05 giugno 2026

exibart prize incontra Giorgia Boioli

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‘Semplificare’ togliendo le figure mi ha dato la possibilità di lavorare più su una dimensione di solitudine che ho scoperto sentire tanto

Giorgia Boioli

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Il mio percorso artistico è iniziato al liceo artistico Paolo Candiani di Busto Arsizio, dove frequentai l’indirizzo figurativo. Contemporaneamente frequentai un’Accademia privata a Legnano gestita dal pittore Santo Nania. Per la verità, l’indirizzamento prettamente figurativo-realistico, fatto di iperrealismo e copie dal vero, ha giovato il mio rapporto con l’arte. Alla fine del mio percorso liceale ero sicura di voler cambiare i miei piani per il futuro, che nella mia testa sono sempre stati chiari (anche se non lo sapevo). Non ricordo, infatti, prima di quel momento, un giorno in cui non ho pensato che l’arte non fosse una possibilità. Ha sempre fatto parte del mio modo d’essere, fin da quando ero piccola. Mi viene da dire: nonostante tutto… perché chi sceglie questa professione deve fare i conti con un futuro molto, molto incerto. Credo che fosse quello a spaventarmi nel profondo, l’esigenza sociale di trovarsi un buon lavoro. Per questo motivo dopo il liceo scelsi di iscrivermi a fashion design, un buon compromesso tra arte, futuro e soldi alla nuova Accademia di belle arti, la NABA. Credo che questa scelta sbagliata, che mi ha portato successivamente a rinunciare agli studi e ripartire dall’accademia di brera, pittura, sia un punto importante della mia vita, perché da lì è ripartita la mia ricerca artistica.

 

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Appena sono entrata a Brera è stata una continua messa in discussione, di me, di ciò che pensavo di conoscere, di ciò che mi era stato insegnato. All’inizio il cambiamento è stato drastico: dal fare arte solo figurativa sono passata all’astratto assoluto, monocromi alla Rothko. È stato, tuttavia, nel momento in cui mi sono guardata indietro e sono ritornata al figurativo che ho capito veramente cosa mi rappresentava. La tecnica non è più iperrealista, ma espressionista. I corpi e più in generale il corpo nudo è il punto centrale della mia ricerca. Inevitabilmente, data la nudità, l’approccio con la sessualità e l’erotismo è stato spontaneo. Essi sono vissuti in maniera grottesca. I corpi che tratto sono corpi che hanno a che fare con l’alienazione sociale. Nonostante la mia passione per l’antropologia e gli studi sociologici trans-femministi, credo che più che da delle domande il mio lavoro nasca da una esigenza personale, l’indagare il personale blocco del corpo. È un po’ come se la mia sessualità mi avesse sempre messo in una condizione di non approvazione interna. Vivo la passione e la carnalità con un certo disagio. Nonostante il mio lungo percorso di accettazione c’è una parte di me che non riesce ad arrivare nel profondo, a capire veramente tutta ne stessa e ciò mi genera tormento.

 

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Le tecniche sono fondamentali, amo sperimentare e mettermi in gioco. Spesso mischio varie tecniche, come colore ad olio, pastello ad olio, matite colorate, ma anche impregnante, caffè, china giapponese su vari materiali: dalla carta al legno e ovviamente sulla tela, che è sicuramente la dimensione che mi appartiene di più. Nella scelta di quest’ultimi mi faccio spesso trasportare dalla voglia di provare.

 

Puoi parlarci di un’opera o di un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Le opere a cui sono particolarmente legata è la serie di studi sull’eros e alla tela EROSione. È stata la prima volta che ho approcciato i corpi singoli in maniera così profonda, prima di essa erano sempre almeno due corpi per lavoro. ‘Semplificare’ togliendo le figure mi ha dato la possibilità di lavorare più su una dimensione di solitudine che ho scoperto sentire tanto. Per me è stata una vera e propria rivelazione, è un po’ come se avesse aggiunto un tassello di me che sentivo nascosto. È stata fondamentale anche e soprattutto la tela di quella serie, perché è stata la prima volta che mi approcciavo una dimensione così grande. È una serie che è stata più un’avventura.

 

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Di solito prima di sviluppare qualsiasi tela/lavoro “definitivo” (anche se così non mi piace chiamarlo), lavoro sulla dimensione dello sketchbook. Disegno prima su di esso perché mi sento più libera e mi aiuta a schiarirmi le idee. Dopodiché i disegni che mi piacciono di più li riporto su tela o sul supporto che decido di usare.

 

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

Di sfide ce ne sono tante, il mondo dell’arte sa essere spietato. È sicuramente un ambiente ricco di diversità, ogni artista ha il proprio valore e ha il proprio mondo e io ne sono ispirata. Ma per molti verso il mercato dell’arte è tossico, soprattutto con gli artisti emergenti. Il nepotismo è una piaga che lo affligge particolarmente. Spesso sembra, almeno a me, che se non hai contatti o conoscenze hai scarse possibilità. Mi affaccio al mercato dell’arte, osservo quello che mi circonda, ma con occhio critico verso le ingiustizie al suo interno. Cerco di superare queste difficoltà tenendo bene a mente che l’arte ha un valore che trascende ogni transizione finanziaria o investimento. E ovviamente riponendo tanta speranza in ciò che faccio.

 

EROSione
EROSione

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