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Storia di un capolavoro di Beato Angelico, battuto all’asta a Firenze per quasi € 450.000
Mercato
A Firenze, Pandolfini ha messo all’asta un vero e proprio capolavoro, perduto e ritrovato dopo decenni di assenza, con una storia eccezionale alle spalle. Si tratta dell’opera che costituisce, insieme alla tavola conservata presso il Szépművészeti Múzeum di Budapest, la Tebaide di Beato Angelico. Come previsto, i collezionisti hanno risposto con un’aggiudicazione straordinaria, consapevoli dell’opportunità irripetibile di accaparrarsi un’opera di questo calibro.
Ma partiamo dall’inizio: alienata a Firenze nel 1970 e scomparsa dalla circolazione, la Tebaide restava nota attraverso fotografie in bianco e nero e una vasta discussione critica, che la riconosce come autografa. La ricostruzione della sua identità è possibile grazie al confronto con un’analoga Tebaide conservata al Museo di San Marco – già alla Galleria degli Uffizi, e di recente esposta nella grande mostra dedicata all’artista tra Palazzo Strozzi e San Marco. Si tratta di due versioni identiche e autografe su un tema – la vita degli eremiti nel deserto di Tebe – che ebbe una discreta diffusione tra Trecento e Quattrocento.

Ma perchè due opere uguali? Che senso ha? Come spiega lo storico dell’arte Miklós Boskovits, agli inizi del Quattrocento «non esisteva il concetto di originalità artistica e la pratica delle copie era del tutto comune. Tuttavia, era normale che le repliche presentassero variazioni, volontarie o involontarie. La quasi perfetta corrispondenza tra le due composizioni suggerisce l’uso di un medesimo disegno preparatorio e si spiega probabilmente con una destinazione analoga delle opere». Non stupisce quindi la coesistenza di due opere gemelle, entrambe originali.
Sulla destinazione originaria, è stato proposto un contesto vallombrosano, legando la tavoletta degli Uffizi al fatto che il fratello di Hugford era un monaco vallombrosano e che i Bartolini Salimbeni, famiglia da cui proviene il frammento qui commentato, avessero una cappella in Santa Trinita, chiesa fiorentina dei vallombrosani. Recentemente è stata rilanciata invece l’ipotesi che potesse essere nata da un contesto camaldolese, rifacendosi al monaco Ambrogio Traversari che nel 1423 ultima la prima parte della traduzione dal greco di quelle che lui stesso chiama Vitae Patrum.
«In ogni caso», rivela il catalogo di Pandolfini, che riporta a sua volta le parole di Miklos Boskovits, «ci troviamo di fronte a un precoce tentativo di rievocare, tramite immagini idilliche dell’esistenza dell’anacoreta, che trascorre con la preghiera e con lo studio nella natura, nell’amorevole compagnia dei confratelli e di affettuosi animali selvatici, le origini eremitiche della vita monastica».
La risposta dei collezionisti, a Firenze, è arrivata con diversi minuti di rilanci tra sala, telefoni e piattaforma online. Così il capolavoro, disperso dal 1970 e appena riscoperto, è stato aggiudicato il 20 maggio per € 449.200 (compresi diritti). Uno dei capolavori assoluti della stagione, per le aste italiane.














