10 maggio 2026

A Venezia, l’arte di Pier Luigi Olivi rilegge i simboli del Potere

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"OF STARS and STRIPS": Stefano Cecchetto cura a Venezia una personale di Pier Luigi Olivi visitabile fino al 30 giugno; un intervento critico che smaschera i simboli del dominio globale

Pier Luigi Olivi, Of Stars and Stripes

Mentre i Giardini e l’Arsenale inaugurano ufficialmente i padiglioni nazionali della Biennale 2026 tra polemiche geopolitiche, fumogeni e boicottaggi, a Cannaregio si apre una zona franca. Si chiama OF STARS and STRIPS ed è il padiglione indipendente che sfida frontalmente la narrazione istituzionale della Biennale. Presso lo spazio M.A.C.Lab, l’artista Pier Luigi Olivi, guidato dalla cura critica di Stefano Cecchetto, lancia una provocazione visiva che rilegge l’iconografia del potere globale attraverso le lenti di una “nuova Resistenza” culturale.

Se la Biennale 2026 è segnata da una tensione senza precedenti sui confini e sulle rappresentanze politiche – dai contestati casi di Israele e Russia fino alle dimissioni in blocco delle giurie – la mostra di Olivi sceglie la via dell’indipendenza totale. L’obiettivo è analizzare quello che Pier Paolo Pasolini, negli Scritti Corsari del 1974, definiva il “Potere con la P maiuscola”. Ma se per Pasolini quel Potere era ancora un’entità dai contorni sfuggenti, per Olivi oggi esso è diventato manifesto, sfacciato e assolutamente riconoscibile nei suoi feticci quotidiani.

Pier Luigi Olivi, Of Stars and Stripes, Happiness Toy

L’operazione artistica di Olivi parte proprio da questi simboli radicati nell’immaginario collettivo: la bandiera americana, il dollaro, la Statua della Libertà e il volto di Donald Trump. Non si tratta però di una semplice rivisitazione della Pop Art; Olivi ne ribalta i presupposti celebrativi per trasformarli in strumenti di decostruzione critica. In opere come Love & Bucks, l’iconico messaggio di Robert Indiana sull’amore universale viene letteralmente cannibalizzato dallo sfondo del dollaro. Come sottolineato dal curatore Cecchetto, la moneta cessa di essere un semplice mezzo di scambio per diventare l’unico vero culto rimasto in una società svuotata di valori trascendenti.

L’ironia di Olivi è spietata, lucida e profondamente consapevole. È una messa in scena che non scade mai nella caricatura didascalica, ma che interroga il “metodo” che si cela dietro la follia contemporanea. Citando esplicitamente Shakespeare, l’artista suggerisce che il disordine mondiale e le derive populiste non siano incidenti di percorso casuali, ma rispondano a logiche di potere precise e identificabili, studiate per agire sulle masse attraverso una fascinazione estetica che nasconde una natura puramente ideologica.

Pier Luigi Olivi, Of Stars and Stripes

L’opera simbolo dell’esposizione, e forse l’immagine più potente dell’intero progetto, è senza dubbio Flagquake. Qui, la bandiera degli Stati Uniti non è solo rappresentata, ma appare fisicamente sgretolata, colpita da un terremoto invisibile. È la metafora visiva di una mutazione antropologica e di una società frammentata che, sotto la presidenza Trump, riflette le tensioni profonde di un intero scenario geopolitico internazionale. La bandiera che si decompone diventa il modello di una comunicazione linguistica che denuncia l’incapacità del mondo contemporaneo di ricomporsi in una visione unitaria, tendendo invece a dividere e scomporre.

«È necessario dare inizio a forme nuove di Resistenza attiva» afferma il curatore Stefano Cecchetto –«e la cultura, l’arte, devono diventare l’Avvento per nuove strategie, distinte e distinguibili, utili a ricostruire quel tessuto di società civile che si va frantumando oltre ogni limite».

Pier Luigi Olivi, Of Stars and Stripes

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