenere, quali conversazioni contribuire a far emergere, slittando dal piacere (privato) alla responsabilità (comune). Vedi Lateefa Bin Hamoodah, collezionista basata ad Abu Dhabi, ma anche patron del Louvre Abu Dhabi e membro dei comitati di acquisizione di realtà come la Tate Modern e la Chisenhale Gallery. «Oggi la motivazione è la stessa di quando ho iniziato: voglio vivere con le opere. Ma mi interessa profondamente anche ciò che accade intorno alle opere», dichiara nel report. «Sostenere la produzione, la ricerca, favorire l’ingresso di un lavoro in un contesto istituzionale. Molto di ciò che faccio oggi non implica alcun acquisto. Implica rendere possibili delle cose». Acquisizione che resta centrale, ma che non esaurisce il perimetro dell’impegno. Che resta una parte inevitabile del processo, non il suo asse principale. Che cosa significa dunque collezionare in modo responsabile, nell’anno di grazia 2026? Secondo Zirui Zhuang, giovane collezionista e storico dell’arte a Shanghai, «vuol dire anche fare i compiti. Leggere. Studiare. Comprendere il contesto culturale, politico e materiale in cui l’opera si inserisce», si legge in un’altra sezione del volume. «Un collezionista che si rifiuta di approfondire è semplicemente un consumatore di oggetti decorativi. Un collezionista che studia diventa parte di un ecosistema della conoscenza».

Collezionisti italiani, o con sede, o origine in Italia: ampiamente presenti nel report. Come Fabrizio Affronti, fondatore della Brand New Gallery, da sempre impegnato nell’introduzione di artisti internazionali poco conosciuti nel contesto italiano. O Roberto Pesenti, alla guida di gres art 671, a Bergamo, un centro culturale che trasforma un ex sito industriale in uno spazio dinamico dedicato al contemporaneo, alle mostre, alle performance, alla programmazione sociale. Isabella Anna di Scipio, Nour Khanfous e Charles Pozzi, Giuseppe Simone Modeo, Truls Blaasmo, Nathalie Baume, Dax Luksic. Poi una lunga intervista a Maria Gregotti, che un anno fa, a Milano, apriva Casa Gregotti, la private home-gallery che mette in dialogo l’arte di oggi con un patrimonio stratificato, per un incontro domestico tra generazioni. Un salotto contemporaneo. Alla domanda su cosa guidi le sue acquisizioni, nel report: «Prima di tutto è fondamentale che mi emozioni e che riesca a instaurare con questa un legame autentico. Valuto poi la sua capacità di entrare in dialogo con le altre opere della mia collezione, e in particolare con la collezione di famiglia, creando una continuità tra passato e presente», risponde Gregotti. «Per me è altrettanto importante costruire un rapporto di fiducia con l’artista e con il gallerista: credo che sia uno degli aspetti più belli dell’arte contemporanea».
Opere come strumenti attraverso cui leggere il mondo, e insieme posizionarsi al suo interno. E forse è questa la cifra più interessante del report, la progressiva trasformazione del collezionista da proprietario a facilitatore, da acquirente a costruttore di ecosistemi culturali. Il ritratto inedito della – troppo spesso semplificata – Next Gen.












