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Io credo nell’errore, nella malattia, nel male: una conversazione con Reverie
Arte contemporanea
Non c’è alcun dubbio che una delle prerogative dell’arte sia insistere sulla costante e naturale trasformazione di tutte le cose. Il tempo modifica irrimediabilmente lo spirito, il che è inevitabile se si pensa alla pratica e poetica di un’artista come Reverie.
La reverie: un sogno ad occhi aperti che, nella teoretica psicanalitica, viene identificato come una sorta di intuito ed empatia nei confronti di un soggetto esterno. E forse questa interpretazione è la più valida quando si pensa alla stessa Reverie. In un tempo che filtra tutto, in cui assistiamo spregiudicatamente alla pornografia del dolore, l’artista di Vinci si espone come se fosse una ferita aperta. La sua estetica non è frutto di una sofferenza da consumare, ma di una sofferenza che consuma chi la osserva. Nella sua vita, non c’è distanza tra vita e opera, non c’è la necessità di nascondersi per proteggersi: lei nasce nel suo corpo, forse controvoglia, ma nega assolutamente di poter essere identificata come la sua dipendenza, il suo dolore, il suo trauma, il suo desiderio compulsivo di essere amata e, allo stesso tempo, divorata dal mondo.

Nel suo nuovo libro, Poesia Malata, l’artista costruisce un diario brutale, crudo, che attraversa differenti e difformi sfaccettature che sono sia intime e biografiche che radicalmente collettive: la salute mentale, le dating app, il body shaming (anche, e soprattuto, autoinflitto), l’abbandono e l’ossessione sono alcuni di questi paradigmi che vengono trasformati attraverso la scrittura in una poesia che non cerca la sublimazione, ma collidono con lo spettatore. Reverie non vuole consolare, ma vuole costringere il lettore a confrontarsi con la lucidità con cui l’artista osserva la contemporaneità come un sistema emotivamente esausto, dominato dall’assenza di empatia, dalla sostituibilità delle relazioni e da una forma di narcisismo ormai strutturale.
Questa conversazione attraversa le contraddizioni della sua pratica e della sua vita accennando e percorrendo, oltre al libro, la performance Mangiata Viva, al Salone 14 Yellowsquare a Milano il 15 settembre 2026, che anticipa la prossima mostra da C+N Gallery CANEPANERI, Amare non mi sazia – introdotta da un testo di Milovan Farronato, che inaugurerà il prossimo 17 settembre. Ciò che emerge è un brevissimo ma ricco ritratto, spietatamente umano, in cui l’arte non è rifugio, né tantomeno terapia, ma qualcosa di esperito – che è esattamente avvenuto – diventando persino insopportabile.

Entriamo da subito nel vivo di questo meraviglioso libro con una domanda abbastanza generica e generale. Quali sono le sue origini?
«Ho ripreso a scrivere poesie durante il secondo ricovero in psichiatria, quello volontario, mentre il primo era un TSO. Poesia malata racconta sotto forma di diario tutti i giorni a partire da giugno 2025, quando sono tornata a Milano e ho provato a riprendere in mano la mia vita perdendo totalmente riferimenti, confort zone e cercando me stessa, una volta per tutte. È necessario che il lettore si relazioni a scritti che non sono pensati per far piacere ma per fare male e riflettere e spurgare. È disturbante e quindi catartico: racconto i date costanti e il body count che cresce, il lovebombing, i giudizi subiti, le dinamiche tossiche dell’amore di oggi, i rituali del sesso, la scoperta del corpo, la dipendenza, le ricadute, il fango, i graffiti, i furti, la luce…».
Quale è il suo senso, la sua urgenza?
«Nessuno è la sua malattia ma il mio corpo allora e adesso è portatore dei postumi di quella malattia. Poesia malata sono le cicatrici, non solo mie ma di tutti, portate davanti alla pubblica piazza. Condividiamo le nostre esistenze online ma le purifichiamo, le nascondiamo, ci nascondiamo. Basta! Basta poesie che raccontano la primavera, basta quadri che decorano i bagni di collezionisti annoiati, basta performance in cui ci si guarda negli occhi con uno schermo sullo sfondo che mostre le smorfie dell’artista: che senso hanno oggi? Assolutamente nessuno. Mi vergogno di me, mi faccio pena, ma mi ammiro per il coraggio di pubblicare questa raccolta. Sono la stessa persona che ha fatto una performance in cui si è appesa a una gru di 33 metri dando la sua vita nelle mani del pubblico; ora ho scelto un metodo ancora più violento per ottenere, spero, un risultato ancora più rivoluzionario».

