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Il futuro può rallentare? Il South Asian Futurism alla Biennale di Venezia
Arte contemporanea
In molti treni, anche se un po’ nascosta, c’è ancora la levetta per fermare il convoglio. Il pensiero di cosa succederebbe ad azionarla davvero porta con sé un senso sbalordito di vertigine: si può fermare un treno in corsa? Deraglierà? O il meccanismo semplicemente non funzionerà? Con il futuro accade qualcosa di simile: eventi imprevedibili – e imprevedibilmente concatenati – lanciati in corsa su un binario la cui destinazione resta per lo più sconosciuta e comunque inconoscibile. Esiste, per il futuro, una levetta capace di invertire la rotta, o almeno di disegnarne una nuova? E davvero la Biennale di Venezia è il posto giusto per cercarla?
Venezia, Hotel Metropole. Intorno, la Biennale che si prepara all’inaugurazione: file già interminabili, gadget venduti agli angoli dei palazzi, vaporetti che consegnano alle calli grappoli di visitatori e artisti — li riconosci perché sono vestiti più artisticamente degli altri — tutti con un’aria a metà tra lo spavaldo e l’intimidito: quante cose vedrò oggi? Quante ne riuscirò davvero a dire o anche solo a ricordare?
Nel salone dell’hotel, dove RMZ Foundation presenta il progetto di Hylozoic/Desires, la piattaforma collaborativa formata dall’artista e scrittrice Himali Singh Soin e dal percussionista e compositore David Soin Tappeser, accade quasi il contrario. Perché nessuno corre: si parla, invece, e a lungo — di ghiacci, tessiture, paesaggi sonori, sviluppo urbano, processi artistici.
Come se, proprio nel cuore della macchina-Biennale, qualcuno avesse deciso di sottrarsi per un momento al suo ritmo, prendendosi tutto il tempo necessario per mettere in relazione più lavori, materiali, suoni e geografie. Non un modo per fermare il convoglio, semmai un dispositivo per renderne la corsa non obbligatoria. Quel dispositivo si chiama South Asian Futurism.
Certo, la parola “futurismo” evoca, soprattutto a orecchie europee, velocità, rumore e macchine lanciate in avanti come furie cieche. Durante l’incontro al Metropole, Himali Singh Soin suggerisce, invece, un significato quasi opposto per questo stesso termine: il futuro non nasce dando un taglio netto al passato ma imparando a riconoscere ciò che del passato continua ad agire nei materiali, nei paesaggi, nei suoni, nelle tecniche.

Nella pratica di Hylozoic/Desires questo pensiero prende corpo attraverso materiali, tecniche e temporalità precise: fibre, pigmenti, procedimenti artigianali, tempi lunghi della tessitura, dove ciò che diventa visibile, ciò che diventa degno di attenzione, è il processo che genera il risultato: scelta, tintura, attesa, errore, relazione tra fili.
In Subcontinentment, composizione-manifesto che intreccia paesaggi sonori artici e antartici e registrazioni della Delhi del lockdown, il futuro prende forma come ascolto di tempi e geografie non separabili. Tanto il suono quanto la tessitura, osserva David Soin Tappeser, costringono a una forma di presenza.
In Mountain, pixelated in the water, quell’onda sonora viene trasformata in tessuto attraverso l’ikat — la tecnica tessile in cui il disegno non viene stampato alla fine, ma nasce prima, nei fili, e diventa visibile solo quando il telaio li mette in relazione.

Lucia Pietroiusti, autrice del testo curatoriale, propone per questa installazione una definizione sorprendente: «Uno spazio di riposo e ascolto dentro l’intreccio della complessità». Quasi un manifesto, capace di sventolare leggero nell’aria un po’ affollata della Biennale.
RMZ Foundation, che sostiene questa visione, è una fondazione privata ben radicata nel cuore accelerato dello sviluppo urbano dell’India contemporanea. Questo aspetto non è secondario: in un sistema dell’arte dove il sostegno economico tende spesso a presentarsi come firma, questa committenza sembra preoccuparsi meno di occupare la scena e più di creare le condizioni perché un lavoro fondato sul tempo lungo, sull’ascolto e sulla relazione possa prendere forma.
Anu Menda, fondatrice e chair della RMZ Foundation, ricorda di avere cominciato a capire l’arte non nello studio accademico ma nel momento in cui l’ha incontrata nello spazio pubblico. E che proprio da qui nasce la sua idea di committenza: non trattare l’arte come decorazione aggiunta alla città, né come contenuto da inserire in spazi già svuotati della loro funzione, ma come presenza capace di entrare nei luoghi dove la città si costruisce, lavora, accelera. In questo senso l’infrastruttura urbana diventa anche uno strato culturale: un luogo in cui artisti e artiste possono aprire tempi e processi che l’accelerazione economica normalmente scoraggia.

Dunque, alla fine, la levetta c’è davvero. Non serve a fermare il treno, certo. Ma almeno ricorda che la corsa non è l’unico modo di attraversare il tempo. Nel lavoro di Himali Singh Soin e David Soin Tappeser – e nella scelta di chi ha deciso di sostenerlo – il futuro appare anche così: non come accelerazione inevitabile, né come taglio netto del passato ma come richiesta di permanenza. Il tempo necessario perché ciò che resta possa essere ascoltato e rimesso in una forma che prima non c’era.












