-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Al Magazzino delle Idee di Trieste, il Giappone si racconta attraverso la fotografia
Mostre
di Zaira Carrer
La fotografia, ormai lo si sa, è una tecnologia che seleziona, isola e rende visibili certe forme di esperienza, privilegiandole inevitabilmente ad altre. Per questo, restituire l’immagine di un Paese — con tutte le sue complessità e stratificazioni — attraverso una selezione fotografica è sempre un’operazione rischiosa, e per sua natura parziale: troppe le contraddizioni, le zone d’ombra e le sfumature che restano inevitabilmente fuori dal campo d’azione dell’obiettivo.
La mostra Japan. Corpi, memorie, visioni — a cura di Filippo Maggia e Guido Comis — in corso presso il Magazzino delle Idee di Trieste, assume forse la posizione critica più interessante proprio partendo da questa consapevolezza: invece di ambire a una rappresentazione esaustiva o identitaria del Giappone, sceglie di lavorare per frammenti e per traiettorie che mettono in crisi qualsiasi pretesa di totalità.

Da qui, la scelta di esporre scatti e video di artisti appartenenti a generazioni e a punti della carriera tra loro anche molto diversi, dando così al visitatore la possibilità di ricostruire un Paese “per frammenti”. Le opere presentate a Trieste si dispiegano così attorno a tre grandi temi o macro-aree: Memoria e Identità, Corpo e Corpi, Realtà e Visione; che fungono da griglie concettuali per leggere un presente molteplice e in trasformazione.
La prima tra queste grandi tematiche intercetta, senza dubbio, una delle questioni centrali della fotografia giapponese fin dal secondo Novecento: l’uso dell’immagine per ricordare e, al tempo stesso, per riflettere su come la storia sia tramandata e rappresentata. Particolarmente interessanti, qui, sono le fotografie di Tomoko Yoneda, parte della serie Japanese House, che documenta edifici costruiti a Taiwan durante il periodo dell’occupazione giapponese, tra il 1895 e il 1945. Yoneda si concentra tanto sugli spazi domestici originali quanto sui dettagli che sono stati modificati nel tempo, lasciando emergere in modo sottile una storia ancora in parte rimossa: quella dell’espansione coloniale giapponese in Asia orientale.


Più intimo è invece l’approccio alla memoria di Yurie Nagashima. Posate, un mestolo, rose e un tortino di riso in fiamme: elementi modesti diventano i tasselli delle sue nature morte, che raccontano così il vissuto personale dell’artista, mettendo in scena una memoria privata fatta di oggetti ordinari e micro-narrazioni domestiche.
Parte della sezione dedicata al corpo è invece la serie di fotografie Clothed in Sunny Finery di Keijiro Kai, che documenta un lato ben lontano dall’immaginario iper-tecnologico del Giappone contemporaneo, concentrandosi su una tradizione legata al rito, alla comunità e ad antiche credenze. In particolare, Kai scatta questa serie nel contesto di alcuni festival tradizionali in cui uomini seminudi si scontrano tra di loro per vincere piccoli oggetti portafortuna. Il risultato sono composizioni di pelle e sudore, estremamente fisiche anche nella loro bidimensionalità.

Infine, la sezione Realtà e Visione presenta opere che nascono dalla sovrapposizione tra ciò che è dato e ciò che viene immaginato, tra il mondo così com’è e il mondo così come viene filtrato e rielaborato dal nostro sguardo. Qui la fotografia smette definitivamente di funzionare come strumento di registrazione del reale per diventare dispositivo di produzione di immaginari: un campo in cui il visibile è sempre sul punto di dissolversi o di slittare altrove. È il caso, ad esempio, dei lavori di Daisuke Yokota, in cui le figure sembrano letteralmente evaporare davanti ai nostri occhi, come se l’immagine non fosse più in grado di trattenere il mondo ma solo di restituirne una traccia instabile e fantasmica.
Gli artisti in mostra: Asakai Yoko, Hayashi Noriko, Ishikawa Naoki, Kai Keijiro, Kawauchi Rinko, Momose Aya, Nagashima Yurie, Nomura Sakiko, Shimonishi Susumu, Sato Tokihiro, Sugimoto Hiroshi, Suzuki Risaku, Suzuki Ryoko, Tomoko Yoneda, Miyagi Futoshi, Yokota Daisuke.