Poesia Malata, il tuo nuovo libro di poesie, è un grande salto all’interno della tua vita – una vita fusa con l’arte, senza alcun confine. Emerge una narrazione ossessiva, anche compulsiva, che ci permette di entrare in una forma di poesia assolutamente non tradizionale. Non c’è distanza lirica, non c’è nemmeno una sorta di eleganza formale e stilistica: si tratta, più che altro, di continue coltellate che il lettore riceve senza sosta leggendo la crudezza delle tue parole.
«Ho volutamente scelto di pubblicare questa raccolta senza editore, senza testi critici introduttivi, senza copertina. Desideravo che prevalessero le parole. Apprezzo che tu le chiami coltellate, spero facciano davvero sanguinare tutti. Perché a volte abbiamo bisogno di guardare una commedia rassicurante e scacciapensieri o di mentirci allo specchio mentre altre invece necessitiamo di dosi massicce di realtà senza compromessi né dolcificanti. L’interesse delle case editrici c’era, ho solo preferito fare un progetto totalmente pop del XXI secolo e pubblicare il volume su Amazon: alla portata di tutti e subito. Il mio modo di scrivere è questo: grezzo, sgrammaticato, sbagliato».
La tua è una poesia che non sublima il dolore, ma lo accoglie; è una scrittura che accoglie l’ambiguità e l’incoerenza, mostrandone una profonda e radicata forma di bellezza. Cos’è, questa bellezza?
«Sono stufa da sempre della bellezza canonica; per nascita vengo da una famiglia devota al Rinascimento e all’armonia, io amo il brutto e il negativo: sono concetti molto più stimolanti. Sostengo che la poesia non sublimi il dolore ma lo rifletta, che non debba negarlo né abbellirlo. È il rischio che corro con le mie opere, che nascono sempre da concetti negativi ma ai più sembrano semplicemente bellissime. Per esempio, quando realizzai tre sculture dal titolo Vulva che raccontavano l’oggettificazione femminile e, nel personale, due abusi sessuali subiti, ho avuto proprio questa reazione. L’accetto, perché l’arte vive nel momento in cui ciascuno la può vedere e comprendere coi propri occhi e darle un significato personale e perché purtroppo ho un’estetica piacente nelle mie opere ma, a partire da Poesia malata, da Amare non mi sazia, da Mangiata viva, confido che il fruitore percepisca quanto sono marcia, quanto siamo marci e quanto è marcio il mondo.
L’arte non salva, semmai è saliva: ho scritto in una poesia. E lo penso realmente. L’arte non è assolutamente funzionale in senso pratico. Bisogna esserne consapevoli. Come io sono consapevole che noi malati mentali siamo rifiuti sociali e vivo benissimo sentendomi speciale come l’umido. Bisogna essere concreti e veri. L’arte è vita, malata e assoluta: la poesia deve raccontare questo: niente di più, niente di meno».

La contraddizione potrebbe essere un’altra delle pietre portanti anche della tua poetica, che passa dall’intimità all’esibizione di sé, quasi esposta liberamente agli atteggiamenti denigratori del pubblico. Quando ci siamo incontrati la prima volta ci siamo detti che una delle grandi lacune dell’oggi è l’assenza di empatia, ma anche l’assenza di una spregiudicata sincerità. Vedo molto, nella tua poetica, il dolore anche per questa mancanza che è sia esistenziale ma anche fisicamente contingentato al mondo che anche tu descrivi: social network, dating app, ma anche Patrizia Cavalli e Sylvia Plath. Costruisci percorsi come se provenissero da un grande almanacco confessionale di un tempo senza alcuna remora a manifestarsi come il regno assoluto del narcisismo. Non che sia dispotico, né assoluto, ma mi sembra doveroso marcare anche, e profondamente, l’atto teatrale della pratica artistica: dove risiede, in te, la finzione?
«Io, in ogni mia opera, in ogni performance, poesia, parola, azione o storia su Instagram non sono mai teatrale: vivo tutto al momento e solo così riesco a essere reattiva. Non faccio mai prove, neanche per le mie performance, e ci tengo a mantenere questa metodologia ed essenza. Per quanto riguarda poi quello che traspare, ovvero l’esibizionismo, io vivrei benissimo nascosta dal mondo, per citare Epicuro, nella mia dimensione e senza contatti. Mi farebbe molto male, lo so, ma sarebbe anche la mia bolla perfetta. Ma riconosco che ho un ruolo sociale e condivido tutto di me stessa per esorcizzare le vite degli altri. Non lo faccio mai per me e anzi io ho una pessima opinione di me stessa e odio il mio corpo. Non vorrei mai metterlo in mostra se non lo ritenessi uno strumento necessario per comunicare qualcosa».

