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Kazuko Miyamoto, fare tutto, farlo con il minimo: la mostra a Roma
Mostre
C’è qualcosa di volutamente sottratto, nell’opera di Kazuko Miyamoto. Un’economia di mezzi che non si confonde con la povertà d’invenzione ma che rivela, al contrario, una capacità rara di fare molto con poco: un chiodo nel muro, un filo di cotone teso attraverso uno spazio, e la stanza cambia natura. È una forma del pensiero.
All’interno della Galleria Alessandra Bonomo a Roma, uno spazio con cui l’artista intreccia un legame che risale agli anni Settanta, ha inaugurato la mostra Dancing around the entrance to the cellar, prima personale dell’artista in galleria dal 2010. La selezione presentata comprende lavori su carta, opere in legno, fotografie e le String Constructions, la serie per cui Miyamoto è oggi celebrata a livello internazionale.

Nata a Tokyo nel 1942, Miyamoto è una figura di riferimento nei movimenti post-minimalista e femminista di New York, città in cui risiede dal 1964. La sua traiettoria biografica è già di per sé una chiave interpretativa: arrivata in America come immigrata, studiò pittura all’Arts Students League, poi si avvicinò al clima intellettuale del minimalismo newyorkese, quello dominato da figure maschili come Donald Judd, Carl Andre, Dan Flavin e Sol LeWitt, con cui collaborò a lungo nella realizzazione delle strutture in legno. Era il contesto di Manhattan al suo apice minimalista, fatto di linearità, geometria, ripetizione e regole ferree.

Miyamoto abitò quel linguaggio senza però asservirsi a esso. Il suo stile combina il minimalismo formale con una messa in primo piano della mano dell’artista, inserendo un sottile e ironico commento sulla sicura mascolinità dell’arte minimal. È una tensione che ricorda, per certi versi, quella di Agnes Martin o, in ambito letterario, quella delle scrittrici giapponesi che operano nell’interstizio tra forma tradizionale e coscienza contemporanea, come Yoko Ogawa: superfici lisce, quasi anonime, che nascondono una profondità emotiva e politica tutt’altro che neutra.

Il nucleo della mostra romana gravita attorno alle String Constructions. Composte di onde bidimensionali e tridimensionali di filo, chiodi e linee disegnate, le installazioni intrecciano la nozione di collettività, performatività ed effimeratezza nel loro impianto concettuale. Miyamoto stessa ha dichiarato che le sue costruzioni con i fili sono soggette al passare del tempo più di quasi qualsiasi altra opera d’arte: sono assolutamente effimere. C’è in questa consapevolezza un’eco delle arti tradizionali giapponesi (il teatro Nō, la cerimonia del tè, l’ikebana) in cui il transitorio non è un limite ma la condizione stessa dell’esistenza estetica.

Il titolo della mostra, Dancing around the entrance to the cellar, rimanda a un’opera-chiave del percorso di Miyamoto: Archway to Cellar, una serie fotografica e un’installazione realizzata al MoMA PS1 nel 1978. I soggetti delle fotografie provengono dall’osservazione quotidiana del contesto socioeconomico di cui anche l’artista faceva parte: il quartiere marginale e povero del Bowery e del Lower East Side degli anni Settanta. Le immagini mostrano gli ingressi ai sotterranei sul marciapiede, che fungevano da depositi per i negozi (spesso gestiti da comunità immigrate) e alludevano a condizioni che l’artista stessa, arrivata come immigrata, stava sperimentando direttamente. Danzare intorno a quell’ingresso significa non entrarvi ma nemmeno ignorarlo: uno stare sulla soglia che è postura intellettuale prima ancora che fisica.

Le sue imponenti String Constructions, opere bidimensionali e tridimensionali composte da centinaia, talvolta migliaia, di chiodi e fili di cotone, come i suoi lavori successivi realizzati con corde di carta attorcigliate e kimono dipinti, trasmettono una forte presenza corporea nello spazio nonostante il loro carattere effimero. Quella corporalità non è casuale: nell’atto continuo, meditativo e ripetitivo del martellare si sedimenta una tensione tra gesto e astrazione che avvicina il lavoro di Miyamoto a certi territori della musica minimalista.

L’attenzione istituzionale degli ultimi anni (MADRE a Napoli nel 2023, MAO a Torino nello stesso anno, Belvedere21 a Vienna nel 2024, KW a Berlino nel 2025, dove è stata allestita la prima mostra personale istituzionale in Germania dedicata all’artista) è forse la correzione di un’ingiustizia storiografica. Miyamoto era là, negli anni Settanta, quando la storia dell’arte si scriveva. Semplicemente, non era nel posto giusto per chi quella storia la scriveva.














