11 novembre 2022

L’artista è un mostro: intervista a Franko B, a margine del Gender Festival

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Nell’ambito dell’ottava edizione del Bari International Gender Festival, abbiamo incontrato Franko B, che ci parla del suo concetto di corpo, tra performance e interazione

Franko B, ph. James Tye

Si svolge fino al 19 novembre l’ottava edizione del Bari International Gender Festival, tutta incentrata sul concetto di corpo, elemento non predeterminato e immutabile ma espressione mutevole dell’essere. Il festival indaga attraverso le arti performative contemporanee i temi dell’identità, del corpo e delle sue relazioni. La presente edizione beneficia del Fondo Unico per lo Spettacolo del Ministero della Cultura che ha premiato il percorso radicale e inclusivo intrapreso dalla direzione artistica, formata da Miki Gorizia e Tita Tummillo. 20 appuntamenti in dieci venues, sparsi tra periferia e centro di Bari, nei quali è possibile incontrare compagnie affermate e giovani promesse della scena artistica nazionale e internazionale in un palinsesto che appare un corpo vitale multiforme e vibrante, in relazione costante con i luoghi e le dinamiche culturali della città.

Ricchissimo il programma, dal teatro alla danza, dalla musica elettronica alle installazioni multimediali, dal cinema ai talk, alle tavole rotonde ai party, coinvolgendo cinquanta tra artiste e artisti provenienti da tutto il mondo. Tra questi anche Franko B (Milano, 1960), artista italiano di stanza a Londra, docente all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, riconosciuto a livello internazionale per il suo percorso di ricerca sul corpo.

Formatosi a Londra presso il Chelsea College of Art and Design, la sua indagine artistica spazia dal video alla fotografia, dalla performance alla pittura fino alla scultura. Protagonista dell’ICA, epicentro londinese dei progetti artistici più radicali e d’avanguardia, il suo background è il romantic punk della capitale inglese degli anni Novanta. Ha presentato le sue opere in contesti prestigiosi: Tate Modern, Londra, 2003; Palais des Beaux- Arts, Bruxelles, 2005; RuArts, Mosca, 2007; Victoria And Albert Museum, Londra, 2006; Tate Liverpool, 2003; Contemporary Art Center, Copenhagen, 2002; Pac, Milano, 2010.

Venerdì 11 novembre alle 19, nelle sale di Palazzo Fizzarotti, in Corso Vittorio Emanuele II 193 a Bari, l’artista presenterà I’m thinking of you, performance che anticipata nella mattina da un talk presso l’aula magna dell’Università. Abbiamo incontrato l’artista chiedendogli di dirci di più sulla sua ricerca.

Fuori da stereotipi e luoghi comuni, credi che la tua infanzia, origine di quella che tu hai definito “vita precaria”, abbia influito sulla tua scelta di diventare artista? Se sì, in che modo?

«Non necessariamente. Ho avuto culo: l’arte ha trovato me o forse io ho trovato l’arte. In fondo credo che l’arte mi abbia trovato. In che senso? L’arte mi ha salvato la vita. L’arte per me è una vocazione, una religione, una ragione d’essere».

Fin dagli esordi agisci sul tuo corpo, usandolo come prioritario mezzo di espressione. Perché hai scelto la performance come linguaggio? Che potenzialità senti che abbia rispetto ad altri mezzi espressivi?

«Vero. La performance è accaduta per caso. A dire il vero sono un pittore fallito. La performance ha scelto me. Credo che tutto abbia un ruolo performativo, anche se non è necessariamente performance. Tutti i mezzi espressivi hanno potenzialità e potere di condivisione, di essere testimoni, di essere ‘mostri’. L’artista è un mostro nel senso che deve mostrare cosa vuole dire essere nel mondo. L’artista è un testimone, fa e deve dare una testimonianza. Quando dico arte intendo tutti i mezzi espressivi del linguaggio visivo, dalla musica alla filosofia, dalla critica alla poesia. Il linguaggio è un virus, come sappiamo; per me un virus necessario e vitale».

Nelle tue azioni performative che ruolo riconosci al pubblico? Hai mai previsto l’interazione? Questa, se c’è, è solo contemplativa?

«Il linguaggio è sempre interattivo».

Nella tua ricerca performativa agisci con e sul tuo corpo. Nel 1976, in una sua nota performance, Orlan si domandava se il nostro corpo ci appartiene realmente? Quale risposta senti di dare?

«A mio avviso quando nasciamo il corpo non appartiene solo a noi ma al contesto politico, sociale, economico, religioso, culturale in cui viviamo. Col tempo dobbiamo reclamarlo. Penso che Madame Orlan l’abbia fatto, come tanti, non solo artisti. L’hanno fatto, lo fanno e lo facciamo».

Hai dichiarato che “l’arte non si può insegnare”. Come coniughi la tua ricerca artistica con il tuo impegno didattico-accademico? 

«Insegnare per me è una parola grossa e al tempo stesso una frode. Credo di condividere con i miei studenti quello che so o non so. Facilito e mostro».

A Bari, per il BIG Festival, presenterai la performance I’m thinking of you già presentata allAccademia di Carrara. Puoi raccontarci genesi ed evoluzione di questo lavoro?

«L’ho presentata in tanti contesti e luoghi dalla sua prima apparizione nel 2009. Spero si evolva anche in questo nuovo contesto ma su questo non ho molto controllo».

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