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Ai Weiwei in mostra al MAXXI L’Aquila. Due terremoti e una domanda: cosa resta dopo il trauma?
Mostre
Nell’anno in cui è Capitale italiana della Cultura, la mostra curata da Tim Marlow rappresenta un dialogo internazionale che risuona con la storia recente del capoluogo abruzzese e segna un momento fondamentale per il MAXXI L’Aquila, al quinto anniversario dall’apertura.
Interamente dedicata all’artista, architetto e attivista cinese, Ai Weiwei: Aftershock, visitabile fino al 6 settembre 2026, è stata inaugurata in un clima di partecipazione e dialogo tra curatore e artista, introducendo un percorso espositivo che attraversa oltre quarant’anni di pratica e si configura come una riflessione sulla persistenza delle conseguenze. Il lavoro di Ai Weiwei indaga infatti l’impatto duraturo delle catastrofi naturali e dei conflitti generati dall’uomo, mettendone in luce le tracce nel presente attraverso l’uso di materiali diversi (dai materiali edili recuperati a quelli di uso comune, dalla porcellana al marmo), con cui costruisce un linguaggio che altera i comuni sistemi di valore e invita a guardare il mondo da prospettive diverse.

Gli spazi di Palazzo Ardinghelli incontrano gli interventi dell’artista già dalla corte dell’edificio barocco: un grande telo della serie Camouflage Nets del 2025 rielabora in chiave giocosa i pattern mimetici riflettendo, insieme a un LED con un proverbio ucraino, sull’ingiustizia dei conflitti. Continuando, al piano principale si incontra Straight, considerata uno dei più potenti monumenti commemorativi dell’arte contemporanea. Dedicato al catastrofico sisma avvenuto nella regione cinese dello Sichuan nel 2008, l’opera è posta al centro dell’esposizione e dialoga in modo autentico con la storia recente de L’Aquila, trasformando il dolore in impegno civile. L’opera espone i tondini in acciaio recuperati clandestinamente dalle scuole collassate e un elenco con i nomi dei 5197 studenti rimasti uccisi dal sisma.

Il percorso prosegue sui temi di distruzione e memoria, con Left Right Studio Material (2018) in dialogo con Dropping a Han Dynasty Urn (1995) e FUCK ’EM ALL (2024), dove i mattoncini giocattolo diventano strumento per rileggere storia e immaginario. Nelle teche successive materiali “nobili” e oggetti quotidiani (Marble Toilet Paper) sovvertono i sistemi di valore, mentre fotografie newyorkesi (1983–1993) e video come Floating (2016) e Dumbass (2013) intrecciano accadimenti biografici e denuncia politica.

La mostra alterna poi riflessioni urbane (Beijing: The Second/Third Ring, 2005) e sul tema della guerra (Last U.S. Soldier Leaving Afghanistan, 2022; Combat Vases, 2023), fino a un ampio nucleo di lavori che rielaborano icone occidentali e simboli mitologici (Scream; Untitled (After Van Gogh); St. George and the Dragon). Il tema della crisi dei rifugiati emerge con forza in opere come After the death of Marat e Lotus (2016), mentre le produzioni più recenti indagano memoria e conflitto (Whitewashed Remnants of History of the State of Emerging Future Works, 2025). Il percorso si chiude con F.U.C.K. (2024), prima opera dell’artista realizzata con bottoni, sintesi provocatoria della critica dell’artista alle tensioni politiche e sociali contemporanee.

Nonostante la sua produzione artistica parta spesso da esperienze vissute da lui in prima persona, Ai Weiwei ha la capacità di trasformarle in paradigmi universali, socialmente condivisibili. Concepisce l’arte come uno strumento critico e un dispositivo di conoscenza in grado di tenere lo sguardo rivolto verso coloro che non hanno il potere di opporre resistenza.

Ai Weiwei: Aftershock si inserisce nel percorso che la città di L’Aquila ha deciso di intraprendere dopo il sisma del 2009, ripartendo dalla cultura. Pierluigi Biondi, sindaco della città, riconosce nel lavoro di Ai Weiwei la capacità di rendere l’arte uno strumento concreto di verità e impegno civile, capace di trasformare le ferite in nuova consapevolezza, nella prospettiva di un futuro più giusto e condiviso. È così che la mostra intreccia l’opera dell’artista con il contesto che la accoglie, interrogando le dinamiche del trauma e della ricostruzione, lasciando emergere una riflessione sul “dopo”, inteso come spazio fragile ma ancora aperto alla possibilità di trasformazione.
















