16 aprile 2026

I capolavori di Francesco Guardi della Collezione Gulbenkian in mostra a Ca’ Rezzonico

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Fino all’8 giugno 2026, il Museo del Settecento Veneziano presenta una selezione di capolavori di Francesco Guardi, parte della collezione di Calouste Gulbenkian, l'imprenditore che ha trasformato l'ossessione per il dettaglio in una delle raccolte d'arte più prestigiose al mondo

Exhibition view, Calouste Gulbenkian, Ca' Rezzonico, ph Luca Chiandoni

La mattina del 3 agosto 1914, mentre la Germania dichiarava guerra alla Francia, un uomo attraversava una Parigi in fibrillazione con un dipinto di Guardi sotto il braccio. Era David H. Young, segretario di Calouste Gulbenkian. La sua missione? Restituire una Veduta di Roma appena acquistata da Agnew’s per cinquemila sterline. Gulbenkian, soprannominato “Mr. Five Percent” per la sua influenza nell’industria petrolifera, non era un collezionista accomodante: era un uomo d’affari che applicava all’arte lo stesso rigore analitico dei suoi investimenti. Se un’opera non reggeva il confronto con quelle già possedute, veniva espulsa.

Questo episodio rivela che le diciannove opere oggi conservate a Lisbona non sono frutto di un accumulo acritico, ma il risultato di una selezione darwiniana: Gulbenkian acquistava, dubitava, e adirittura rivendeva in perdita pur di alzare l’asticella della qualità. La storia della sua collezione è fatta di “stranezze” burocratiche e rifiuti eccellenti.

Francesco Guardi, Il Ponte di Rialto secondo il progetto di Andrea Palladio. Olio su tela, cm 61 × 92 Lisbona, Museo Calouste Gulbenkian, inv. 393 © Calouste Gulbenkian Museum. Photo: Catarina Gomes Ferreira.

Il corpus di opere parte della sua collezione ora presentato in mostra nel portego di Ca’ Rezzonico sono dunque i sopravvissuti di una battaglia estetica durata vent’anni (1907-1921), dove solo l’eccellenza assoluta aveva diritto di cittadinanza. Si tratta di dieci capolavori di Francesco Guardi (1712-1793), che segna un’operazione di prestigio istituzionale tra il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona e la Fondazione Musei Civici di Venezia, ma anche un cortocircuito temporale. Riportare queste preziose vedute di Guardi nel cuore del Museo del Settecento Veneziano significa infatti esporre il fantasma di una civiltà nel luogo che ne celebra il fasto, proprio mentre quel fasto iniziava a corrodersi.

Se Canaletto era il cartografo della certezza geometrica, Francesco Guardi ne è stato l’eversore lirico. In mostra, la struttura prospettica delle vedute appare “elastica”: le proporzioni si sfalsano, la pennellata si fa allusiva, quasi nervosa. Gli edifici diventano qui superfici corrose dalla luce e dall’umidità salmastra.

Francesco Guardi , La regata sul Canal Grande vicino al Ponte di Rialto. Olio su tela, cm 45,1 × 69,2, Lisbona, Museo Calouste Gulbenkian, inv. 389 © Calouste Gulbenkian Museum. Photo: Catarina Gomes Ferreira.

In opere come La Festa della Sensa in Piazza San Marco o La Partenza del Bucintoro, poi, il rito pubblico si trasforma in una parata di spettri luminosi, anticipando quel sentimento del decadente proprio del Romanticismo: è la Venezia di una civiltà al tramonto, resa attraverso una pittura tremolante che sembra voler catturare gli ultimi respiri di una Repubblica millenaria.

La mostra attiva poi un interessante dialogo necessario con i disegni del Gabinetto dei Musei Civici, nucleo storico dell’eredità di Teodoro Correr, che di Guardi che ne conta moltissimi. Mettere a confronto le tele di Lisbona con le carte veneziane significa mappare come una città si sia trasformata in immagine mentale prima ancora di cadere politicamente.

I Guardi di Lisbona, più che ospiti di passaggio, sembrano quindi ritorni necessari. E Gulbenkian, con la sua determinazione da uomo d’affari e la sua sensibilità da esteta, ha salvato queste visioni dalla dispersione, permettendoci oggi di assistere all’estetica della sparizione nel suo luogo più emblematico.

Francesco Guardi, Le nozze del duca di Polignac. Penna, inchiostro bruno, acquerelli colorati e matita nera su carta bianca, mm 252 × 456 Venezia, Ca’ Rezzonico, Gabinetto dei disegni e delle stampe della Fondazione MUVE, inv. Cl. III, n. 1202

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