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Nessuna forma rimane uguale: le metamorfosi del presente in mostra a Roma
Mostre
C’è stato un tempo in cui la metamorfosi era il linguaggio degli dei. Nelle Metamorfosi Ovidio spiegava così l’origine del mondo e delle sue forme. Oggi sembra descrivere piuttosto la loro precarietà. Identità, corpi, paesaggi, ecosistemi, immagini: tutto appare sottoposto a una continua ridefinizione. È da questa condizione di instabilità che prende avvio Forma Fluens, la mostra collettiva curata da Valeria Contarino e visitabile fino al 10 giugno presso l’AAIE Center for Contemporary Art di Roma, con gli artisti Cristiano Carotti, Mattia Cleri Polidori, Marco Mandorlini, Pamela Pintus, Huang Yibai, Chiara Ressetta, Jonathan Soliman Awadalla. Un progetto che, pur partendo da un tema ampiamente frequentato dall’arte contemporanea, trova una propria coerenza nella capacità di osservare il cambiamento non come eccezione ma come stato permanente delle cose.

La metamorfosi è uno di quei concetti che attraversano la storia della cultura occidentale senza mai esaurire la propria forza interpretativa. Da Ovidio a Kafka, passando per la tradizione alchemica e per le più recenti riflessioni ecologiche, il mutamento continua a rappresentare uno degli strumenti più efficaci per leggere il rapporto tra individuo e realtà. Il rischio, naturalmente, è che un tema tanto ampio finisca per trasformarsi in un contenitore capace di accogliere qualsiasi cosa. Il merito di Forma Fluens consiste invece nell’aver costruito un percorso che, pur mantenendo una notevole eterogeneità di linguaggi, trova un punto di convergenza nella dimensione processuale delle opere.
L’allestimento dell’AAIE Center contribuisce in modo decisivo a questo risultato. Lo spazio bianco, essenziale, quasi ascetico, evita qualsiasi sovrastruttura spettacolare. Le opere sono lasciate respirare, separate da ampie porzioni di vuoto che favoriscono l’osservazione e impediscono la sovrapposizione delle letture. La mostra non impone un percorso rigido, ma costruisce una sequenza di incontri in cui il visitatore è chiamato a riconoscere analogie e differenze tra le diverse ricerche.

L’opera che più di tutte organizza la percezione dello spazio è senza dubbio l’installazione di Cristiano Carotti. Disposta al centro della sala come una sorta di campo rituale, occupa il pavimento con una grande superficie nera che ricorda una distesa di cenere, lava raffreddata o terreno combusto. Su questo tappeto scuro emergono frammenti argentei: una scarpa, una pelle di serpente, resti animali e forme ibride che sembrano sopravvissute a un evento distruttivo. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ai reperti di una trasformazione già avvenuta, come se il processo fosse terminato e ciò che resta fosse soltanto la sua memoria materiale.
È un lavoro che affronta il tema della metamorfosi da una prospettiva tutt’altro che celebrativa. Qui il cambiamento non coincide con l’evoluzione o con la crescita, ma passa attraverso la perdita, la combustione, la distruzione della forma precedente. La natura evocata da Carotti non è quella armonica del ciclo vitale, bensì quella alchemica della trasmutazione. In questo senso l’opera diventa uno dei momenti più convincenti dell’intera mostra. Osservandola sembrano risuonare le parole di Eraclito: «Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo». Una citazione, questa, spesso abusata quando si parla di cambiamento ma qui appare sorprendentemente pertinente. Le opere riunite in Forma Fluens sembrano infatti suggerire che l’identità non sia una condizione stabile bensì un processo continuo, un attraversamento permanente di stati differenti della materia e dell’esperienza.

Se Carotti lavora sul residuo e sulla trasformazione attraverso la materia, Mattia Cleri Polidori guarda invece ai processi della morfogenesi e all’emergere spontaneo delle forme. Le sue opere sembrano interrogare quel punto di equilibrio in cui ordine e caos cessano di essere opposti e diventano parti di un medesimo processo generativo. Non si tratta di rappresentare la metamorfosi ma di comprenderne le logiche interne, quasi a voler osservare la forma nel momento esatto della sua nascita.

Diverso l’approccio di Pamela Pintus, che affida all’acqua una parte sostanziale della costruzione dell’immagine. I suoi lavori, realizzati attraverso il disegno subacqueo su carta di pietra, incorporano nel processo creativo una quota di imprevedibilità che diventa parte integrante dell’opera. Il cambiamento non è più soltanto il soggetto della ricerca ma la condizione stessa attraverso cui l’immagine prende forma. Il gesto dell’artista e l’azione dell’acqua convivono in una negoziazione continua tra controllo e casualità.

Altri contributi sviluppano la riflessione sul terreno dell’identità, della memoria e dell’immaginazione. Le opere di Huang Yibai sembrano abitare una dimensione sospesa, in cui figure e presenze emergono e si dissolvono senza mai raggiungere una definizione definitiva. Anche il lavoro di Chiara Ressetta si muove in territori liminali, costruendo immagini che oscillano tra apparizione e scomparsa, tra presenza e traccia.
Jonathan Soliman Awadalla introduce invece una prospettiva che amplia il discorso oltre la dimensione individuale, suggerendo una lettura politica dell’instabilità contemporanea. In un’epoca caratterizzata da crisi ambientali, migrazioni, conflitti e trasformazioni tecnologiche accelerate, la metamorfosi non è più soltanto una condizione biologica o simbolica ma una realtà concreta che investe l’organizzazione stessa delle società.

Come accade spesso nelle mostre costruite attorno a un concetto ampio, alcuni dialoghi risultano inevitabilmente più convincenti di altri. Non tutte le opere mantengono la stessa intensità rispetto al tema proposto e talvolta la relazione con l’idea di metamorfosi appare più dichiarata che realmente problematizzata. Tuttavia il progetto evita l’effetto antologico grazie a una curatela che preferisce suggerire connessioni piuttosto che imporre interpretazioni. È forse proprio questa rinuncia alla definizione univoca a costituire il risultato più interessante della mostra. Forma Fluens non propone una teoria della metamorfosi né tenta di costruire una tassonomia delle trasformazioni contemporanee. Piuttosto mette in scena una pluralità di processi, mostrando come il cambiamento possa manifestarsi nella materia, nell’immagine, nel corpo, nella memoria e nella percezione.

In fondo, il contributo più convincente del progetto consiste nel ricordarci che la metamorfosi non riguarda soltanto le forme ma il nostro modo di guardarle. Se il Novecento ha spesso cercato strutture stabili attraverso cui interpretare il mondo, il presente sembra invece costringerci a convivere con stati intermedi, identità provvisorie e processi aperti. La mostra curata da Valeria Contarino non pretende di risolvere questa condizione. Ma riesce, almeno per un momento, a renderla visibile.














