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Quello che avreste voluto sapere sul desiderio, in una mostra a Singapore
Mostre
Arte e desiderio si sono spesso intrecciati nella produzione di dipinti, sculture, fotografie. Una compenetrazione che ha dato vita a un racconto lungo millenni, che adesso prende forma nel Sud-est asiatico come un racconto che ricostruisce un discorso critico sul corpo e la sessualità come filo conduttore, come un modo di pensare la produzione artistica in strettissima relazione all’esperienza corporea. Passion is Volcanic: Desire in Southeast Asian Art popola le sale del National Gallery Singapore dal 24 aprile 2026 al 30 agosto, al Level 4 Gallery.
Oltre 70 opere attraversano l’arco che va dal pre-moderno al contemporaneo, articolate in tre sezioni – Asian Mythos and Ritual, Conventions of the Erotic, Public Arenas/Private Interiors – che non si articolano secondo una cronologia lineare ma inseguono piuttosto le trasformazioni di un’idea: che cosa significa il desiderio in un contesto culturale e come quel significato si incarna nella materia dell’arte? Desiderio, corpo e sessualità si configurano come le forze che modellano l’espressione artistica della regione e vengono esplorate muovendosi nel tempo e nella geografia.

Il titolo affonda le proprie radici nel 1953, l’artista Nanyang Liu Kang pubblica il saggio Trip to Bali, osservando come le forme erotiche del desiderio possano agire da forze creative capaci di interrogare e sovvertire. È da quella frase – «Passion is volcanic» – che il progetto prende avvio, come rilancio di una questione ancora, forse, non pienamente risolta. Il Sud-est asiatico ha sviluppato, attraverso secoli di pratiche artistiche, un pensiero sul corpo e sul desiderio che non ha ancora trovato il proprio posto nella storia dell’arte: questa mostra prova a occupare quello spazio.

Il curatore e direttore del progetto è Patrick Flores, critico e professore presso l’Università delle Filippine. Nel suo testo introduttivo, Flores è esplicito: «Arte e desiderio sono sempre stati intrecciati, eppure le conversazioni sul piacere e sul corpo rimangono schermate nella sfera pubblica della regione. Passion is Volcanic: Desire in Southeast Asian Art affronta questi temi in modo ponderato e significativo e dimostra come soggetti complessi possano essere trattati con rigore intellettuale e attenzionecuratoriale. Questa mostra ci invita a guardare oltre le idee familiari o semplificate dell’erotico, esplorando come il desiderio non sia fisso, ma sia plasmato da cultura, storia e potere. Apre una comprensione più stratificata dell’arte del Sud-est asiatico, una comprensione che pone l’esperienza vissuta e incarnata come forza vitale nella pratica artistica».
Si tratta quindi di un invito alla complessità, il contrario di ciò che spesso ci si aspetta da una mostra sull’erotico, con una provocazione funzionale alla provocazione, e il tabù esposto come trofeo.

La prima sezione, Asian Mythos and Ritual, mette in relazione il desiderio sessuale con l’ambito del sacro, mostrando come l’erotico sia stato a lungo incorporato nelle narrazioni spirituali e cosmologiche. Ne è un esempio la piccola scultura in rame dorato Vajradhara and Prajnaparamita, in prestito dall’Asian Civilisations Museum di Singapore, che raffigura Vajradhara, il più alto stato di illuminazione nel buddhismo tantrico, in un abbraccio con Prajnaparamita, madre di tutti i Buddha.

Accanto a quest’opera, Haliya Bathing di Agnes Arellano, che propone una deità guerriera lunare filippina reimmaginata attraverso il corpo dell’artista stessa, sdraiata in posizione di parto, circondata da cerchi concentrici di marmo frantumato che irraggiano dal centro come onde di fertilità, simulando un movimento planetario. Non lontano, Altar di Nguyễn Quân reinterpreta l’altare vietnamita in un inchiostro su carta di tre metri e mezzo, affiancato da figurine laccate che evocano la sensualità femminile attraverso l’astrazione. Long Thien Shih chiude la sezione con Hand, Foot and Hair, un’acquatinta che si riferisce all’attivazione dell’energia sessuale attraverso il contatto.

La seconda sezione, Conventions of the Erotic, traspone il mito in una pratica artistica moderna, che si confronta con le convenzioni accademiche ereditate dal colonialismo e le trasforma, le tende e le forza verso nuove direzioni. Liu Kang con Scene in Bali, Alfonso A. Ossorio con Clouds of Conscience, Ahmad Zakii Anwar con il dittico Sixtynine 1 e Sixtynine 3 e Julie Lluch con Lily for Georgia O’Keeffe.

Museum. Image courtesy of BenCab Museum
La terza sezione, Public Arenas/Private Interiors, porta infine la mostra nel tardo Novecento e nel contemporaneo, con il desiderio che si lega all’arte ma si riveste anche di una natura più prettamente politica, divenendo corpo sociale e conflitto normativo. Il cambio di temperatura si percepisce nelle opere di Nguyen Thi Thanh Mai e Lavender Chang.
Dagli anni Novanta in poi, il paesaggio sociale e culturale è cambiato rapidamente, e con esso anche il modo in cui gli artisti guardano al desiderio. I confini morali si spostano, i media di massa invadono ogni sfera della vita, la globalizzazione rimescola i riferimenti, le artiste si appropriano del proprio corpo invece di lasciarlo all’interpretazione altrui. Singapore, con la stratificazione della sua storia, trova in questa sezione una voce plurale, che si muove tra pittura, installazione, performance e fotografia.

















