24 dicembre 2023

Peter Hince racconta i Queen. Intervista al road manager della mitica band inglese

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È stato a fianco della band britannica fino al culmine del successo. Oggi ne racconta la storia attraverso gli scatti esposti in una grande mostra a Roma

Per gli appassionati di musica e di storia, la mostra-evento QUEEN UNSEEN – Peter Hince al WeGil di Roma, hub culturale della Regione Lazio a Trastevere, fino al 15 gennaio 2024, è un evento imperdibile. Un vero e proprio viaggio esperienziale nel mondo della celeberrima band inglese, da vivere attraverso le immagini inedite e i cimeli originali di chi i Queen li ha conosciuti bene, vivendo in simbiosi con loro per oltre dieci anni. La mostra racconta, attraverso le fotografie del road manager e assistente personale di Freddie Mercury, Peter Hince, e una ricca selezione di memorabilia, lo straordinario percorso umano e professionale dei Queen e del suo carismatico front-man. Grazie alla fortuna d’aver lavorato con loro, Ratty – come era soprannominato Hince – ha avuto la rara opportunità di scattare momenti salienti, sia professionali che privati, della band di Bohemian Rhapsody, che è riuscito a rendere eterni con i suoi memorabili scatti. Tra questi, spiccano certamente alcune tra le immagini più iconiche del cantante, catturate in studio di registrazione, sul set dei video musicali più trasmessi nel mondo o su quello fotografico, in cui Hince ha immortalato Freddie abbigliato come una vera regina.

La mostra sui Queen a Roma

Queen Unseen include gli oggetti provenienti dalla raccolta personale di Niccolò Chimenti, uno dei maggiori collezionisti europei dell’universo Queen. We-Gil ospita, oltre a 90 foto del fotografo londinese, alcune in assoluta anteprima internazionale, anche dischi, poster, strumenti musicali, abiti ed accessori, documenti, rarità e cimeli originali appartenuti ai membri della band. L’asta del microfono utilizzata da Freddie Mercury nel suo ultimo concerto, una chitarra autografata di Brian May, un piatto autografato e le bacchette della batteria di Roger Taylor, fino ai costumi per il video di Radio Gaga. A concludere il percorso espositivo, i visitatori avranno accesso ad una sala video in cui verranno proiettati rari spezzoni dei principali concerti internazionali della band. La presentazione della mostra è stata un’opportunità per parlare con Peter Hince. «I Queen hanno suonato in Italia soltanto due volte – racconta Peter Hince – ma Freddie Mercury ha sempre amato l’Italia, la sua arte, l’opera. La sua casa era piena di arte, di oggetti incredibili, quadri, persino di Picasso.

Foto di Peter Hince

Perché ha smesso di essere il road manager dei Queen?

«Ho iniziato a scattare mentre ero con i Queen, ma ad un certo punto non mi è più bastato. Quindi ho cambiato lavoro e ho aperto il mio studio fotografico. Ho deciso di cambiare settore un paio d’anni dopo il Magic tour dell’86. Sono però rimasto in rapporti con Freddy e in quegli anni ho fatto molti ritratti, anche durante la sua carriera da solista».

Perché ha atteso così tanto per pubblicare le sue foto?

«Le cose accadono quando si crea un’opportunità. Una decina di anni fa fui invitato ad una mostra in Australia. Ho fatto anche una piccola mostra Londra. Ma avevo tanti negativi che non avevo ancora visto e che ho trovato dentro scatole e cassetti e ho detto: guarda, qualcosa di nuovo! Ma questa mostra in Italia è molto più ampia e per la prima volta ci sono tanti scatti che non erano mai stati esposti in pubblico. Niccolò Chimenti e i curatori italiani mi hanno dato l’opportunità di realizzare un sogno: essere qui a Roma in questo incredibile posto. Nella vita le cose semplicemente accadono».

Più che un gruppo, un’alchimia. I Queen senza Freddy Mercury sono ancora i Queen?

