28 dicembre 2023

Musica: i migliori dischi usciti nel 2023

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Tempi di bilanci, che quest'anno arrivano su exibart tramite commenti e affondi che riguardano temi specifici dell'arte e della creatività. Qui una panoramica sulla musica più bella prodotta nel 2023, con uno sguardo internazionale

Per riassumere l’anno musicale appena trascorso senza tralasciare gli aspetti sociali che lo hanno stravolto, voglio utilizzare una definizione contraddittoria e, proprio per questo, abbastanza generale: world music. Negli ultimi anni in particolare, sembra essere tornata sulla cresta dell’onda, forse anche grazie alla sua capacità di trasformarsi, adeguandosi ai rapidi cambiamenti del pianeta di cui porta il nome. Archiviata per sempre la definizione che la vedeva come una delle refurtive del colonialismo occidentale, oggi world music non indica necessariamente un luogo, piuttosto una direzione, un modo di orientarsi nel mondo a ogni latitudine.

Si parla, insomma, dell’insondabile animo umano, perché non può esistere folk senza world e, mentre quest’ultimo va sempre più accorciandosi, i confini del primo costituiscono la vera e decisiva frontiera che ci separa dal passo decisivo verso un reale progresso, ovvero: noi e gli altri. Stando al filosofo francese Bruno Latour, «Ciò da cui si dipende definisce un territorio».

Le uscite discografiche del 2023 che propongo di seguito sono perciò territori inesplorati che, pur senza confini, comprendono un legame sia esso culturale, emotivo o genetico. Perché se ogni mondo è paese, ogni altrui riguarda anche me. È in quest’ottica che gli artisti e le artiste di seguito si connettono agli ascoltatori: comunicando cioè a dei testimoni, invece che a dispensatori di like.

The electro Maloya experiments of Jako Maron

Uno di questi è Jako Maron, che in The electro Maloya experiments of Jako Maron sposta ancora più in là i confini della Maloya, la musica tradizionale dell’isola di Réunion, trasposta in chiave elettronica. Quindici tracce che riscrivono la tradizione con rispetto ma senza paura reverenziale, continuando la costruzione di una identità culturale definita e indipendente che resiste alla colonizzazione francese a suon di creolo e poliritmia.

Azu Tiwaline, The fifth Dream

Sepolte nella sabbia sembrano essere invece le radici della producer tunisina Azu Tiwaline, che ci porta in un deserto cupo, quasi sommerso. I chiaroscuri ipnotici che compongono le tracce de The fifth Dream sembrano uscire da un sogno in cui la riscoperta del proprio passato attraversa le dune che si estendono attorno El Djerid. L’ascolto del disco mi ha ricordato l’esperienza di camminare nel Sahara di notte, in cui ogni suono ci arriva carico di significato, e la vera bussola per orientarsi è necessariamente interiore. Continuamente chiedendoci se il paesaggio lì fuori è frutto della realtà o di un’allucinazione, potremmo camminare per ore al passo scomposto dei dromedari e non ci accorgeremmo del minimo cambiamento di rotta. Nemmeno quando, aperti gli occhi, ci ritroviamo in un club di Berlino.

Alejandra Cardenas e Laura Robles, Agua dulce

Il cajon, una delle percussioni maggiormente impiegate in quei club europei dove la batteria disturberebbe la quiete dei vicini, ha origine sulle coste del Peru nel XVIII secolo. Purtroppo non ha goduto di buona fama neanche alla sua nascita, quando cioè i coloni spagnoli, che avevano proibito l’uso di tamburi nella regione, crearono involontariamente l’hype di suonare cassette di frutta per aggirare il divieto. E così, la cassetta divenne sinonimo di resistenza e trasformazione. Tornando ai giorni nostri, Alejandra Cardenas (aka Ale Hop) e Laura Robles, rimettono il cajon al centro di un album, Agua dulce, e anche di un dibattito sulla decolonizzazione e decostruzione, ridandogli una dignità musicale e sociale che si era affievolita nel tempo.

C’mon Tigre, Habitat

Partendo dai marchi di fabbrica – una voce suadente dolcemente saturata e un beat complesso ma sempre godibile, il nomadismo sonoro dei C’mon Tigre si fa ancora più estremo nell’ultimo album, Habitat, che ci rimanda a un personalissimo angolo di mondo, evidentemente quello dove fa capolino la tigre del logo scrutandoci con il suo muso bonario. Habitat è infatti un giardino dove fioriscono calembours, prosperano creature antropomorfe, illusioni prospettiche, un po’ come entrare nel Parco dei Mostri di Bomarzo. Ma a differenza di quest’ultimo, non è il vezzo di un nobile, bensì il frutto dell’esplorazione dei due producer lungo una strada attraverso cui veniamo accompagnati dolcemente, lasciandoci in un altrove che ci abbraccia e protegge. La qualità degli ospiti presenti nel disco ci dice molto su quanto sia importante viaggiare in buona compagnia, e nell’Habitat ideale dei Tigre sono soprattutto questi a dettare le coordinate del viaggio.