Quale è la differenza tra la sincerità e la performance?
«Non riesco a non essere sincera. Lo sono in ogni singola cosa che faccio o parola che dico. Ci relazioniamo con esseri umani e dobbiamo rispettarci. Per questo, dopo mesi di dating app e scoperta di relazioni e connessioni, ti confesso che sono davvero stufa delle dinamiche sbagliate che le governano: molti uomini non sanno né cosa vogliono né sanno parlare o leggere. Intuiscono qualcosa che non gli piace e magari si sbagliano completamente così anziché chiedere, spariscono. È più facile. D’altronde, nella loro testa, cosa siamo per gli altri? Assolutamente niente. Ciascuno vale zero nelle vite di tutti. Ci trattiamo come numeri negativi. Qui risiedono la finzione e i meccanismi di difesa. Io purtroppo sono ipersensibile e attenta a qualsiasi cosa e percepisco e noto tutto: sono troppo in tutti in sensi soprattutto negativi, ma chi è troppo sa anche essere leggero, sa mettere tra parentesi questi lati a chi non li vuole vedere. C’è però chi fa solo e sempre il gioco delle sedie. E io sono stanca di giocare».
Ancora, apertura e chiusura, un gesto quasi metaforico anche dell’atto stesso del divorare. Non a caso, la tua prossima mostra è introdotta da una performance – Mangiata Viva, al Salone 14 Yellowsquare a Milano – in cui è evidente anche questo ricco scrigno di significati. Per ricollegarmi alla domanda precedente, è il tuo corpo ad essere un ricco e profondo archivio da cui attingi con estrema precisione e metodo. E proprio per questo, come dici tu, l’arte non è una medicina, ma è farmaco: può distruggere, intossicare. La tua arte è il tuo farmaco?
«La mia arte non è il mio farmaco. Se facessi arte per curarmi allora non sarei un’artista ma sarei solo malata e stupida. Non credo neanche nella terapia e nei medici per giustificate esperienze. Ho sposato Arte nel 2016, il 10 luglio, con una performance iniziatica e a oggi abbiamo un matrimonio aperto. Lei da millenni va con chiunque e così, da giugno scorso, anche a me ha dato il permesso di esplorare. Arte è una persona come Tempo. E in quanto tali, alcuni si confondono e pensano che possano salvarli. E quindi la si scambia per medicine, farmaci, droghe, veleni… Ma ciascuno si salva da solo. Non puoi contare su nessuno. Con l’arte ti puoi confrontare, ti può ferire, ti può far star bene ma in quanto universo che entra in contatto con te, non come una pastiglia. E lo dico io che lotto quotidianamente con una grave dipendenza che so non mi abbandonerà mai. Ma noi non siamo la nostra malattia. Però sicuramente noi possiamo essere la nostra cura».

Raccontaci di più.
«Il titolo “Mangiata viva” si ritrova anche in un’opera nella mostra di settembre. Nasce da un film, un horror corporale, il cui titolo non tradotto è “Cannibal love”, in cui si racconta come la dipendenza non sia un fatto mentale ma una necessità fisica dalla quale non si può scappare. Se nel libro e nella personale spero di ferire il pubblico e provocare più sdegno che approvazione, con la performance tratterò le stesse tematiche facendo ridere. Da settembre 2025, infatti, sto studiando stand up comedy e al momento sto facendo diversi open mic per prendere confidenza con un linguaggio che ho scoperto essermi naturale. Trovo che, con la risata, si possano veicolare messaggi importanti. A volte ci appassioniamo a una commedia tragica e nera che ci racconta anche parte di noi».
Mi viene in mente la mossa che Paulo Nazareth fece nel 2006 istituendo una società che sanciva, con atto notarile, come ogni sua azione fosse da considerarsi opera d’arte. C’è qualcosa di simile anche con la tua pratica: nel tuo caso il trauma è opera, il desiderio è opera, il dating è opera e le tue ricadute nei tuoi traumi sono opera. È come se, voracemente, trasformassi tutto ciò che succede; il che, dopotutto, è una delle prerogative dell’arte: generare trasformazione di senso. E dunque, Amare non mi sazia, la tua prossima mostra da C+N Gallery CANEPANERI (che inaugura il prossimo 17 settembre accompagnata dal testo critico di Milovan Farronato). Vorrei costruire, con il tuo permesso, il grande ombrello che lega il tuo lavoro degli ultimi anni: la salute mentale.
«Nel 2023 con la mostra Chimera ho iniziato il ciclo sul rito quotidiano per raccontare realmente tutti noi oggi. Per quella personale realizzai 32 sculture che scansionavano varie parti del corpo umano, analizzandole in senso critico e sociologico. Dopo ho avuto il mio gravoso breakdown di depressione e dipendenza da cibo che si è mostrata in una forma delirante. Da fine maggio 2025 ho capito che non volevo più solo sopravvivere e che dovevo sporcarmi col mondo. Non volevo più perdere tempo: nove anni di vita sono già troppi. Così, quella estate ho scaricato le prime dating app iniziando una sorta di studio antropologico sul campo e costruendo con la saliva degli uomini che incontravo i progetti delle sculture per la mostra».

