20 luglio 2020

Marking Time: il MoMA PS1 espone le opere dei detenuti statunitensi

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Il MoMA PS1 presenta “Marking Time”, una mostra di opere realizzate dai detenuti, per denunciare lo stato di oppressione delle carceri statunitensi

Tameca Cole, Locked in a Dark Calm, 2016, Collection Ellen Driscoll. (By) courtesy of MoMA PS1

Dopo le proteste del mondo dell’arte contro la filantropia tossica del suo board, il MoMA PS1 prova a risollevare la propria immagine con “Marking Time: Art in the Age of Mass Incarceration“, un progetto socialmente impegnato e di alto impatto, che presenterà una serie di opere d’arte realizzate dai detenuti statunitensi. La mostra vuole inquadrare e raccontare tutte le questioni legate alla repressione, alla prigionia, all’isolamento e alla conseguente disumanizzazione che i carcerati vivono quotidianamente, per denunciare ingiustizie razziali, economiche e sociali proprie del sistema penitenziario americano.

 «In America ci sono oltre due milioni di persone dietro le sbarre», scrive la curatrice Nicole R. Fleetwood, «Le prigioni sono una voce fondamentale per l’arte e la cultura contemporanea». Fleetwood, docente di storia e storia dell’arte alla Rutgers University, in Marking Time, saggio recentemente pubblicato e omonimo della mostra, sottolinea come i detenuti siano esposti a livelli scioccanti di privazioni e abusi e siano sottoposti alla crudeltà del sistema di giustizia penale. Tuttavia, è bene mostrare anche che le carceri statunitensi sono luoghi in cui l’arte prolifera.

Rilevante è la collaborazione del museo con la Rutgers University e con organizzazioni e attivisti anti-prison che hanno curato un progetto che esamina le condizioni delle prigioni di Long Island City, Astoria e del Queens.

Mark Loughney, Pyrrhic Defeat: A Visual Study of Mass Incarceration, 2014-in corso. Courtesy of the artist

Una denuncia contro le ingiustizie sociali, economiche e razziali

Lavorando con scarse risorse e nelle condizioni più complesse – incluso il confinamento solitario – questi detenuti rispondo alla brutalità e alla depravazione che le carceri generano. Le opere esposte riflettono le esperienze personali degli artisti-reclusi, mettendo in luce i vincoli concreti e materiali della creazione artistica. A guidare il lavoro degli artisti è l’analisi della quotidianità: tempo, spazio, materia fisica. Gli artisti mappano, visualizzano, rendono materialmente visibile l’impatto del sistema detentivo e le dimensioni della vita in carcere. Vi è un’acuta spinta verso nuove visioni estetiche della quotidianità ottenute attraverso una sperimentazione materiale e formale.

Mentre i movimenti attivisti cercano di trasformare il sistema di giustizia penale, l’arte fornisce agli incarcerati una voce politica forte. Le opere si configurano come catalizzatori che denunciano ingiustizie sociali, economiche e razziali che sono alla base della punizione americana. “Marking Time: Art in the Age of Mass Incarceration” mostrerà anche opere realizzate da artisti usciti dalle prigioni, offrendo diverse prospettive sulla vita al di fuori delle condizioni carcerali. 

Rowan Renee, No Spirit For Me (detail), 2019

Tra gli artisti, Mary Enoch Elizabeth Baxter alias Isis Tha Savior, Sara Bennett, Conor Broderick, Keith Calhoun,  Russell Craig, Amber Daniel, Fiori Halim, Nereida García-Ferraz, Maria Gaspar, Dean Gillispie, GisMo (Jessica Gispert e Crystal Pearl Molinary), Ronnie Goodman. 

Ad accompagnare la mostra, una serie di eventi collaterali, laboratori didattici e workshop, organizzati da un collettivo composto da attivisti, educatori, attivisti e accademici.

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