Dave Okomu, I came from Love

C’è il sangue, il groove, la lotta: in una parola, blackness; condizione in cui la pelle è di per sé atto di resistenza, e nel caso di Dave Okomu diventa vero e proprio Manifesto Artistico con I came from Love, un personale viaggio di riscoperta e accettazione che finisce per diventare credo universale, compiendo una rotazione attorno al suo asse di sette generazioni – che è anche il nome del collettivo. La produzione musicale è curata nei minimi particolari e mescola l’hip-hop sponda jazz dei Tribe called Quest allo spoken di Gil Scott-Heron, selezionando con gusto i musicisti che arricchiscono l’album e ne favoriscono la fruizione, tra cui due vere e proprie punte di diamante: Grace Jones e Tom Skinner (Sons of Kemet e The Smile). Un significato preciso assume anche l’uso dei numerosi samples, tramite i quali le voci di poeti e scrittori della diaspora africana tornano a parlarci: sette generazioni sarebbero anche poche, soprattutto se ognuna ha qualcosa da dirci.

Chief Adjuah, Bark Out Thunder Roar Out Lightening

Chi è Chief Adjuah? Posso dirvi chi era, ovvero Christian Scott, trombettista afroamericano nato a New Orleans. Il resto lo scoprirete ascoltando Bark Out Thunder Roar Out Lightening, un visionario errare sciamanico tra deserto africano e coste della Louisiana, alla ricerca delle proprie radici. Che nel caso di Chief, fioriscono in ogni traccia, mantenendo grande vitalità e coerenza ben espresse anche nella Lettera ai futuri artisti presente nel suo sito ufficiale.

Corey Ledet, Kouri-Vini

Anche la lingua definisce un territorio e i confini del creolo arrivano a Parks, in Louisiana, dove Corey Ledet scrive un album in Kouri-Vini, variante parlata nella sua casa d’infanzia. C’è naturalmente la fisarmonica ma anche la chitarra wha-wha e il tripudio festoso di una comunità che si incontra nei ballroom ogni domenica per ballare zydeco. Ed essere curati dal Médikamen per eccellenza: la musica.

Lenhart Tapes, Dens

Se al cenone avete esaurito gli argomenti, il disco di Lenhart Tapes contiene tutti gli ingredienti per farvi fare una gran bella figura con gli ospiti: come scrive l’artista stesso nella sua BIO su bandcamp, parliamo di «Un ragazzo, 4 walkman, conversazioni di capre e pecore, il canto musulmano, ripetizioni, istruzioni per l’E-bow, inni turbo-folk, lezioni di lingue straniere, rituali satanisti, chitarra heavy metal per principianti». Abbastanza argomenti per parlare fino a Natale 2024.

Lamin Fofana, Lamin Fofana And The Doudou Ndiaye Rose Family

Tamburi ancestrali, sintetizzatori e field recordings descrivono un viaggio che dal Sierra Leone passa per Berlino e arriva a New York: è il percorso fatto in questi anni da Lamin Fofana, che continua la sua personale ricerca su patriarcato, supremazia bianca e su come una cultura possa nascere su un suolo diverso da quello originario. Se queste istanze trovavano ciascuna il proprio posto nell’album Blues del 2020, in Lamin Fofana And The Doudou Ndiaye Rose Family, il tessuto ritmico diventa ballabile, donando all’intero disco una facilità di ascolto che lo rende perfetto sia per il dance floor che per una lezione sull’afrofuturismo.

Urla dal Confine

I nostri legami di interdipendenze passano necessariamente per Bologna, città che riesce a essere un crocevia eclettico e sorprendente, di cui Daniela Pes è una delle ultime esponenti. Ma a parte il suo disco che troverete in ogni playlist italiana 2023, c’è una realtà lontana dai riflettori che ha dato il via a un processo molto interessante. Sto parlando dell’etichetta Zoopalco, la prima nel nostro Paese a raccogliere esempi di poesia orale in musica meglio conosciuta come spoken music. Il loro programma “biennale” prevede per gli anni dispari rimodulazioni musicali ed “elettrificazioni” di poemi  della poesia contemporanea e moderna, mentre quelli pari sono dedicati a produzioni ex-novo. È infatti del 2022 Urla dal Confine, un disco da ascoltare per potenza evocativa e sonora, che sgorga da una provincia italiana che potrebbe essere araba, turca e che ha conquistato la Sardegna vincendo il premio Andrea Parodi 2023 (motivo per cui ho deciso di inserirlo comunque nella lista).

E concludendo proprio come avevamo iniziato, da un’isola, vi lascio agli ascolti, augurandovi connessioni inaspettate, superamento di barriere ed esplorazioni coraggiose.

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