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Il Museo del Contemporaneo dell’Università di Verona, al centro di un ecosistema internazionale
Musei
A poco più di un anno dalla nascita del Museo del Contemporaneo – reso possibile grazie alla significativa donazione di 110 opere da parte dei collezionisti Anna e Giorgio Fasol – il museo guarda già avanti, ampliando il proprio orizzonte di azione e riflessione sulle trasformazioni del museo universitario contemporaneo. Il convegno ha infatti posto l’attenzione sulle modalità attraverso cui le istituzioni accademiche possono oggi configurarsi come piattaforme culturali aperte, capaci di intrecciare ricerca, produzione di conoscenza e relazione con il territorio. «È il primo convegno istituzionale del Museo che sancisce la direzione verso cui vorremmo che il Museo del Contemporaneo andasse, e fa il punto di quanto realizzato fino ad oggi», ha dichiarato in apertura Valerio Terraroli.
In soli dodici mesi, il museo ha infatti avviato numerosi progetti all’intersezione tra ricerca, cultura e attivazione urbana: dalla piattaforma transdisciplinare Contemporanea al festival ‘Veronetta Contemporanea’, fino a mostre, workshop, visite guidate e collaborazioni con fondazioni e istituzioni culturali del territorio veronese. Un’evoluzione in così rapida crescita e consolidamento, che inevitabilmente apre oggi a una riflessione condivisa all’interno del comitato scientifico sulla possibilità di una futura sede autonoma, capace di valorizzarne pienamente il programma, la collezione e il posizionamento nel panorama contemporaneo.

Il convegno, realizzato nell’ambito del progetto ‘Farsi Museo: Valorizzazione della donazione AGIVERONA’, sostenuto dal PAC 2025, ha costituito, come sottolineato da Monica Molteni, responsabile scientifica del museo, «un confronto scientifico di alto livello, finalizzato al posizionamento del Museo del Contemporaneo UniVr all’interno del dibattito internazionale sui musei universitari, attraverso il dialogo con istituzioni di eccellenza e con le principali reti di riferimento attive in ambito museale e accademico». Al centro della giornata, le nuove strategie curatoriali, le pratiche di accessibilità, le politiche di sviluppo delle collezioni e il ruolo delle reti internazionali nella ridefinizione del museo contemporaneo. «L’obiettivo», ha spiegato Luca Bochicchio, curatore del Museo, «è contribuire a una riflessione critica condivisa sui processi attraverso cui il museo si configura come infrastruttura culturale capace di attivare cooperazione, produrre conoscenza e operare in relazione ai territori».
Attorno alla tavola rotonda si sono alternati curatori, direttori museali e presidenti di associazioni culturali, provenienti da importanti istituzioni nazionali ed internazionali: dall’Università di Warwick alla Monash University di Melbourne, fino al Museo Universitario Arte Contemporáneo (MUAC) di Città del Messico, oggi diretto da Tatiana Cuevas. Presenti inoltre Bart van der Heide (Museion Bolzano), Stefano Collicelli Cagol (Centro Pecci), Eva Elisa Fabbris (Madre Napoli), Lorenzo Balbi (AMACI e MAMbo) e Sébastien Soubiran (ICOM UMAC). Dalle conversazioni nel corso della giornata è emerso con forza il valore delle collezioni universitarie come infrastrutture pedagogiche e civiche, dove l’università si configura come soggetto capace di coordinare ecosistemi culturali locali e promuovere reti collaborative tra musei, ricerca e produzione culturale.

I musei universitari sono stati più volte definiti come luoghi privilegiati per sperimentare nuove forme di apprendimento attraverso l’arte. «Sono spazi ideali per inserire opere d’arte contemporanea, per testarne l’assenso e il dissenso come pratica di apprendimento critico», ha osservato Luca Palermo (Università di Cassino e del Lazio Meridionale), mentre Sébastien Soubiran ha sottolineato l’importanza di una formazione object based, fondata cioè sull’esperienza diretta dell’opera. Una riflessione particolarmente incisiva, infine, è emersa dal paper presentato da Sarah Shalgosky. «L’arte all’interno degli spazi universitari, plasma la qualità dell’esperienza e coltiva le condizioni entro cui l’intelletto può fiorire», ha affermato la professoressa e curatrice della Mead Gallery dell’Università di Warwick, sottolineando al contempo l’urgente necessità di difendere queste istituzioni, «oggi sempre più spesso sottoposte a pressioni politiche e a dinamiche di sorveglianza che le costringono dimostrare continuamente il proprio valore, minando la loro legittimità».

















