-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Sulle tracce del lapislazzulo e dell’Armenia: due mostre personali da Artopia a Milano
Mostre
Al piano terra di Artopia a Milano si dispiega Simultanea di Eleanor Ekserdjian, prima personale italiana dell’artista britannica di origini armene; salendo al primo piano si incontra invece How to Hold An Ocean with Four Hands del duo francese Danish & Maitre. Sono due mostre autonome che tuttavia si intersecano su una linea poetica comune:l’attrazione magnetica per il frammento e per la traccia. Entrambi i progetti cercano e poi custodiscono, un colore, un pigmento e una geografia.
Eleanor Ekserdjian: il calore dei paesaggi simultanei
Al piano terra, il lavoro di Eleanor Ekserdjian (1996) si costruisce per sovrapposizioni muovendosi abilmente tra pellicola cinematografica e pittura. Ekserdjian, creciuta nel Regno Unito, affonda le radici della sua indagine in una vertigine emotiva: la ricerca di un territorio – l’Armenia – abitato dalla sua famiglia e a lungo da lei immaginato attraverso la lente della prospettiva diasporica.
Quando le abbiamo chiesto cosa avesse provato nell’aver finalmente potuto raggiungere questa terra bramata, l’artista ci ha confidato: «Incontrare quel paesaggio e le persone che lo abitano è stata una delle esperienze più significative che io abbia mai vissuto e ha cambiato il mio modo di fare arte, permettendo sia ai paesaggi del Regno Unito che a quelli dell’Armenia di interagire simultaneamente nei miei dipinti».

Nelle opere di Ekserdjian tutto sembra vibrare di una luce interna, un calore monumentale che si respira in questo territorio aspro e ancestrale. Il viaggio in Armenia ha segnato un punto di rottura, liberando il colore all’interno di una produzione precedentemente dominata dal bianco e nero: i tratti pittorici scuri e astratti della grande tela We Are Our Mountains, nascono da una fascinazione antica. Ekserdjian ci ha raccontato: «il primo incontro con i bozzetti del Rinascimento italiano – incompiuti e sperimentali – è stato per me come vedere il pensiero in movimento», ricordando l’assoluta intimità di quegli schizzi veloci come dei memo, riservati e mai destinati allo sguardo del pubblico.
Anche la tecnica artistica si fa specchio di questa sedimentazione mnemonica. Nelle opere fotografiche come Sevan I e Marmashen, l’artista sperimenta un processo cameraless (senza fotocamera) in cui proietta le immagini in movimento del film direttamente su carta fotosensibile, modificando l’emulsione a base d’argento ancora umida. Il risultato è una fusione tra disegno e fotografia, dove il paesaggio emerge come un mosaico di frantumi vitali sospesi tra memoria e dissolvenza.

Danish & Maitre: il ricettario e la formula del blu
Salendo al piano superiore, l’atmosfera si fa rigorosa e metamorfica insieme. La ricerca di Jean-Baptiste Maitre e Dina Danish nasce da una folgorazione quasi letteraria: una sola riga letta su un libro, un accenno fugace a un antico lapislazzulo, da cui è scaturita un’indagine filologica durata quattro anni sul mistero del blu egizio e sulla sua replicazione.
Il cuore processuale della mostra si condensa lungo le pareti del primo piano con The Recipes, un corpus di settantatré ricette che restituiscono i numerosi tentativi, gli errori e le intuizioni necessarie per giungere alla formulazione definitiva del pigmento. È il ricettario del blu: un diario di bordo fatto di archeologia sperimentale in cui la materia si fa documento. E alla fine, gli artisti sono davvero arrivati al blu. Una conquista non solo poetica, ma scientifica, persino certificata.
Il duo scardina i linguaggi tradizionali e, parlando della fotografia Near-Reality Vessels n5, ci spiega come l’uso di una fotocamera modificata sensibile all’infrarosso influenzi radicalmente l’atto del guardare. Nato originariamente nell’ambito dell’astrofotografia per catturare porzioni dello spettro luminoso invisibili all’uomo – come i paesaggi mozzafiato dell’universo – questo strumento è stato applicato dai due artisti per scopi sia filologici che critici.

Nelle parole di Danish & Maitre, l’esperimento si trasforma in una presa di posizione concettuale: «Quando abbiamo iniziato a usare questa fotocamera modificata per vedere che aspetto avesse il blu oltre la visione umana, è stata un’esperienza sbalorditiva. Ci siamo resi conto che questo tipo di fotografia scardina completamente l’uso tipico che si fa oggi della fotografia. Poiché cattura una porzione dello spettro invisibile all’occhio umano alla lunghezza d’onda di 800 nanometri, questo peculiare stile fotografico non può mostrare i dettagli più fini, ma porta con sé un’incredibile quantità di texture, che restituisce una sensazione di verità al di là dei nostri sensi».
Questa tecnologia è stata poi portata direttamente sul campo, a Luxor, e persino all’interno dei depositi dei musei, svelando una dimensione nascosta delle aree archeologiche.
Al centro della sala, l’opera Door To The Eyes – un paravento in tessuto ispirato alle false porte dell’antico Egitto – apre un varco verso l’antico valore apotropaico e spirituale del pigmento. Un approccio mistico e profondamente connesso all’esperienza del duo al Cairo, dove le antiche credenze contro il malocchio sopravvivono ancora oggi sotto forma di amuleti appesi alle porte d’ingresso. Questa stratificazione culturale, apparentemente frammentata e caotica, si ricompone nel video documentario Egyptian Blue, dove la quotidianità vissuta si manifesta in modo spontaneo, senza calcoli o pianificazioni.

Un’estetica della rivelazione da Artopia
In questo caotico fluire del tempo contemporaneo, le opere in mostra da Artopia sembrano sussurrare che per comprendere il presente sia necessario scavarne le fondamenta, manipolarne i pigmenti o rintracciarne i confini geografici. Che si tratti della stratificazione emotiva di Ekserdjian o dell’approccio sistematico di Danish & Maitre, l’arte si fa qui strumento di rivelazione. Una narrazione condivisa in cui la materia – calda, minerale, cromatica – diventa l’unica coordinata possibile per trattenere ciò che altrimenti andrebbe dimenticato e mai vissuto.














