17 maggio 2026

A Tokyo la cultura ha molte facce: cinque mostre (più una) da vedere ora

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Dopo Kyotographie a Kyoto, il nostro viaggio tra mostre e iniziative artistiche in Giappone continua a Tokyo con sei esposizioni che raccontano linguaggi, atmosfere e ricerche molto diverse tra loro

Ph. Francesca Magnani

Continua il nostro giro primaverile tra mostre e iniziative in Giappone. Dopo la panoramica di Kyotographie a Kyoto, ecco cinque mostre che per motivi diversi ci hanno colpito a Tokyo.

Tokyo Photographic Art Museum, Don’t think. Feel.

Questa mostra fa parte della a TOP Collection, ossia una serie di mostre organizzate a partire dalla collezione del Tokyo Photographic Art Museum, che comprende circa 39mila fotografie e opere video, ogni volta reinterpretate secondo prospettive differenti. Il tema della prima mostra del 2026 è il “sentire” nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Con il termine non si intende soltanto il contatto fisico in senso stretto, ma più in generale il rapporto con oggetti e fenomeni attraverso i sensi. In una società sempre più influenzata dall’IA, capacità un tempo considerate esclusivamente umane vengono continuamente ridefinite.

In questo contesto, la mostra invita a riflettere su ciò che caratterizza davvero l’esperienza umana, concentrandosi su esperienze sinestetiche, forme di comunicazione sensoriale e sul potere dell’immaginazione. La mostra prende ispirazione dalla celebre frase dell’artista, attore e filosofo di Hong Kong, Bruce Lee: “Don’t think. Feel”, “Non pensare. Senti”. A partire da queste parole, sono state selezionate opere della collezione capaci di stimolare i cinque sensi.

L’esposizione si sviluppa come un’antologia di racconti brevi articolata in cinque sottotemi distinti. Sebbene ogni sezione affronti argomenti diversi, le opere dialogano tra loro in modi inattesi, invitando il visitatore a riscoprire la propria capacità di percepire e comprendere il mondo attraverso i sensi.

Ph. Francesca Magnani

Hanae Mori, Vital Type: The 100th Anniversary of Birth

Nell’imponente costruzione del Tokyo Art Center abbiamo visto questa mostra – aperta fino al 6 luglio – di vestiti e stampe su seta che ci è molto piaciuta. La stilista Hanae Mori iniziò la sua carriera negli anni Cinquanta, ottenendo inizialmente riconoscimento per il suo lavoro nel campo dei costumi cinematografici.

In qualità di designer ma anche di moglie e madre, rappresentò una nuova immagine della donna nel Giappone del dopoguerra. Successivamente presentò le sue creazioni a New York e Parigi, mettendo costantemente in risalto la bellezza e la raffinatezza dei tessuti e dell’artigianato giapponese, unendo visione artistica e maestria tecnica. Questa mostra ripercorre l’intero arco della lunga carriera di Mori attraverso circa 400 abiti.

Ph. Francesca Magnani

Beppu Kan’ichirō all’IIC

Anche se questa mostra è finita, una delle prime nostre tappe è stata la sede Istituto Italiano di Cultura a Tokyo, il palazzo costruito da Gae Aulenti che, nel 2005, immaginò una facciata in marmo e lacca. L’edificio si sviluppa su 12 piani ed è caratterizzato dalla facciata dipinta in rosso lacca, una tonalità che richiama il colore dei palazzi imperiali e dei templi tradizionali giapponesi. Si trova nel quartiere di Kudan Minami, nei pressi del Palazzo Imperiale di Tokyo. Gli interni comprendono un auditorium, sale per corsi di lingua e cultura italiana, aree per mostre ed eventi culturali e una delle biblioteche più fornite del Giappone dedicate all’italianistica.

L’Istituto rappresenta oggi uno dei principali punti di riferimento per la promozione della cultura italiana in Giappone, ospitando concerti, conferenze, proiezioni cinematografiche ed esposizioni. Nel luminoso spazio al piano terra abbiamo visto la mostra di Beppu Kan’ichirō, il quale arrivò in Europa nel 1928 e trascorse gran parte della sua vita in Italia, contribuendo in maniera significativa alla reciproca conoscenza culturale. La maggior parte della sua produzione di quadri a olio si concentra sulla città di Venezia.

