15 giugno 2026

Una performance ci invita a guardare come alberi: L’incanto al Mattatoio di Roma

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Il Mattatoio di Roma ospita L'incanto di John Cascone e Veronica Cruciani: performance e video si uniscono per coinvolgere il pubblico un'esperienza di straniamento

incanto Mattatoio Roma
L'Incanto, John Cascone e Veronica Cruciani, Teatro 1 – La Pelanda del Mattatoio, a Roma, Foto di Marcos Mendivil

Prima ancora di entrare, qualcosa è già cominciato. Fuori dal Teatro 1 – La Pelanda del Mattatoio, a Roma, le persone si raccolgono lentamente in uno spazio di attesa nel quale, mano a mano, ognuno riceve un piccolo adesivo verde, un triangolo con una sola parola stampata sopra: “alberi”. La performance inizia senza un vero inizio, quando tra la folla compaiono alcune figure vestite di verde. Camminano lentamente, senza meta e portano sulle spalle delle casse da cui si diffonde una musica ambientale, rarefatta, capace di modificare la percezione dello spazio circostante. Al suono si mescolano sussurri ripetuti come formule rituali: «Dove c’era un bosco ci sarà un bosco».

La frase passa di persona in persona, pronunciata con la calma di un auspicio. Potrebbe essere una promessa, una profezia o semplicemente un desiderio. Nel suo continuo ripetersi perde progressivamente il carattere informativo per assumere quello di una litania. Terminato il loro vagare, i performer conducono il pubblico all’interno, in un cammino lento e silenzioso, come in una sorta di processione.

Giunti in una sala immersa nell’oscurità i cinque performer attivano una composizione sonora in cui ascolto e movimento diventano inseparabili. Le voci si rincorrono, si sovrappongono, si disperdono nello spazio. I corpi ruotano come trascinati da una forza centrifuga, descrivendo traiettorie che evocano la forma instabile di un tornado.

L’Incanto, John Cascone e Veronica Cruciani, Teatro 1 – La Pelanda del Mattatoio, Roma, Foto di Marcos Mendivil

Poi, lentamente, il vortice si ricompone, la dispersione lascia di nuovo spazio all’ordine elementare di un cerchio e quando la musica si attenua i performer si stringono in un abbraccio mantenendo quella forma circolare e intonano una cantilena che sembra provenire da un tempo anteriore al linguaggio. Non appartiene a nessuna lingua riconoscibile. È un suono arcaico, una memoria che precede le parole. Quando il canto termina, le casse vengono deposte a terra. I performer si allontanano e si inoltrano nuovamente tra il pubblico dissolvendo ancora una volta i confini tra chi osserva e chi agisce.

La processione riprende e stavolta trascina il pubblico verso un secondo ambiente che appare come il rovescio del precedente. Se prima dominava l’oscurità, qui lo spazio è popolato da piante e tende da campeggio illuminate che funzionano come lampade da giardino. Si ha la sensazione di entrare in un accampamento temporaneo, nel mezzo di un piccolo ecosistema artificiale ma accogliente. Qui i performer comunicano fra loro attraverso un linguaggio silenzioso. I loro gesti potrebbero alludere al movimento delle piante, ai comportamenti degli animali o ai soffi del vento. Nessuna interpretazione prevale sulle altre, ogni gesto resta sospeso tra possibilità differenti.

A un certo punto gli “alberi” vengono invitati a sedersi ed è in quel momento che un elemento inizialmente insignificante si trasforma in un pezzo fondamentale del puzzle. Il progetto espositivo di John Cascone e Veronica Cruciani ha accolto i visitatori al suo interno prima ancora dell’inizio della performance, rendendoli fin da subito parte di un ecosistema, elemento di un paesaggio in composizione. La struttura del progetto, curato da Niccolò Giacomazzi e ospitato negli spazi del Mattatoio, si rivela dunque più vicina a un rito di attraversamento che a una esperienza cinematografica o performativa.

L’Incanto, John Cascone e Veronica Cruciani, Teatro 1 – La Pelanda del Mattatoio, Roma, Foto di Marcos Mendivil

Quando gli alberi si siedono, la proiezione può cominciare. Una donna attraversa paesaggi marginali, apparentemente ordinari. Esplora un rudere, entra in una grotta, percorre sentieri accompagnata dal suono distante dei campanacci delle mucche. La voce narrante appare e scompare senza mai imporsi davvero, stando ben attenta a rimanere ai margini delle immagini, come un pensiero che emerge durante una camminata solitaria. Vediamo la protagonista raggiungere un lago, attraversare il fragile equilibrio di un tronco abbattuto e ritrovarsi in una tenda nel bosco mentre scrive su un quaderno.

Più che raccontare una storia, il film costruisce una successione di soste, in cui ogni luogo sembra suggerire una diversa modalità di abitare il mondo e quando la proiezione termina non segue nessuna spiegazione. Nessuna rivelazione particolare.

È proprio nella relazione tra performance e film che il progetto trova la sua dimensione più convincente. Le azioni dal vivo non funzionano come introduzione illustrativa né il cortometraggio come elemento autonomo. Entrambi condividono la stessa ricerca attorno alla soglia, al cammino e alla trasformazione percettiva.

Particolarmente efficace è la scelta di rinominare il pubblico come “alberi”, un espediente semplice che produce uno spostamento significativo dello sguardo. Per tutta la durata dell’esperienza i partecipanti vengono invitati a percepirsi non come osservatori esterni ma come parti di un ambiente condiviso nel quale anche la processione svolge un ruolo decisivo. Lo spostamento fisico tra gli spazi costruisce una percezione concreta del passaggio e prepara il pubblico a ricevere il film non come un’opera da guardare ma come una tappa ulteriore dell’esperienza.

L'Incanto, John Cascone e Veronica Cruciani, Teatro 1 – La Pelanda del Mattatoio, Roma, Foto di Marcos Mendivil
L’Incanto, John Cascone e Veronica Cruciani, Teatro 1 – La Pelanda del Mattatoio, Roma, Foto di Marcos Mendivil

Alcuni elementi, tuttavia, rischiano talvolta una certa indeterminatezza simbolica. Il linguaggio muto, le figure circolari, i rituali collettivi e le formule ripetute appartengono a un immaginario ecologico e spirituale ormai piuttosto riconoscibile nell’arte contemporanea. Quando tali immagini si accumulano senza introdurre una tensione o una frizione interna, il rischio è che il simbolo perda parte della propria capacità di sorprendere e si trasformi in convenzione estetica.

È invece nel film che il lavoro sembra trovare il proprio punto di maggiore forza. Qui l’assenza di spiegazioni, l’attenzione ai gesti minimi e la centralità dei paesaggi di transizione impediscono una lettura esclusivamente ecologista dell’opera. Il bosco non appare come immagine idealizzata della natura ma come luogo d’incontro con ciò che resta irriducibilmente altro.

Cascone e Cruciani sembrano suggerire che il rapporto con il paesaggio non passi attraverso la conoscenza o il controllo ma attraverso una forma, quasi giocosa, di disponibilità all’ignoto. Per questo le figure umane attraversano, osservano, ascoltano, scrivono senza conquistare mai ciò che incontrano, lo abitano solo temporaneamente.

Alla fine del percorso anche il pubblico si ritrova trasformato. Da spettatore a presenza nel paesaggio. Da individuo ad “albero”. E la domanda che rimane sospesa, una volta usciti, è forse la stessa che attraversa l’intero progetto: cosa significa abitare un luogo senza pretendere di possederlo?

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