«Non ci sono i Queen senza Freddy, ma anche senza John(Deacon – nda). I Queen erano quattro persone, quattro musicisti con stili diversi e idee diverse, ma insieme erano inarrestabili; da soli non avevano la stessa forza. Anche Freddie era più forte insieme ai Queen che da solo, dal punto di vista musicale. Sia Freddy che Roger e Brian hanno fatto esperimenti come solisti. Ma tutti ricordano solo i momenti in cui è stato Freddy a lasciareil gruppo: forse perché era il frontman. Per loro era normale. Non si sono mai sciolti, non si sono mai divisi, non sono mai ritornati insieme. È sempre stata una band con degli artisti che realizzavano anche progetti da solisti. Tra la fine dell’84 e l’inizio dell’85 ci sono stati problemi. Ma erano stanchi, sempre sotto pressione e forse iniziavano anche ad annoiarsi di quello stile di vita. Avevano anche una vita privata, in famiglia, ma quello è un tipo di lavoro dove tu sei sempre in studio o in tour. È un lavoro totalizzante. Credo che solo dopo il Live Aid abbiano veramente capito quanto fossero forti ristando insieme. Su quel palco erano solo quattro persone, senza il grande show attorno: solo loro con i loro strumenti e la loro voce. Ed è stata un’esibizione incredibile».

Cosa c’è di non detto nella storia di Freddy Mercury e cosa è stato raccontato male?

«Penso ci siano delle cose che non sono state dette e altre che non sono vere, specialmente nell’ultima parte della sua vita. Aspetti che la gente non può capire, come il suo senso dell’amicizia, dellafamiglia, tutto ciò che riguarda Freddy come essere umano. C’erano due persone che convivevano in lui: il Freddy sul palco e il Freddy privato, con i gatti in casa. Tutto quello che riguarda la vita privata non è stato detto perché Freddie teneva molto alla sua privacy. Poi c’è tutto quello che è stato detto nella maniera sbagliata alla fine della sua vita, quello che i tabloid hanno ricamato, raccontando cose anche false. I tabloid inglesi spesso tendono a esagerare o inventare, a raccontare anche senza fonti ufficiali. Ho tantissime fotografie in archivio che non pubblicherò mai. Foto che gli altri del gruppo non sarebbero felici di vedere esposte. Rispetto Freddy e la sua memoria e per questo alcune foto che ho non le pubblicherò mai».

Foto di Peter Hince

Cosa pensa del film Bohemian Rhapsody?

«Hollywood, semplicemente Hollywood. È finzione pura. Quella di Freddy è sicuramente una vita difficile da raccontare in due ore, con tutte le sue sfaccettature e sfumature, ma la sua vita reale è molto diversa da quella del film».

Prima della diagnosi di HIV, lei aveva notato cambiamenti in lui?

«È un aspetto privato della vita di Freddy Mercury che lui ha vissuto sempre con grande dignità e io non ne parlo per rispetto nei suoi confronti. Mi disgusta quello che spesso è stato raccontato».

C’era già un progetto di fare un reportage quando iniziò a fotografare i Queen?

«Non pensavo, quando iniziai nel 1977, che avrei esibito le mie foto in una mostra, magari come questa qui a Roma. Sono immagini rare che sono riuscito a scattare perché la band si fidava di me. Ma non avevo un progetto: erano le classiche foto che si scattavano agli amici, che facevo perché avevo la passione della fotografia. Il progetto è nato anni dopo quando, guardando le fotografie che avevo raccolto nel corso degli anni con i Queen, ho capito che c’erano dei fili conduttori tra le varie immagini. E da lì è nata una progettualità».

Oggi siamo diventati tutti fotografi grazie ai cellulari. Spesso, però, non ci interessa raccontare storie ma solo dire: guarda dove sono, cosa sto facendo, con chi sono. È nell’intenzione, oltre che nella tecnica, la differenza alla base di scatti che meritano una mostra?

«Sì. Ci sono foto fatte per sé, col fotografo al centro del progetto, mentre le mie erano fotografie fatte ad altre persone. E questa è una grande differenza nel mondo della fotografia. Io, ad esempio, ero più un reporter, ma qui esposte ci sono fotografie di vario tipo. Alcune di backstage, estemporanee; altre sono ritratti pensati. Alcune mie foto sono state usate per copertine dei loro dischi. Ci sono sicuramente due piani diversi all’interno della mostra, ma in ogni caso sono foto che non hanno me al centro ma i Queen».

Queen Unseen?

«Sì, molte di queste foto sono davvero unseen».

Dopo Roma la mostra farà tappa a Milano dall’8 febbraio al 22 aprile 2024 e successivamente a Budapest e in altre principali città europee.

Foto di Peter Hince

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