26 aprile 2022

Dobbiamo ancora vedere come sarà la nuova piazza Municipio a Napoli

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Firmata da Alvaro Siza e Eduardo de Moura, la risistemazione di piazza Municipio ha scatenato a Napoli un vivace dibattito ma il progetto non è ancora concluso e va interpretato ad ampio raggio

A Napoli il disvelamento della nuova immagine di piazza Municipio dopo vent’anni di lavori ha scatenato un vivace dibattito fra i favorevoli, i contrari, gli attendisti e i perplessi. C’è da dire che in città la curiosità e l’insofferenza lievitate proporzionalmente alla durata dell’attesa forse hanno indotto a smontare prima del completamento dell’opera il cantiere, almeno nella fascia di congiunzione dell’area già fruibile davanti a palazzo san Giacomo, sede del Municipio, con la litoranea via Acton, offrendo quindi un quadro parziale della riqualificazione urbanistica e architettonica dell’intervento. È opportuno quindi sottolineare la complessità dei processi che hanno portato alla soluzione che ora ci ritroviamo per ragionarci con maggiore consapevolezza.

Questioni di committenza

È bene ricordare che un’opera pubblica ha bisogno di una committenza autorevole e preparata che sappia sia ascoltare e rappresentare gli orientamenti dei cittadini, sia coordinare le esigenze e le molteplici componenti di un progetto urbano complesso. Questo soggetto politico dovrà rispondere delle scelte operate e trasmesse agli esecutori e quindi dei risultati conseguiti. Ma quando gli anni e gli adattamenti necessari sono molti, se da un lato non è più possibile individuare le responsabilità delle scelte che non si condividono, dall’altro non significa che non si debbano anche riconoscere i meriti e i valori positivi dell’esperienza.

La vicenda della nuova metropolitana a Napoli riporta con evidenza la criticità dei processi per la realizzazione delle opere pubbliche in Italia. A Napoli, tuttavia, per quest’opera, la prima amministrazione dopo l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco (Antonio Bassolino), ha avuto un comportamento esemplare. Il progetto iniziale del tracciato della nuova linea della metropolitana, antico di nome e di fatto, venne scardinato e rivisto profondamente per privilegiare il ruolo della città soprastante e un progetto di mobilità complesso e articolato, invece del precedente improntato alla scelta del percorso di scavo più economico e breve. Questa scelta si è rivelata vincente anche se ha comportato grandi sforzi e tempi molto lunghi; a questo proposito i facili critici non dimentichino sia la lotta perenne per l’erogazione dei finanziamenti statali ed europei che le oggettive difficoltà esecutive di un tracciato profondo che non interferisse con gli strati archeologici e, negli interventi per l’emersione delle stazioni, la delicatezza e l’impegno necessario alla tutela e valorizzazione delle testimonianze storiche ritrovate, di complessità e interesse molto aldilà di ogni pur scientifica prefigurazione.

Il sistema della concessione adottato, in fase di attuazione fu perlopiù interpretato come strumento di delega pressoché totale per superare le pastoie di una normativa nazionale dei lavori pubblici, spesso finalizzata più a bloccare i lavori che ad accelerarne la realizzazione, ma anche per semplificare i confronti politici e purtroppo, talvolta, anche il confronto culturale. Resta tuttavia il valore dei risultati raggiunti sia sul piano del trasporto che di quelli indotti tra i quali il sistema di riqualificazione che l’opera ha attivato in città e apprezzare come le aree urbane storiche di Salvator Rosa, Materdei, piazza Dante, Toledo e Montecalvario siano state valorizzate aldilà di ogni più ambiziosa aspettativa.

Sul piano della mobilità anche in quest’area il risultato sarà eccellente: l’interscambio fra le linee 1 e 6 (che prima non era previsto) e con la funicolare centrale, la comunicazione diretta con il porto che libererà cittadini e turisti dal decennale incubo dell’utilizzo e dell’accesso al molo Beverello e alla stazione marittima sono risultati che hanno del miracoloso soprattutto per averli spuntati con un accordo con l’autorità portuale.