Amare non mi sazia direi che è un titolo abbastanza immediato!
«Il titolo è venuto naturale. A volte capitava che qualcuno mi scrivesse “Ah ma se amare non ti sazia, cosa ti sazia?”. Sì, è vero che amare non sazia nessuno ma il significato che do io è diverso: amare non mi sazierà mai, anche se ho gravi carenze affettive e soffro di abbandono, sceglierò sempre il cibo, il mio massimo piacere e – insieme – la mia criptonite, che comunque non mi basterà mai e lo so già. Ho provato a iniziare a fumare ma non mi piace la nicotina. Non ho voluto considerare droghe o alcool, che non ho mai provato (nessuno dei due), perché so che non avrei freni e non avrei la sicurezza che mi toglierebbero l’altra mia dipendenza. Incontrare qualcuno e avere un date, magari con lieto fine, è una distrazione dal mio inferno quotidiano. Mi salva dal commettere errori e magari mi porta a raggiungere attimi di purgatorio. Ma io sono un angelo caduto, sto bene solo all’inferno e non posso nasconderlo. In questi mesi poi ho subito molto body shaming. Persone che mi vedevano per la prima volta e mi dicevano che, menomale, non ero magra. Oppure persone amiche che mi ritrovavano dopo che ero uscita dai miei anni bui, sostenevano di non riconoscermi, senza comprendere che vedevano solo i pesi della malattia e che era il corpo che conoscevano prima quello sano. In “Amare non mi sazia” parlo di fame, amore e morte. Una triade che va a braccetto e che in senso lato colpisce tutti perché ciascuno ha fame di qualcosa».

Chiuderei con un ultimissimo concetto: nel tuo lavoro percepisco la necessità del durare. Una sorta di prerogativa propria di tutto l’universo semantico a cui fai riferimento. Non è solo una questione escatologica – il durare della vita – ma anche originaria (ontologica): il durare nell’amore, il durare nell’equilibrio, il durare nel sistema dell’arte… come se, profondamente, cercassi di sopravvivere a te stessa, come se lottassi contro la tua scomparsa.
«Ho già provato a uccidermi a cinque anni e poi recentemente col cibo e con un cappio al collo quindi credo che se non avverrà naturalmente di morire a trentatré anni come Cristo andrò avanti e vedrò che succede; ma ecco la durata è un tema interessante: in questi mesi mi sono relazionata con situazioni che duravano al massimo due appuntamenti, un mese o una notte; con amicizie tossiche interrotte; con rapporti di famiglia bloccati… Sono ossessionata dal tempo ed è l’unica cosa che davvero possiedo: questo mi ha salvato da essere rinchiusa nuovamente in una struttura; e so benissimo che porto sotto al piede destro la data di scadenza. Tutti se ne vanno, mi lasciano, non restano. Sono una persona solitaria ma credo che ognuno meriti serenità nelle relazioni. Non è mai stato così per me a oggi. Se non ghostandomi, a volte mi lasciano dicendomi che merito l’amore della vita. Ma chi lo vuole l’amore della vita? Non esiste e non dura e, soprattutto, come mi disse l’oroscopo di Rob Brezzsny tempo fa, al mio tavolo dell’amore ci sono numerose sedie. Io sono troppo, sicuramente un mostro. Spero che la mia arte sopravviva a me stessa. Io la creo con estrema sincerità, senza filtri, senza censure: condivido il mio corpo e lo metto a disposizione di tutti. Il mio corpo non durerà. Ma ciò che racconto tramite le mie opere magari sì, o almeno lo spero tanto».