A 34 anni dalla sua scomparsa, grazie alla collaborazione dei suoi familiari, i membri del comitato organizzatore e l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo hanno presentato la mostra retrospettiva di circa 40 opere.

Ph. Francesca Magnani

POST, Avo Tavitian, Daido Moriyama / LOS ANGELES × SHINJUKU

Fino al 17 maggio da Post, la piccola libreria culto vicino a Shibuya, c’è la mostra Avo Tavitian e Daido Moriyama / LOS ANGELES × SHINJUKU, in cui il celebre fotografo giapponese dialoga col fotografo libanese.

La serie Shinjuku, Tokyo di Daido Moriyama si confronta con le fotografie di Los Angeles che Avo Tavitian realizza da oltre 30 anni. Entrambi utilizzano la pellicola 35 mm per immortalare soggetti quotidiani, accogliendo casualità e imprevedibilità come parte integrante del processo creativo. Il loro interesse per i paesaggi urbani e gli aspetti più ordinari della vita quotidiana si traduce in un tentativo di documentare cambiamenti e permanenze nelle rispettive visioni artistiche. Attraverso le loro fotografie, entrambi sembrano esplorare le complessità dell’appartenenza e dell’identità all’interno di un ambiente umano in costante trasformazione.

Oltre alle stampe originali dei due artisti, la mostra presenta e mette in vendita anche oggetti realizzati con tessuti decorati dalle fotografie di Moriyama. Sono inoltre disponibili due nuove pubblicazioni: Daido Moriyama / How to Tokyo at Night e Avo Tavitian / Tires of Los Angeles.

Ph. Francesca Magnani

Pace Gallery, Robert Longo

Nei grandi locali deserti della Pace Gallery c’è Angels of the Maelstrom, una mostra di nuovi e recenti disegni a carboncino e sculture di Robert Long, fino al 17 giugno. Negli ultimi anni Longo ha concentrato la propria ricerca sulle immagini provenienti dai media e da internet, affrontando temi come il movimento Black Lives Matter. Attraverso monumentali disegni in bianco e nero, l’artista riflette potere, violenza e miti contemporanei. Per questa mostra, pare che Longo si sia ispirato all’opera Angelus Novus (1920) di Paul Klee, celebre anche grazie all’interpretazione del filosofo Walter Benjamin, che descriveva “l’angelo della storia” sospinto verso il futuro da una tempesta irresistibile.

Nato a Brooklyn nel 1953, dopo gli studi al Buffalo State College, dove conobbe Cindy Sherman, si trasferì a New York nel 1977. Negli anni Ottanta divenne una figura chiave della “Pictures Generation”, movimento artistico che criticava il consumismo e il potere dei mass media. Oggi le sue opere fanno parte delle collezioni dei più importanti musei internazionali, tra cui il Museum of Modern Art, il Centre Pompidou e la Tate.

Ph. Francesca Magnani

MOT, Eric Carle. Un bruco molto affamato

Fino al 26 luglio, al MOT, il Museo d’Arte Contemporanea di Tokyo, c’è sicuramente la mostra più gioiosa, vivace e nostalgica che abbiamo visto, nonché quella più amata dal pubblico che accorreva a frotte, quella dell’illustratore americano Eric Carle.

The Very Hungry Caterpillar, capolavoro dell’autore e illustratore americano Eric Carle (1929–2021), è stato tradotto in oltre 70 lingue ed è considerato uno dei libri illustrati più amati al mondo. Con il suo messaggio di speranza e crescita, raccontato attraverso la storia di un bruco che si trasforma in un farfalla, e grazie al suo stile inconfondibile, il libro ha accompagnato generazioni di bambini, inclusa la nostra (è stato infatti “il mio primo libro”).

Questa mostra, organizzata in occasione del 50mo anniversario della pubblicazione giapponese del libro, presenta circa 180 opere provenienti dalle collezioni del The Eric Carle Museum of Picture Book Art e della The Eric and Barbara Carle Foundation. L’esposizione include preziose illustrazioni originali dei libri di Carle e le prove realizzate a mano durante la fase progettuale, offrendo uno sguardo sul processo creativo che ha dato forma ai celebri libri illustrati.

Ph. Francesca Magnani

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