-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Figurazione e astrazione: le “Corrispondenze” di Farsettiarte a Cortina
Mostre
Corrispondenze non è solo un titolo, corrispondenze sono quelle in cui ci si trova immersi a Cortina, negli spazi di Farsettiarte, di fronte alla vicinanza di opere di artisti che, seppur molto distanti tra loro cronologicamente e formalmente,hanno condiviso una medesima tensione verso la ricerca, la percezione e il gesto, offrendo nuove chiavi di lettura della storia dell’arte.
Così, per esempio, la potenza narrativa e corporea della figurazione ben espressa da Edicola di Renato Guttuso (1965) e l’essenzialità vibrante di Superficie bianca di Enrico Castellani (1998), condividono un’intensità quasi tattile del rapporto con la materia. La coppia Rhythme de danse à l’Opera di Gino Severini (1950) è invece accostata a Rosa-rosae-rosa di Piero Dorazio (1967), mettendo in evidenza la relazione tra la geometria ritmica del Futurismo severiniano e la trama luminosa e musicale delle campiture doraziane. Qui la forma diventa ritmo e la luce si fa struttura, creando una continuità ideale tra le prime ricerche sul dinamismo e le successive esplorazioni cromatiche dell’astrazione.


Lungo il percorso nasce anche una corrispondenza tra Giorgio de Chirico e Tancredi, concentrata su due visioni diverse della stessa città: Venezia. Il Ponte di Rialto di de Chirico (metà anni Cinquanta), sospeso tra memoria e metafisica, restituisce una Venezia immobile, simbolica, quasi architettura mentale. In contrasto, Luci di Venezia di Tancredi (1959) vibra di bagliori e riflessi: una città liquida, luminosa, percepita attraverso il gesto rapido e la frammentazione coloristica. È un dialogo tra immobilità e pulsazione, tra sogno e energia.
La vicinanza tra Filippo de Pisis e Mario Ceroli pone in relazione la delicatezza pittorica del primo in Natura morta con maschera (1926), fatta di intime percezioni e atmosfere leggere, con la forza volumetrica e iconica dei canali di metallo con terre colorate di Senza titolo di Ceroli (2010). Il loro accostamento, tra fragilità e presenza, tra gesto pittorico e costruzione scultorea, apre a una riflessione su materia e memoria.
L’intero percorso apre spazi di grande percezione, territori dove l’occhio può riconoscere legami nuovi e dove la storia dell’arte si lascia attraversare da inattese risonanze.