Si fa presto a dire Piazza Municipio

Com’è noto, le scelte progettuali e l’organizzazione dei percorsi della stazione sotterranea e la loro relazione con il patrimonio archeologico emerso dai lavori, come le soluzioni per le uscite in superficie, sono state affidate al minimalismo esemplare dei lusitani Àlvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura ed è stata una scelta accorta per domare quel guazzabuglio di memorie e tasselli di un mosaico fantastico a quattro dimensioni: le navi e il porto  romano, il molo, le case e i tracciati angioini, i bastioni vicereali, i filari ottocenteschi dei lecci sagomati, le fontane e le aiuole laurine, Vittorio Emanuele a cavallo, la “porta aragonese della cittadella” galleggiante nel nulla, le linee di filobus e tram e il traffico indomabile. Ma direi che ce l’hanno messa tutta per darci una visione contemporanea di un nodo di storia della città.

Tuttavia ancora non è chiaro se e come il loro progetto definisca il sistema di circolazione della mobilità di superficie che sarà attuato e quali siano le indicazioni per stabilire un rapporto con il contesto urbano e i margini edificati che presentano caratteristiche molto articolate: forse è su questi punti che ci si può e deve ancora confrontare, per arricchire le qualità di fruizione urbana della nuova piazza.

Innanzitutto, il contiguo “largo del castello” ancora inesorabilmente invaso dai cantieri. Per questo spazio, che è sempre stato poco risolto, è necessario accertare che le previsioni di sistemazione integrino le caratteristiche di cerniera urbana fra infiniti poli, attività, innesti di flussi pedonali e di traffico e la necessità di ripristinarne e potenziarne la dotazione di verde.

Un’altra componente strategica per la piazza è il Grand hotel Londres  di proprietà comunale, per il cui destino occorre richiamare il proficuo coordinamento stabilitosi con il MiC – Ministero della Cultura che ha consentito una significativa integrazione fra la stazione di piazza Cavour e il MANN, come modello per intraprendere un percorso condiviso con il Ministero di giustizia per ripristinare il ruolo turistico culturale di quella storica testimonianza del grand tour (il mitico “Grand hotel des Londres e ambasciatori”) spostando gli uffici del TAR, non certo strategici in quest’area, nel ben più idoneo Castel Capuano secolarmente legato all’attività giudiziaria e attualmente sottoutilizzato.

Anche per il teatro Mercadante, altro grande attrattore (a parte riconsiderare il misero marciapiede d’ingresso e l’area circostante) sarebbe opportuno ricercare e promuovere ipotesi di utilizzo stagionale temporaneo del grande spazio antistante per iniziative del Teatro Stabile di Napoli.

Per lo spazio del fossato del castello di cui già si intravedono, tra le altre emergenze archeologiche, le strutture della residenza angioina di casa del Balzo (meglio visibili nei rendering) non sono noti il complessivo progetto di valorizzazione e uso e le connessioni con le ipotesi di ridefinizione del Castel Nuovo e, soprattutto, l’ipotesi di gestione particolarmente delicata date le caratteristiche dei manufatti. La rilevanza e la delicatezza del caso potrebbe finalmente spingere ad aprire un dibattito ampio sulla forse troppo netta differenza di atteggiamento metodologico per il restauro di un rudere di età moderna e di quello per un analogo rudere che invece è riemerso da uno scavo.

Betulle al Cremlino

Per concludere, a proposito dei paventati timori di attraversare la piazza sotto il sole e nella calura, ci sarebbe da chiedersi se per altre piazze storiche con le stesse caratteristiche di enormi invasi, piazze di pietra cioè veri e propri vuoti urbani di pausa nella congestione delle città antiche, circondati da grandi architetture come la Krasnaja ploščad’ (la “Piazza Rossa” a Mosca, se possiamo ancora nominarla) o Place de la Concorde a Parigi, qualcuno, per proteggere dalle intemperie i viandanti e contribuire alla lotta al riscaldamento globale, oserebbe prospettare di cancellare la testimonianza preziosa della secolare consuetudine del loro utilizzo come luoghi urbani di aggregazione storicamente connotati, realizzando un boschetto di betulle davanti al Cremlino (fortezza come Castel nuovo) o una distesa di aiuole fiorite e cespugliose in quella che fu l’antica Place Louis XV, luogo delle emblematiche esecuzioni rivoluzionarie.

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