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Meglio riderci su. Ottant’anni di ironia nell’arte contemporanea
Mostre
A leggersi nero su bianco i numeri di Tragicomica, a cura di Andrea Bellini e Francesco Stocchi, sono a dir poco sorprendenti: circa 300 opere di oltre 130 artisti e artiste per coprire più di ottant’anni di storia. Un progetto mastodontico, figlio di una lunga gestazione che parte da un’intuizione di Andrea Bellini, direttore del Centre d’Art Contemporain Genève, che nel suo testo curatoriale racconta come «L’idea di una pertinenza alla sfera comica della cultura italiana ha rappresentato per me – a partire dall’incontro con il saggio di Agamben – una sorta di prisma ermeneutico attraverso il quale osservare la storia dell’arte, ma anche il cinema, la letteratura, il teatro e la musica», da qui, dunque, prende forma l’ampio montaggio di temporalità e linguaggi che si intrecciano a ogni angolo, rispecchiando l’intento dichiarato di costruire un’antistoria dell’arte italiana, un sistema di risonanze per mettere in relazione il noto e il meno frequentato, il canonico e il laterale.

Da questa densità e dell’ampissima rosa di possibilità che aprono tali premesse, emergono inevitabilmente una serie di tensioni pratiche e teoriche. Visitare Tragicomica – in corso al MAXXI di Roma fino al 20 settembre 2026 – è come farsi un giro sulle montagne russe, alcuni tratti del percorso procedono in maniera stabile e rassicurante, scanditi da opere ormai sedimentate nell’immaginario collettivo come Merda d’artista (1961) di Piero Manzoni, ma è proprio quando si inizia a prendere confidenza che si devia improvvisamente, precipitando in accelerazioni inattese in cui i lavori sembrano dialogare più fra loro che con chi attraversa lo spazio. La Risata continua (1971) di Gino De Dominicis riecheggia nello spazio, ora facendosi complice delle confabulazioni delle stufe di Jacopo Belloni, ora unendosi all’umiliazione pubblica di Everyday Dicks (2023) di Silvia Giambrone.

Altrove, invece, il montaggio collassa totalmente nell’accumulo. In alcune zone, l’innalzamento di pareti aggiuntive che suddividono lo spazio in ambienti chiusi risulta in una configurazione quasi fieristica, interrompendo ulteriormente la già fragile continuità della narrazione – come nel caso dei lavori storici di Suzanne Santoro o del Gruppo XX – oppure vengono posti in spazi di risulta dove diventa complicato anche solo osservarli senza inciampare nell’architettura del museo, come le maschere di Gianni Politi o Salamandra ZAF (2016) di Elisabetta Benassi.

L’ironia di cui molte di queste opere si fanno portavoce è profondamente legata al contesto storico, sociale e politico in cui prendono forma. Estratte da quello speciale groviglio di condizioni specifiche da cui traggono linfa vitale perdono inevitabilmente parte della propria urgenza, trasformandosi non tanto in documento quanto in un’eco attenuata di rivendicazioni passate. Esempio eclatante di questa trasposizione è Comedian (2019) di Maurizio Cattelan che dalla sua comparsa ad Art Basel Miami Beach alla celebre asta del 2024, a più riprese è diventata catalizzatrice e martire dell’opinione pubblica al punto che se ne sentiva parlare anche dentro i bar di quartiere e alle stazioni radio nazionali. Sul muro bianco del museo risuona come un urlo strozzato in mezzo alla folla.

A testimonianza di tutte queste tensioni resta comunque evidente il tentativo, da parte dei curatori, di proporre un’idea di museo come spazio di produzione critica, più che di semplice esposizione. Ed è forse proprio qui che la mostra apre la sua domanda più interessante su cui continuare ad interrogarsi: a essere tragicomica è effettivamente una specifica postura ricorrente dell’arte italiana o la naturale risposta a una situazione sociale e culturale che permane nel nostro paese?

In un momento storico in cui l’ironia rischia sempre di più di slittare verso una zona più ambigua dove il distacco può facilmente trasformarsi in indifferenza, Tragicomica ci ricorda come il dramma funzioni quando riesce a tenere insieme tensione e leggerezza, quando il riso non cancella le criticità ma le espone e le problematizza. Se però nel proverbio ride bene chi ride ultimo, rimane il dubbio: a chi viene concessa l’ultima risata?












